L’esatta vertigine di Mauro Curcuruto

Nota e scelta di poesie di V. L.

 

L’esatta vertigine di Mauro Curcuruto (A&B editrice, 2020) è stato pubblicato recentemente nella collana “Naxoslegge Under 40”, ideata dall’omonimo festival delle narrazioni, della lettura e del libro e dedicata a scritti di vario genere di autori che non abbiano superato i quarant’anni. Il progetto editoriale è stato presentato a conclusione della decima edizione del festival.

La nuova collana editoriale che nasce in collaborazione con Fulvia Toscano, la scrittrice Marinella Fiume e Pina Labanca, direttrice editoriale della A&B, guarderà alla complessità sociale e culturale del mondo attuale e alle sue implicazioni nella vita delle donne e degli uomini di oggi, a un certo modo di intendere e interpretare la letteratura, ma visto esclusivamente attraverso la lente dei giovani.

“I giovani – affermano le direttrici della collana Marinella Fiume e Fulvia Toscano – ai quali vogliamo offrire il prezioso, gratuito strumento di una collana tutta loro sono quelli compresi nella fascia tra i 18 e i 30 anni, i figli del boom tecnologico, la generazione nata tra i primi anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta e diventata adulta nel bel mezzo di una delle crisi economiche più gravi della Storia e dei mutamenti del mercato del lavoro che ne sono derivati. Ma sono anche i quarantenni, generazione di mezzo, il cui ritratto è quello di una generazione cresciuta nella precarietà culturale e sentimentale, non più dell’età dei traguardi, della maturità. Si legga a proposito il libro Non si diventa mai adulti di Pamela Druckerman, una divertente indagine sulla vita dei quarantenni di oggi che vivono sotto l’egida della superficialità, della mancanza di pazienza, dedizione e passione. Di contro e per fortuna, ci sono molti giovani che giornalmente sono impegnati su più fronti, dalle arti alle nuove professioni digitali, puntando a un diverso presente, alle cose che più contano e che si sbracciano per sé e per gli altri. È tuttavia innegabile, come è stato pur detto, che dai romanzi di formazione dei primi anni del secolo agli adolescenti ribelli degli anni Settanta, i giovani sono i protagonisti di gran parte della vita culturale e segnatamente letteraria del Novecento: personaggi e autori che rinnovano la letteratura e il canone dove portano la loro ansia sperimentatrice di forme, generi e linguaggi nuovi. La collana è stata promossa con la consapevolezza della difficoltà per i giovani scrittori di trovare ascolto nel mercato editoriale. Dunque “Under 40″ vuole essere uno stimolo a rilanciare i dadi e ritrovare la passione, la grinta e il coraggio per continuare a costruire la vita che si desidera. Una scommessa su questa lunga generazione giovanile senza creare miti, ma solo offrendo spazi a prodotti di qualità al di là delle logiche del mercato corrente e delle imposizioni delle grandi case editrici”.

 

IL LIBRO

Il volume L’esatta vertigine che inaugura la collana “ha il ritmo del viaggio tra il dentro e il fuori delle cose. Un canto in battere e levare che fa del gioco (anche di parole), del ritmo e dell’ironia le cifre della propria ricerca poetica, trentotto componimenti che coprono circa vent’anni di cimento: un distillato – si legge nell’introduzione a cura di Fulvia Toscano – che traccia una mappa di senso e un orizzonte culturale che promettono bene. Il reale, nei versi geometricamente costruiti, mai lasciati alla bizzarria del caso o di una impressionistica emozione, sembra sempre colto nell’istante che precede il volo, la possibilità dell’altrove. Nei versi di Mauro Curcuruto c’è sempre un manifestarsi di pura lirica che sottende come un codice segreto il testo e lo restituisce a una luce arcana, una luce appena intravista di cui non si può perdere la memoria. La capacità di cogliere la poesia come accadimento del (e nel) quotidiano è solo una delle sfaccettature di questa raccolta in cui trovano posto il jazz di un paesaggio autunnale, il divertissement in onore di maestri e amici, la paradossale coesistenza di destino e caos, il dolore della perdita, lo stupore e la bellezza, il rovinare delle cose, i guizzi e la malinconia del vivere. A far da fondo a questa pluralità di temi e di stili, la ricerca rispettosa del mistero che abita le cose e la coscienza che solo attraversandole per intero sia possibile estrarne, come un alchimista, come Orfeo il canto: vero elisir dell’esistere. Trentotto componimenti che coprono circa vent’anni di cimento: un distillato dunque, frutto di un vaglio a monte che traccia una mappa di senso e un orizzonte culturale dai confini solo accennati. Bisognerà aspettare che Mauro decida di scrivere ancora: d’altro canto, è un inizio”.

 

L’AUTORE

Mauro Curcuruto è un designer con la passione per la parola e il mare. Lavora in giro per l’Italia, ma la sua casa è la Sicilia. Quando può va a pesca o legge cose d’altri ad alta voce. Suoi versi sono apparsi sulla rivista COLOPHON diretta da Carmelo Causale, sul sito Poetastri.com di Sergio Claudio Perroni – nella rubrica Per il verso giusto – e sulla rivista Newl’ink di Luca Scandurra.

 

 

 

 

Mare slam

 

Mare che sale e che scende

mare che lascia e che prende

mare che sbatte e s’arrende

mai.

 

Se l’odori t’assale

se si muove fa male

mare che sale e che scende

mare che lascia e che prende.

Conosci il verso del mare?

mai sentito l’urlo del mare?

mai sentito il verso che fa?

Quando sbatte il mare fa…

SLAM!

 

Coniugazione infinita

tra la morte e la vita

questo il suo tempio, are

questo il suo tempo, ere

e la sua forza: ire.

Ascoltalo, che sembra dire…

SLAM!

 

Passano i tempi, muoiono genti,

tuoni potenti, infuriano venti,

sgretola monti, distrugge ponti

lacera mondi, svela segreti

lustra pianeti, disseta roghi

s’attacca ai cuori dei pescatori

mèta segreta della tua vita

limite ultimo dell’al di qua,

principio primo dell’aldilà

e quando sbatte il mare fa…

 

 

D’altro canto

 

D’altro canto cosa puoi farci?

Sono cose che capitano,

ricapitano ed è naturale

evitare che succedano ancora.

 

Eppure ancora e ancora succede,

avendo in dote lo slaccio del cuore

questo continuo, incessante sfibrare.

 

D’altro canto è da sempre che affini

il rammarico, il broncio, l’errore;

sin da bambino mostri votato

il fiero lusso di questa maniera:

perdere spesso, sempre

saper perdere meglio degli altri.

 

Sei un vivere fuori dai giochi

un esistere in terza persona,

adiacente e pure diviso

da quei volti di bene estirpato.

 

D’altro canto non riesci a spiegarti

perché questi strappi di lacere cose

abbiano lo strano sapore di casa.

 

E ti tieni cari gli addii,

ti scolpisci bene le assenze

che pare non sappiano affatto

l’amaro che resta.

 

Seppure hai scerpato i migliori

pur non volendo, pur non potendo,

destinagli ora un canto,

un canto dove restare

a un tempo presenti e dissolti

in un sempre da incorniciare.

 

Ma io d’altro canto,

ora che so l’esatta vertigine

del continuo inciampare in frantumi

e di questa santa abitudine

ho fatto anticorpo.

 

Mi raccolgo i brani migliori

lacero così all’improvviso

vedovo di ogni bagliore

mi rimbocco la sorte e la vita.

 

Canto d’altro, invertendo l’errore,

perché ho ancora nel petto a pulsarmi

quel porco brio e un poco di slancio,

canto d’altro – e per come so fare;

meglio di così non mi riesce la vita.

 

 

Finzione per pietre in carne e ossa

 

Guardala quella matrona opulenta,

quella minna fucusa di pietra,

quella riottosa e dura signora:

i versi con la lingua di fuoco mi fa!

 

Dammi tempu dammi, ca ti perciu!

Vieni qua vieni, fatti prendere,

che a colpi di subbia e mazzotto

ti faccio come io dico.

 

Dici che niente ci può?

Un maestro tre volte saputo ci vuole?

E io le tue figlie m’ingroppo!

Qua c’è il mio nome e qua la mia subbia: pam!

Ti sbatto, ti ficco e ti rrumpu.

Qua sono io che comando.

 

La pietra fimmina è, la devi sapere maniare.

Avanti, lasciati fare, che queste sono carezze.

Il troppo di dosso ti levo

e ti faccio la carne e le ossa!

 

Colpi digrigno con mano sicura,

un colpo, un altro e mi levu ‘a sudura,

un colpo più forte e uno più piano:

ecco il tuo collo, la spalla, una mano.

Così a ogni pezzo che tolgo mi stridi.

Vieni, da brava, vieni: assomigliami e ridi!

Sei tutta tua madre.

Sei tutta tuo padre: bedda!

 

 

I dolori si dicono di giorno

 

I dolori si dicono di giorno

e li senti, perché hanno

la cadenza stessa

del cuore e sanno

tra una stretta e un sollievo,

dirti che esisti.

 

È a sera che

sul palmo dell’anima

calzano

come guanti scuri.