Le variazioni poetiche di Vincenzo Mastropirro

Lettura e scelta di poesie di Maurizio Rossi

 

L’ultima raccolta di questo poeta, flautista e insegnante di musica, si può leggere come una variazione di accordi e note sul tema dell’amore dove la “dominante” è “U trugne” -il salvadanaio – chjèine de bbène, che, sbattuto in terra/, fa vedere a tutti come si fa/ per tanti anni a raccogliere l’essenziale. L’amore tra il poeta e la madre, è ricordato, celebrato, nei versi in cui Mastropirro usa la lingua insieme al dialetto ruvese di Puglia, lingua madre e lingua della madre; tramite per comunicare con il figlio, in un dialogo non privo di leggerezza e a tratti di umorismo, tessuto da un sentimento adulto, che non ha perso l’innocenza e l’immediatezza dell’infanzia. “Mamma,/ non si è mai messa il profumo// mamma era il profumo” (Mamme/ nan s-è mè puste u profìume.// Mamme, ère u profìume). Inserito nel profondo legame esistenziale e sentimentale madre-figlio, e in virtù di questo, il poeta coltiva e rafforza l’attenzione nei confronti del mondo e dei suoi dolori “Ascoltate il silenzio/ l’eco delle nostre paure/…le grida dei bambini sott’acqua/ la luce che abbaglia le pupille/ gli amori dei gabbiani bianchi/ il vuoto, pieno di falsi sorrisi.//” Il mondo, un “posto non adatto per masticare libri/ma solo per costruire acciarini,/ affilare coltelli e tagliare teste, è ovvio”

Certo, u trugne non è il vaso di Pandora, e l’essenziale che contiene è l’amore respirato e assimilato come latte: il sentimento profondo, carico di senso e privo di nastri e ornamenti, espresso con parole che sono “una rarità che appartiene all’uomo” e parole come un “lato oscuro… che umilia e uccide senza colpi in canna…”. È l’ambivalenza stessa del poeta ruvese, che confessa “ho fatto tutto molto tardi/ ho ritardato la parola i suoni i gesti/…ho toccato l’orizzonte con le mani/ ho sognato ho solo sognato sul mio divano.” Forse il “ritardo” di cui parla è legato al gesto di rottura di quel salvadanaio, allo svelamento del proprio mondo interiore che accade solo quando l’essenziale ha preso la forma della parola, scelta, scritta, lavorata.

La conoscenza e il ricordo sono il controcanto al tema dominante, del resto anche il titolo “Se mi conosci…” richiama la consueta espressione della madre del poeta, detta per dare sostanza e forza alle sue affermazioni; Mastropirro la fa sua, in una traditio di vita, ben espressa anche da questi versi “mia figlia/ non ha mai conosciuto mio padre/ ha conosciuto me padre// mio padre/ non ha mai conosciuto mia figlia/ ha conosciuto me figlio// solo io / ho conosciuto mio padre e mia figlia/ sarebbero andati d’accordo solo ora lo so”. E da altri “ Se mi conosci/ so che non è vero che si nasce e si muore soli/ sono nato con mia madre e lei è morta con me”. Mi sembra che in questi ultimi ci sia l’eco del “vado a preparavi un posto” (vangelo di Giovanni, cap.14, che non a caso è un brano consueto della liturgia funebre) perché la madre che, soffrendo, prepara al figlio un posto nel mondo, gli prepara, morendo, anche un posto in un’altra, ignota dimensione.

Per Mastropirro, inoltre, l’esistenza, tempo che scorre tra i due poli di vita e morte è la ragione di una fuga che dura finché “le gambe reggono in allenamento” una fuga in compagnia di colei che”ride e piange con te perché ti somiglia/ poi arretra, si siede e aspetta l’ultimo scatto.” Essendo lui un concertista, mi piace intendere la “fuga” proprio nel suo significato musicale: una forma complessa basata sull’imitazione, dove il tema viene ripetuto e sviluppato da diverse voci e strumenti in un elaborato intreccio musicale, usando anche la tecnica del contrappunto. Per analogia, la poesia dell’autore esprime la polifonia dell’esistenza, in cui esperienze e affetti si inseguono e si ripetono con diverse tonalità, attorno alla nota fondamentale che lo caratterizza come persona.

Del resto, l’autore stesso nella nota introduttiva ci dice che si tratta diRiflessioni a cielo aperto che principalmente appartengono alla relazione madre-figlio, ma anche a tutti gli altri legami che la vita ha avuto il compito di tessere e intrecciare…” e lo esplicita poi nei versi: Screive e parle, parlo e scrivo/ e appunto sillabe storte/ suono parole e batto il piede/ cume se fosce ind-a la bbanne/ come quando suono in banda/ per raddrizzare il ritmo che c’è/ nel corpo aggrinzito dal dolore/ e nelle mani callose del popolo…” . Perché la poesia, come sappiamo è suono e senso, ma può essere com-presa anche soltanto come suono o come senso, emozione o pensiero; e in questa silloge come dolore e pace, assenza e presenza, parole e silenzi.


Strade svuotate, svacandòte

e vedi scavare trincee d’acqua

la nevicata si posa su ferri caldi.

C’è un sacchetto di carta che vola

danza da solo come un Nureyev qualsiasi

è bellezza inasudita davanti a nessuno.

Dietro finestre piombate

si affacciano occhi sbarrati

il sacchetto volteggia e fa spavento.

Non guardarlo -gli ho detto –

balla come sai. Rammenti quel corvo nero?

È un modo per non piegarsi alla morte.


Il naufragio lo vediamo di notte

conchiglie sparse sulla sabbia

con volti di bambole morte

statuew candide, doni del mare.

È il creato spento. Acceso

con le nostre inutili parole.

È il naufragio continuo

come il moto perpetuo, u tik-e-tac

di un metronomo sgangherato, sfascòte

che nessuno potrà più suonare. Citte, zitti.


Mi sento inadeguato

in un tempo che non mi appartiene.

Una vorticosa fretta

che vomita e sfreccia

sempre più velocemente.

Uscirò. Lascerò l’arena delle sembianze

troverò qualche amico per strada

il frinìo di un ricordo

della polvere sulle scarpe

e poi chissà.

Mamme de deciaje: attìnde cu ci vè. Stai attento.


Reggi la scala con i pioli

quella che si arrampica al di là

quella che sale sola verso il cielo.

Tienila forte e abbine cura

tu sei la radice del tempo

sei la forza del volo libero

come i panni stesi al vento

addomesticati da mollette

di plastica insignificante.

Vincenzo Mastropirro, Se mi conosci… Fara Ed. RN, 2024


Vincenzo Mastropirro è di Ruvo di Puglia e vive a Bitonto (BA). Flautista e compositore. Dal 1987 suona col Trio «Mauro Giuliani» per importanti teatri e sale concertistiche in Italia e all’estero. L’amore per la poesia lo porta a musicare testi di Alda Merini e Vittorino Curci. Ha inoltre composto alcuni brani per il jazzista Paolo Fresu & Alborada String Quartet e per il duo Sakis Papadimitriou e Giorgia Sylleou. Nel 2007 ha realizzato un CD antologico di musiche originali con le poesie del poeta Giampiero Gelmi, pubblicato da LietoColle, mentre nel 2010 ha composto la musica per “La bambina cieca e la rosa sonora” di Anna Maria Farabbi (LietoColle, 2010). In poesia ha pubblicato le raccolte Nudosceno (LietoColle, 2007); Tretippe e martidde. Questo e quest’altro (Giulio Perrone, 2009); Poésia sparse e sparpagghiote, Poesia sparsa e sparpagliata (CFR, 2013); Timbe-condra-timbe. Tempo-contro-tempo (nella collana ‘AltreLingue’, Puntoacapo, 2016); Notturni (Terre Sommerse, 2017); Sud…ario SECOP, 2019. È stato inserito in svariate antologie e ha ricevuto alcuni tra i più prestigiosi premi riservati alla poesia in dialetto, tra cui: Il Lerici-Pea, sez. Paolo Bertolani (2015); “Poesia onesta” (2016); “Ischitella-Pietro Giannone” (2019).