Il libro di Rosangela Zoppi, Romane per molti versi. Antologia della poesia romanesca al femminile, Edizioni Cofine, 2025 è stato presentato da Ugo Onorati a Roma nella Sala del Carroccio in Campidoglio il 22 gennaio 2026 con interventi musicali di Sara Modigliani e Sonia Maurer, letture di Giuliana Adezio e Tiziana Scrocca.
Le donne nella poesia romanesca in un’antologia di Rosangela Zoppi
Le antologie non rappresentano soltanto il gusto e la sensibilità del curatore, ma anche il suo pensiero, il suo messaggio ideologico. Un’antologia rappresenta un’operazione culturale, contenente sue specifiche finalità. Così è anche per una raccolta di poesie, pensate e scritte da donne nel dialetto di Roma, intrigante già nel titolo: Romane per molti versi, un rispettabile volume di 234 pagine, edito da Cofine, curato da Rosangela Zoppi.
A volte qualcuno che si trova fra le mani un’antologia lamenta: “Perché è stata inserita questa poesia piuttosto che quella?”, “perché a questo autore è stato dato uno spazio maggiore e a quell’altro minore?”. A tale proposito ricordo ancora la lagnanza, non di un lettore, ma di un autore anche importante, come Mario dell’Arco, che un giorno ascoltai da lui nella sua casa di Genzano, a proposito dello scarso spazio e a suo giudizio delle scelte poetiche, che gli erano state dedicate, mi pare di ricordare, nell’antologia della poesia dialettale curata da Giacinto Spagnoletti e da Cesare Vivaldi. La questione non è la ristrettezza di spazio, anche se pure questa conta, che una qualsiasi antologia comporta, e nemmeno ha senso assegnare un uguale e imparziale numero di pagine agli autori scelti. Nel lavoro immenso, che il curatore di un’antologia si sobbarca, a cominciare da quello di aver letto per intero una grande quantità di opere di diversi autori, c’è di mezzo il giudizio, il giusto discrimine, senz’altro soggettivo, ma ragionato e intellettualmente motivato della scelta dei “fiori”, da cui il nome del sinonimo “florilegio”, che si ritengono senz’altro più belli e profumati, ma anche più rispondenti a un presupposto estetico e ideologico prefissato.
Dunque la scelta, operata dal curatore, non è reprensibile, se non nella misura in cui può aver deragliato dalla sua tesi, dalla sua premessa, esplicitata da Rosangela Zoppi in una corposa e competente introduzione storico critica di ben 15 pagine, piacevole da leggere, sia per la panoramica letteraria e linguistica, relativa alla poesia romanesca prodotta dagli inizi del Novecento fino ai giorni nostri, sia perché esposta in modo tanto sintetico, quanto chiaro e comprensibile, più di tanti saggi critici accumulatisi nel tempo. Una competenza storica linguistica del romanesco che la curatrice ha già mostrato di possedere nella precedente opera La lingua di Roma del 2021.
In questo senso un’antologia non va concepita come una “corona” di epoca ellenistica, o come la Palatina di epoca bizantina per tramandare a futura memoria testi e autori, cui si intende conferire un titolo di immortalità.
Nello specifico questa antologia è intenzionalmente riservata e dedicata a poetesse, che hanno scritto nel dialetto di Roma e pubblicato in un arco di tempo compreso dalla seconda metà del Novecento ad oggi, salvo una menzione sulle autrici della prima metà del secolo scorso contenuta nell’introduzione.
Principale scopo di questa antologia è di aver voluto evidenziare, nell’ambito della produzione poetica romanesca generale, le autrici rispetto agli autori, lì dove quelle sono sommerse, o appaiono del tutto trascurate, rispetto a questi, nelle principali raccolte antologiche. Tanto per curiosità siamo andati a spulciare, come ha fatto Rosangela Zoppi, tra i Poeti romaneschi di Ettore Veo del 1927 e le uniche donne, non antologizzate, ma comunque presenti con una propria scheda biobibliografica ne figurano soltanto tre: Maddalena Ceccarelli, Gherlinda D’Eberstein e Nina Marsilio; non va meglio nella successiva più estesa opera in due volumi Cento anni di poesia romanesca di Francesco Possenti del 1966, dove figurano cinque sole autrici: Emilia Bernardo, Eugenia De Carolis, Giulietta Picconieri, Clara Raimondi e Lidia Valentini; mentre un po’ meglio va con l’ultima silloge del genere I poeti romaneschi dal 1600 ai contemporanei, in due volumi, di Gianni Salaris del 2017, dove ne figurano 13 in tutto, rispetto alle 52 della presente antologia di Rosangela Zoppi. A tale proposito rileviamo che né Possenti, né Salaris riportano le uniche tre segnalate da Ettore Veo, note più come autrici di canzonette per il concorso di San Giovanni, la Ceccarelli e la Marsilio, che come poetesse, mentre la D’Eberstein, che potrebbe anche nascondersi sotto uno pseudonimo, appare con una propria opera in versi romaneschi, Fiori de prato, edita nel 1904.
Oltre alle tre citate opere antologiche e alle rispettive opere di ciascuna poetessa, Rosangela Zoppi, ha dovuto sfogliare le rivistine dialettali: da quelle più datate, come “Rugantino” e “Marforio”, a quelle edite nella metà del secolo scorso da Mario dell’Arco («Romanesca», «Orazio», «il Belli»), fino alle più recenti, come «Romanità» e «Voce Romana», non trascurando le miscellanee, come la Strenna dei Romanisti, o l’Apollo buongustaio e le raccolte, alcune rare, come Un anno di poesia romanesca, ricavata per collazione dalla rubrica Un angolo di Roma, del quotidiano «Il Tempo» negli anni Settanta, oppure pubblicate in occasione di concorsi, come I poeti romaneschi al Rimagiro, promosso dal Centro Romanesco Trilussa presieduto da Giorgio Roberti, o il Premio Internazionale G. G. Belli promosso dall’omonima Accademia presieduta da Giuseppe Renzi e poi i Quaderni di poesia dialettale pubblicati dall’Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali. Insomma uno spoglio immenso e di immane fatica, dettagliatamente esposto nell’introduzione, che la curatrice di Romane per molti versi si è presa il compito di portare a termine pur di avere il panorama più completo possibile della produzione in versi romaneschi al femminile.
È un lavoro condotto con acume critico, come dicevo, non per tramandare una serie di medaglioni, o per una consacrazione di autrici più valevoli di altre, come ad esempio in lingua fece Fernando Flora con le sue Poetesse del Cinquecento da Vittoria Colonna a Gaspara Stampa, ma per evidenziare un percorso storico e di evoluzione nello stile della scrittura femminile nell’ambito della poesia romanesca, compiuto anche per rilevare un eventuale tratto distintivo della sensibilità propria della donna, rispetto alla corrispettiva e coeva scrittura maschile.
Sul piano sociologico la curatrice evidenzia le difficoltà, i limiti imposti dalla cultura dominante, che ha incontrato la scrittura femminile dalla fine dell’Ottocento ad oggi, liberandosi attraverso una lenta ma costante emancipazione dal pregiudizio e dal contrasto maschilista nell’ambito dell’espressione dialettale, ancor più forte di quello in lingua. Un altro merito, che questa antologia può vantare, è quello di mostrarci come e quanto la poesia di donne in un territorio, considerato una volta esclusivamente maschile, abbia seguito e interpretato in modo personale l’evoluzione dello stile e della forma della poesia romanesca, partendo dalla produzione in sonetti degli epigoni di Belli, Zanazzo, Pascarella, alla poesia più moderna di Trilussa e di Mario dell’Arco, fino a Mauro Marè, assecondando una linea pascoliana, come la definisce la critica letteraria, lirica e intimistica, a cominciare dal crepuscolare Sergio Corazzini per approdare ed espandersi nell’opera di dell’Arco.
In particolare, come appare evidente dagli esempi presenti nell’antologia, i “molti versi” delle “Romane” offrono parecchi spunti di riflessione sulla condizione e sull’essenza della “femminità” (passatemi questo termine per “donne nella società”, piuttosto che altri un po’ consumati, come “femminismo” o “denuncia”), sia in rapporto alla società nel suo insieme, sia in rapporto all’altro sesso, rivelando via via un’autocoscienza sempre più netta e matura, perfettamente in linea con le trasformazioni culturali, di mentalità e di costume, avvenute nella società italiana e nel resto mondo occidentale, a partire dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso.
Perché le donne siano minoritarie rispetto agli uomini nella produzione poetica e letteraria nella lingua in generale, e in particolare in quella dialettale, hanno concorso almeno due ragioni, che Rosangela Zoppi affronta in modo esemplare nelle prime pagine della sua introduzione. Una è facilmente intuibile ed è stata la secolare subalternità sociale della donna per il suo ruolo nell’ambito famigliare e per il negato o limitato accesso all’istruzione e quindi alla scrittura; l’altra è connessa al controverso e contrastato uso del dialetto, sia nel parlato, sia nell’espressione letteraria, per lungo tempo contrapposto o tuttalpiù giustapposto in subordine alla lingua, tale da rappresentare un ulteriore elemento di emarginazione e stigma di minorità sociale per chi ne facesse uso nelle relazioni extrafamiliari.
Considerato un ostacolo all’unità nazionale dal Risorgimento e poi dal fascismo, che arrivò perfino a perseguitare l’uso del dialetto nella letteratura e nel teatro, il romanesco, come pure altre espressioni locali e regionali, insieme ai loro autori, grandi come il Belli e a maggior ragione quelli meno grandi, fu a lungo emarginato per questo motivo dalla letteratura ufficiale, come fenomeno particolare, escrescenza, appendice della letteratura nazionale. Un altro ostacolo è stato a lungo rappresentato dalla diffusa convinzione degli autori di dover produrre poesia dialettale, anziché in dialetto. Quest’ultima scelta comporta di fatto il saper costruire un rapporto tra l’uso individuale del dialetto e il codice di riferimento, operazione difficoltosa già per chi disponga degli strumenti culturali forniti da un’istruzione compiuta, quasi impossibile per chi raggiunga un livello appena sufficiente di alfabetizzazione. Tant’è che per il romanesco, come per ogni altro dialetto della Penisola, è bastata per diverso tempo la distinzione crociana tra uso spontaneo del dialetto e uso riflesso, cioè ragionato, scelto. Un concetto, questo, che per esempio è applicato in etnomusicologia per differenziare musica e canzone del popolo da musica e canzone per il popolo.
Se nei secoli la poesia è stata appannaggio dell’uomo, la figura della poetessa ha rappresentato l’eccezione che confermava la regola, così come anche nelle scienze e nelle arti, basti pensare ad Artemisia Gentileschi nel Seicento. Che vi sia, poi, uno stretto nesso tra la società e una maggiore o minore presenza di poesia prodotta da donne lo dimostra la fioritura di poetesse che si è avuta nella lingua italiana in determinati momenti di relativa evoluzione culturale. E cioè quando in determinati ambiti alle donne fu consentito l’accesso alle forme più alte di istruzione, così come avvenne per le poetesse del Cinquecento, o per quelle ammesse nelle accademie sei-settecentesche. Quindi non si tratta della mancanza di una sensibilità o disponibilità della donna al poetare, ma della possibilità offerta da una società più o meno progredita e aperta.
Per quanto riguarda l’affermazione della donna nella poesia romanesca, questa segue per forza l’attuarsi di due condizioni sociali imprescindibili: l’aumentato accesso all’istruzione e il crescente riconoscimento del dialetto come strumento autonomo di espressione artistica, che si è via via affermato a partire dalla metà del secolo scorso, grazie soprattutto all’intervento critico di Pier Paolo Pasolini. A ciò si aggiunga la contestuale e progressiva avanzata della donna in seno alla società nella conquista di spazi e di ruoli professionali in precedenza detenuti prevalentemente dagli uomini con una conseguente indipendenza e riconoscimento individuale. Per questo motivo l’antologia di Rosangela Zoppi non può aver preso in considerazione altro che la produzione poetica delle generazioni più recenti, essendo, a differenza della poesia in lingua, la presenza della donna nella poesia romanesca pallida nella prima metà del Novecento e sconosciuta o nulla quella precedente. Per giunta sul romanesco pesò a lungo un particolare pregiudizio, più che altrove, in termini maschilisti, circa la possibilità delle donne di esprimersi in poesia in questo dialetto.
Nonostante i tentativi di nobilitare il romanesco da parte di poeti come Augusto Jandolo e di pochi altri, sul dialetto di Roma ha sempre pesato il luogo comune fondato sul giudizio dantesco e su quello belliano di “gretta, sconcia, abietta e buffona favella”, di cui il poeta poteva anche non adontarsi, ma anzi inorgoglirsi, a volte calcando la mano, come Nino Ilari nel suo romanzo I Vaschi della bujosa, quasi che la grevità del linguaggio plebeo, allo stesso tempo sanfedista e sovversivo, potesse meglio rappresentare il segno distintivo della parlata popolare. Dunque un linguaggio non adatto a esprimere sentimenti lirici, relegato all’ambito famigliare nella classe media, ma assolutamente sconveniente sulla bocca e sulla penna delle signore o signorine perbene.
A frenare la libertà delle donne nell’uso del romanesco in poesia ha pesato, inoltre, una consistente e diffusa misoginia, testimoniata nell’antologia di Rosangela Zoppi dai versi di Alfredo Cerroni, contrario al voto politico da concedere alle donne nel 1912: “Tutto sommato dunque ‘sta donnetta, / invece d’occupasse de politica, / dovrebbe, pe sarvasse da la critica, / stassene a casa e fà un po’ de carzetta”. Un concetto analogo lo troviamo anche nelle canzoni del primo dopoguerra, come in Mignanelli di Ennio Neri su musica di Gino Simi, dove si lamenta una timida emancipazione delle donne, avvenuta durante il periodo bellico: “le ciumachelle nostre arubbacore, / sminchionatelle, mò nun ce so più”; o in Tempi moderni del 1925 di Pietro Mingoli: “Un tempo le picchiette de marito / ciaveveno modestia in abbondanza / e prima de toccalle con un dito / nun so quanto dovevio faticà. / Invece mò so tutto protezione / vonno marcià da vere Signorine / so’ vanitose, strutte, fumantine / ma de regazze … nun ne trovi più”; o in quella di Leone Ciprelli Donna de ‘na vorta del 1929, che dice in chiusura: “Ignorava er parucchiere / nun cercava la finezza, / je bastava la bellezza / che je dava l’onestà”. Si potrebbero citare altri esempi, ma voglio fermarmi a quella canzone del secondo dopoguerra di Armando Libianchi e Luigi Granozio: Roma forestiera, rinverdita dalla struggente voce di Gabriella Ferri, dove Nannarella, finalmente emancipata in Nelly, è semplice motivo di rimpianto, a fronte di un dato di fatto, piuttosto che, come in precedenza, ragione di risentimento reazionario da conservatorismo bempensante. Tratti di misoginia inversa, cioè non in senso denigratorio, ma di compiaciuto riconoscimento, si colgono ancora in tempi recenti tra le righe di alcuni commentatori critici, come quello di Francesco Boneschi in prefazione a Caleidoscopio di Rossana Vergano del 1983: “Insomma Rossana è una poetessa, anzi un poeta, meritevole di considerazione”; o come quello di Riccardo Faiella, ancora nel 2010, in prefazione a Dovesse capità di Anna Ubaldi, sicuramente convinto in buona fede di rendere un bel servizio alla poetessa: “L’ironia e la sagacia del romanesco, con tutte le sue espressioni forti, connotato tipicamente maschile, ritenute volgari dalla lingua italiana, ma colorite dalla lingua romana, bene si adattano a queste poesie al femminile”. Insomma se la poetessa vuole essere un “poeta”, deve pur sempre misurarsi con un parametro maschile. Molte delle poetesse presenti nell’antologia sono autrici anche di sillogi in lingua italiana. Eppure, sdoganate su questo versante, su quello dialettale le donne incontrano anche in tempi recentissimi una qualche riserva in quanto tali da parte della critica ancora tutta maschile. A conferma di questo cliché culturale del tutto trasversale, che riguarda uomini e donne, notiamo due fenomeni non opposti, ma complementari. Per un verso notiamo come 13 delle 52 poetesse si presentino al lettore, firmando le loro opere, con il doppio cognome, quello proprio da nubile insieme a quello del marito, assecondando un antico retaggio, che però nel tempo tende a scemare. Per un altro verso non è infrequente l’uso di pseudonimi al femminile da parte di poeti romaneschi, come Sara Noemi e Rossana Lamberti per Goffredo Ciaralli, o di Lisetta per Giovanni Carini, o di Sara Cencia per Vincenzo Galli, o di Pierina Mottis per Pietro Mastini, che si spiegano forse con l’intento di “ingentilire” un’espressione inusuale al poeta e al suo lettore, oppure per andare incontro al favore di un pubblico femminile, come pure dimostra l’esistenza della rivistina «La donna che ride» fondata nel 1907 da Attilio Taggi. Nell’introduzione troviamo una più dettagliata spiegazione sull’uso scambievole di pseudonimi tra i due sessi, per diversi motivi sociali, non solo nel romanesco, ma più in generale anche nelle letterature straniere, ai cui nomi citati dalla curatrice aggiungerei anche quello della scrittrice francese George Sand, alias Amantine Dupin.
Poiché l’emancipazione della donna e quindi la sua presenza nella poesia romanesca hanno come presupposto principale un raggiunto grado di istruzione e un ruolo professionale nella società, notevolmente più alto nella seconda metà del Novecento, abbiamo cercato un riscontro nelle biografie delle nostre 52 poetesse con una statistica approssimativa. Tutte sono almeno diplomate, se non laureate. Tra loro 14 risultano insegnanti, in maggioranza maestre nelle scuole elementari, o professoresse nelle scuole superiori e all’università; 18 sono le impiegate, ragioniere o laureate, sia presso aziende private, che presso istituzioni pubbliche, anche funzionarie o con ruoli dirigenziali; 2 sono le giornaliste di professione e 6 tra scrittrici, intellettuali e attiviste in politica o nel sociale, sia letterate, che diplomate in studi tecnici; 11 sono le artiste, tra musiciste, cantanti, danzatrici, attrici, pittrici e scultrici. Alcune di loro sono “figlie d’arte”, nel senso che sono cresciute in un ambiente già pervaso da una sensibilità per il teatro, la canzone, o la poesia, romanesca, come Trieste Micheli (alias Diana Fiorentini), o Jole Petrini e Mirella Miliacca, ma pure Rosa Tomei nel suo rapporto con Trilussa, caso unico di governante illetterata e devota, ma non insensibile e intelligente, sulla quale si appuntarono per anni gli strali delle malelingue, elencate tutte nel sonetto La canizza a p. 91 dell’antologia, nei cui confronti, soltanto nel 2014, le fu riconosciuta dalla critica la giusta e personale dignità letteraria da Secondina Marafini e da Giulio Cesare Nerilli.
Procedendo per temi, a cominciare da quello della condizione della donna, troviamo nell’antologia una presenza piuttosto ricorrente e significativa di interessanti spunti. Diciamo subito che le poetesse, pur avendo raggiunto un livello di istruzione superiore e un ruolo lavorativo riconosciuto e apprezzato, non rinunciano a quello di madre e di moglie, e alle cure domestiche, ma con la coscienza di un duplice e moltiplicato impegno, rispetto alle precedenti generazioni. Nella poesia di Giulietta Picconieri troviamo un po’ tutte queste situazioni, ma anche un emancipato rapporto nei confronti del marito. Nella poesia La Madre del 1953 traspare una pena assoluta per il bambino ammalato, che fa dimenticare al momento tutte le insopportabili monellerie del piccolo “boja delinguente”, finché una volta guarito “quasi te convinci / che senza fiji stavi più tranquilla”. Una maternità mancata emerge in tutta la sua tenerezza di rapporti famigliari nella poesia Celestino del 1982. Questo è il nome di un immaginario angioletto tutelare, che non è riuscito a proteggere la nascita di una sorellina per un bambino. L’evento di per sé drammatico è pariteticamente e modernamente condiviso tanto dalla mamma, quanto dal papà. Il marito non appare più l’indiscutibile pater familias: “L’omo vo’ sarvà sempre l’apparenza / e puro quanno è vecchio arimbambito / mica te dice ch’è rincojonito / ma che s’è fatto un omo d’esperienza”. Con altrettanta ironia nella raccolta epigrammatica del 1960 Uno pe sera (titolo piuttosto eloquente!) si notano i mutati costumi sociali, che mai prima nessuna donna avrebbe osato scrivere: “Na moje quanno abbozza troppe corna, / o è santa, o artrettante je ne sforna”. Anche il sesso, argomento proibito nella poesia romanesca, o quantomeno contrabbandato in passato mediante doppi sensi da poeti e chansonnier alla maniera di Romolo Balzani, è finalmente sdoganato, non con i toni trionfalistici di certo maschilismo, ma con un preciso intento accusatorio, nella poesia di Laura Fusetti Ma indove sta l’amore? del 2005: “Un fiato grosso che me soffia in faccia, / er peso addosso / d’un maschio assatanato / che me storce le braccia, / e sto chiodo piantato / fra le gambe de ghiaccio. /…/ Sopra de me ce sta sortanto er cèlo / e le stelle che cambieno colore, / ma indove sta l’amore?”. Certe considerazioni femminili, pubblicabili grazie a un mutato clima di costumi e che un tempo sarebbero state improponibili, a meno che a formularle non fosse stato un poeta, emergono nelle rivelazioni Fra amiche, un sonetto di Anna Caterina Marino pubblicato nel 2018 su «Rugantino»: “- La gelosia ha portato mi’ marito / a sfrenasse de brutto in certe scene che fanno gelà er sangue ne le vene / benanche nu’ l’avessi mai tradito. / Oggi sto momentaccio è già finito / e vivemo giornate più serene. / Semo tornati a rivolesse bene / e l’amore d’un tempo è ritornato. / – Qual è er segreto de sto cambiamento? / – Levasse quarche sfizio, cara amica, / buttanno ar secchio còre e sentimento. / Sta’ certa che a la fine tutto torna / si metti in atto sta ricetta antica: / a chi è geloso, metteje le corna!”. La donna era sottomessa? Dipendeva dall’educazione, che invariabilmente le veniva trasmessa da un’altra donna, la mamma, seguendo un immodificabile codice di comportamento, che però cambia una volta giunti alla nostra generazione. Li genitori de prima è una sequenza di nove quartine pubblicata da Eugenia De Carolis Ranieri nel 1950: “Eh, Tutarella mia, v’aricordate / quann’annavamo a scola a «l’Orsoline» / tutte sprecise, stitiche, educate, / ch’èrimo esempio all’antre regazzine? / Èrimo fino troppo ariservate: / a vorte passavamo da frescone, / li genitori de l’età passate / ce daveno tutt’antra educazzione. / Mamma a riccommannasse: «Sete bone, / fateve vedé docili e aggrazziate, / fateve benvolé da le persone, / risponnete co garbo, salutate …”. Nell’ultima quartina arriva l’inevitabile confronto con l’educazione attuale: “Però a li fiji, me lo dite voi, / che insegnamenti je potémo dà? / A dije quello che hanno detto a noi / ce pijeno pe matti da legà!”. Finalmente la donna, all’inizio del nuovo millennio, è più libera che in passato, più autonoma dagli schemi culturali tradizionali e padrona della gestione dei suoi sentimenti, anche nei confronti con l’altro sesso, così come ci appare nel sonetto Dovesse capità di Anna Ubaldi: “Dovesse capità qua e là pe sbajo, / ‘no scampoletto bono, me lo pijo, / e quarch’oretta gaia ce la scajo. / Ma er giorno appresso, doppo ‘no sbadijo, / l’avverto che è assai mejo dacce un tajo / e lo fo sortì fora dar giacijo.”
Al pari dei poeti, le poetesse non sono da meno nel rappresentare il dramma della guerra con versi adeguati al momento storico, così come i disagi del dopoguerra, ma con una carica diversa rispetto ai poeti, perché se gli uomini soffrono e muoiono al fronte, in patria sono le donne a contrastare la fame e la paura, per sé e per i loro figli. In Inverno 1945 di Emilia Santangelo il freddo, la fame e la paura si coagulano in un sentimento di disperazione: “Guera nel celo, guera drent’ar core. / Aria de sangue, gelo in de le strade. / Er regazzino piagne pe la fame, / la madre se lo strigne ar petto magro / forse pentita der giorno ch’è nato”. Una novità dell’ultimo conflitto mondiale sono i Bombardamenti aerei sulla popolazione civile, una poesia di Rosina Moscati del 1948. Il cielo, verso il quale fino ad allora si alzavano gli occhi per sperare nella misericordia del Signore, in cui regnava il firmamento con le sue poetiche stelle d’argento, diventa all’improvviso dispensatore di morte. Della medesima poetessa in Fatti der giorno, compresa in una successiva raccolta del 1952 dal titolo Canti romani si smitizza la “ricostruzione”: “Io nun ce credo a la ricostruzzione / me pare che se va de male in peggio, / è cresciuta insinenta la piggione / ch’era bloccata dar decreto legge”; per poi concludere: “E co sta carestia ne li straporti, / dimme, come faremo pe pagà / er carro che ce porta doppo morti”. Ci si vuole illudere che Roma sia sempre quella, ma la realtà è ben diversa, al centro, come nelle periferie, dove il regime aveva deportato e confinato già prima della guerra il sottoproletariato urbano, cui adesso si aggiungono baraccopoli di sfollati. Nascono allora insediamenti precari e improvvisati come Tor Marancia, Tormarancio per i romani, una borgata popolare che sarà oggetto di ispirazione poetica per un’omonima silloge da parte di Mario dell’Arco nel 1950 e di Pasolini per il set cinematografico di Mamma Roma nel 1962. Nella poesia Roma della Santangelo, edita nel 1945, si evidenzia questo degrado generale della Città eterna, perché se la “Casina de le rose è senza rose”, “a piazza Barberini c’è la tratta / de le bianche regazze der Quadraro”. Durante l’occupazione Fernanda Calcagno decise di donare alcune sue composizioni in versi ai negozianti di vicinato, che in cambio le offrirono un po’ di pane per sfamare i figli: un barlume di generosità e di civiltà in mezzo all’immane tragedia collettiva. La guerra è finita, ma restano le macerie materiali e morali. Nella poesia Borzaro nero di Maria Teresa Gatti il sentimento di riprovazione per chi spreme “tanta gente tribolata” lascia il posto alla considerazione che comunque, grazie a lui, a questo spregevole profittatore, si è potuto trovare qualcosa da mangiare, quando la tessera annonaria non garantiva più la sopravvivenza. Emilia Bernaudo nota che La prima rondinella, in arrivo con la primavera reale e metaforica del dopoguerra, annuncia sì una stagione di pace e di ricostruzione, ma difficile sotto tutti i punti di vista. Ad ogni primavera il garrulo pennuto deve ricostruire il suo nido, proprio come ora gli esseri umani dopo la furia delle distruzioni. Alla sconsolata considerazione della poetessa: “Me fai penzà, ce credi, a tanta gente / che ha perduto la casa co la guera / e s’è ridotta che nun cià più gnente!” la rondinella risponde con un invito alla speranza: “Basta avecce er coraggio e l’energia, / se po’ ricostruì quello ch’è stato! / E la bestiola, alegra, vola via”.
Sulle corde delle “Romane per molti versi” vibrano sentimenti di compassione per gli emarginati. Una sensibilità che scaturisce più nelle donne, forse per la loro storica condizione, che negli uomini, anche se quasi mai si coagula in una poesia di impegno dichiaratamente politico e sociale, come è stato ad esempio in Gigi Spaducci, o nell’Anonimo Romano, alias Maurizio Ferrara, e in pochi altri. Nell’antologia troviamo due casi di poetesse realmente impegnate: Teresa Gervasi Rabitti e Maria Jatosti, una cattolica, l’altra comunista. Nella prima, nativa di rione Ponte, impegnata tanto nell’Azione Cattolica, quanto nel volontariato a favore dei poveri e dei nuovi schiavi nell’attuale società, poetessa nel tempo residuo, dopo aver portato a termine i suoi doveri di madre e di lavoro, ritroviamo l’amore per Roma e per la sua gente, ma concreto e non mitizzato, una poetica del quotidiano, resa con liricità immediata, dove l’umanità e la schiettezza si calano in versi espressivi, dotati di arguzia e di ottimismo, dove “le immagini si trasformano in simboli e allegorie umane di notevole spessore”, come suggerisce Matteucci nella prefazione alla silloge del 2013 Ahó che ciai le buggere? Ridi che te passa! Da quest’opera traggo alcuni versi del sonetto Europa, che trovo molto attuale sull’unità dei popoli del nostro continente, dove la speranza si contrappone allo scetticismo, la solidarietà all’egoismo: “Come sarà l’Europa der futuro?”, si chiede la poetessa per poi sentenziare: “Er cammino in salita è certo duro: / cià bisogno de spinta prepotente / pe superà quer maledetto muro / che isola e divide tanta gente, / però che meta granne e luminosa, che ideali! Pe accenne sta passione conviene da impegnà quarsiasi cosa”. Nella seconda poetessa, imbevuta dell’ambiente popolare di Testaccio, militante del PCI, redattrice, autrice di romanzi e regista teatrale, scopriamo un verso modernissimo, privo di punteggiatura, per forma e linguaggio molto vicino alla lezione di Mauro Marè, capace di esprimere questioni politiche e sociali con uno studiato lirismo, come nella poesia Gabbiani e barboni del 1966 accostati intorno ai muraglioni del lungotevere: “Svorta in oceano fiume / sbottato attorno attorno a l’isolotto. / Cotto da sole e vento / da capo a piedi ponte / se straforma in coperta in parapetto / p’er bastimento de li poveracci / ammucchiati de stracci”. Il sonetto La pace ar giorno d’oggi di Paola Volpi, pubblicata su «Voce Romana» nel 2016, sembra anticipare l’attuale clima di rinnovata follia bellicista; mentre il tema della libertà negata è affrontato e risolto dalla Jatosti nell’immagine di un Aquilone sperduto e incatenato all’antenna di un tetto, a contrasto con le nuvole “che sgroppeno de cariera” spinte dal vento di mare fino alle cupole delle chiese romane. Altre poetesse trattano in forme più ordinarie, ma con non minore passione, vuoi ideologica, vuoi sentimentale, temi e questioni contemporanei. Anna Ravegnini nella poesia Clandestini ci fa partecipi dei migranti, i quali, se non trovano la morte in mare, devono affrontare una vita quasi altrettanto crudele. Altrettanto fa con il componimento, pure questo del 2018, intitolato L’uomo di colore, nel cui caleidoscopico gioco di colori: nero della pelle, azzurro del cielo, rosso fuoco del pomodoro e il rado verde del campo, si consuma la tragedia infame dello sfruttamento del lavoro servile. Non meno toccante è la poesia senza titolo di Antonietta Palombi Corrao, che tratta di una puerpera, immaginiamo straniera, costretta ad abbandonare la sua creatura “frammezzo a la monnezza”. Un senzatetto in Temporale di Doriana Chierici sfida la pioggia come un don Chisciotte e “sfodera l’ermo d’una busta in testa”. Ancora sulla condizione dei derelitti a Roma spicca il sonetto L’emarginati pubblicato nel 2005 da Laura Fusetti, che tratteggia in modo davvero icastico due vagabonde, le quali “smucineno bidone pe bidone / de la monnezza, pe trovà un cartone / e quarche straccio lercio da annisconne”. Chi non le ha viste a Piazzale Flaminio, o alla Stazione Termini? Questa spazzatura umana di una metropoli disumana è entrata a far parte di un panorama urbano apocalittico: “Passeno le persone indifferenti, / Roma spanne ‘na luce artificiale / ch’allustra solo piazze e monumenti”. Nel sonetto L’amico fedele di Elisabetta Di Iaconi del 2022 il cane è l’unica vera umana compagnia del barbone: “Mentre la gente passa indiferente, / l’animale accucciato su la via / pe st’ecce homo è mejo d’un parente”. Di denuncia è il sonetto della Volpi sulla terribile questione delle spose bambine, esposta in Notte de nozze del 2022. Altro tema attuale e drammatico è quello del femminicidio toccato da Gabriella Mappelli in L’ammazzadonne con linguaggio e toni fortissimi di riprovazione e ribellione, dove all’iniziale costatazione del fatto di cronaca: “Pur’oggi se dovemo tornà a mette / le scarpe rosse in segno de protesta”, segue in conclusione il tagliente giudizio sulla viltà di questo genere di assassini: “Pe nun sapé ched’è ‘na vita degna / e pe tené l’onor ner sottopanza / vonno fa li padroni… de ‘na fregna”. Ancora sul tema del maschilismo femminicida c’è una poesia di Maddalena Capalbi, tratta dall’omonima raccolta Ribbelle del 2018, il cui titolo è tutto dire, nella quale è la donna che urla, sia in singolo, che in collettivo: “Si pensi de mollà / li porzi mia / e famme cadé / e annisconneme / in fonno a la tera / pe famme magnà / da li vermi / e arostimme / dar foco, / hai capito male / bello mio, / stavorta senza pavura / m’aribbello / e te sottero io”. Altri accorati richiami variano dal tema dei senza tetto, a quelli degli zingari, dei lager e della shoah degli ebrei deportati da Roma, oggi ricordati con le pietre d’inciampo, della tragedia del popolo palestinese, della pace messa oggi in discussione dai prepotenti della terra. Insomma troviamo che nelle “Romane per molti versi” ci sia da molti anni in qua una sensibilità e una coscienza politica non dichiarata, ma presente e pregnante, come mai si era vista in passato nella poesia romanesca tout court.
Pur nel solco di un tradizionale atteggiamento di riverenza della poesia romanesca nei confronti della Città eterna, le poetesse non mancano di essere testimoni di una Roma che cambia. La forte attenzione ai monumenti, alla storia e alle tradizioni di Roma, in parte è sentimentale, in parte è di rivolta contro una città, che è sempre stata cosmopolita, ma che oggi sembra aver perduto la sua voglia di identità straordinaria e unica, con l’aggravante di volersi rendere sempre più ostile ai suoi abitanti. Per cui passiamo dall’incanto degli Archi antichi di Rosina Moscati “improfumati” dall’arrivo di una nuova primavera nel 1948, alla descrizione di via de Li Coronari di Clara Raimondi com’era ieri e come è oggi nel 1994. Altrettanto vale per via Margutta nel sonetto Li giochi di M. Grazia Barucci, intesi quelli infantili fatti per strada, e per la magia del “nasone romano”, ovvero la Funtanella de li ricordi di Clelia De Santis del 1998. L’ineluttabilità del cambiamento che nel tempo ha trasformato Roma, così come i suoi abitanti, in quello che oggi è, si coagula negli ultimi due versi del Sonetto pe Roma sparita di Fiorella Cappelli del 2015, dove il contrasto tra la città descritta dai viaggiatori del Grand Tour o dipinta negli acquarelli di Roesler Franz con quella presente si comprende e si accetta negli ultimi due versi: “E come vai sur mare, a vela / er vento spettina ogni cosa… e passa”.
Lo stesso mito fondativo di Roma, da sempre ammantato di sacra e intoccabile retorica nella poesia romanesca, è rivoltato in chiave “femminista” nella poesia Didone “la risoluta” di Silvana Andrenacci, dove la poetessa si schiera a fianco della sfortunata eroina suicida contro un fato da sempre avverso alle donne. Una delle raccolte, intitolata non a caso Roma è donna di Diana Fiorentini del 1980, combina sentimento materno, comprensivo e bonariamente romano, con il carattere della città, che sempre ha saputo accogliere, perdonare, sopportare, proprio come una gran madre.
Ovviamente nelle nostre poetesse c’è diffusa presenza anche di una poesia personale, intimistica, come nella raccolta di Gina Mancini Le quattro stagioni del 1960, da cui traggo questi soli versi da La mimosa: “Caldo e vivo er colore / de la mimosa in fiore e ogni ciuffo / pare ch’ha fatto un tuffo dentro ar sole”. Una gioiosa e palpabile vena lirica che cogliamo in tante belle poesie, come in L’eco der core della Mirolli del 1982, o in La bolla de sapone di trilussiana memoria, scritta dalla piccola e sfortunata poetessa Raffaella La Crociera, oppure in Fiume ruffiano del 2010, in Luce anniscosta del 2009, in Er pianto mio pure questa del 2009. A volte si gioca con il tono ironico e autoironico, fino all’umorismo, come il topos dell’arrivo della bella stagione per antonomasia. In Primavera di Eva Fazi del 1985 il sentimento poetico è modulato con un registro volutamente basso. L’apodittica frase iniziale “È primavera! Che profumo bello!” è poco dopo stemperata dalle parole: “e nun m’accorgo, pe cercà l’effetti, / che l’arosto se brucia sur fornello”. Così la delusione di Clara Raimondi per la scoperta della realtà fisica della Luna, messa a nudo sul televisore, già fonte di tante ispirazioni e di spleen poetico si concretizza nella riflessione: “La Luna ce piaceva là, lontana / e ormai quer monno maggico, perduto, / che c’è sfumato solo co un minuto / ce dà ‘na sensazione tanto strana, / come quella che prova un regazzino / quanno nun po’ più crede a la Befana”.
Abbiamo visto l’evolversi delle tematiche nelle Romane per molti versi, ma in che modo le nostre poetesse si sono poste di fronte alla trasformazione dello stile nella poesia romanesca dalla metà del Novecento ad oggi? La consolidata lezione che va da Belli a Trilussa, passando per Zanazzo e Pascarella ebbe una svolta in senso lirico e formale a partire dal secondo dopoguerra con la pubblicazione nel 1948 di Taja ch’è rosso di Mario dell’Arco. Al modulo poetico neodialettale alternativo alla tradizione, le poetesse vi giungono tardivamente, dopo che si è sedato l’iniziale contrasto critico tra conservazione e innovazione. E forse per questo motivo le vediamo aderire al verso “libero”, ma senza preclusione nella scelta dell’endecasillabo, al quale pure molte di loro restano fedeli, anche alternando a volte nella medesima silloge differenti moduli espressivi. Tuttavia alcune poetesse, sia per aver frequentato personalmente Mario dell’Arco, patron di edizioni e periodici e particolarmente attento al contributo femminile, le vediamo mostrare una propensione più decisa e fedele alla lezione dellarchiana e perfino accorte all’ultimo esito linguistico sperimentale di Mauro Marè, come appare evidente nella raccolta A smemorasse da morì della Jatosti.
Anzi notiamo che la maggiore sensibilità femminile, che dovrebbe essere favorita dal verso libero, riesce a esprimere liricità anche nello schema fisso degli endecasillabi, e ciò avviene in una misura più ampia rispetto ai poeti romaneschi loro coevi. Di questa importante innovazione l’antologia ci dà svariate testimonianze. Pure non mancano qua e là diversi omaggi a Trilussa, da Sviolinata a Trilussa del 1945 ad Addio Trilussa del 1979; mentre in La repubbrica de le bestie Emilia Bernaudo adotta il modulo moralistico politico della favola nell’accezione un po’ qualunquistica spesso praticata in questo genere.
Una pattuglia non tanto sparuta di poetesse attratte dalla lezione dellarchiana appare tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo passato. Ad esempio nella poesia Er cocommeraro Franca Boschetti rielabora il tema in modo del tutto personale e autonomo, ma alcune parole, come “s’allonga” e “sbarbaja” tradiscono il modello di riferimento. Moduli costruttivi del verso, esiti metrici, metafore e perfino richiami a temi cari a dell’Arco li troviamo in Er purcin de la Minerva di Luigia Valentini: “Sò secoli ch’areggo sur groppone / una guja de marmo / fatta pe volontà d’un faraone: / me so proprio stufato. // ‘Na matina de queste / fionno la guja co ‘na cerbottana, / scegno dar piedistallo / e torno a casa mia, ne la savana”. A questo ambito si può ricondurre anche la poesia della curatrice dell’antologia, Rosangela Zoppi, autrice anche di corposi saggi storici su Roma e sul suo dialetto, oltre che di poesie tradotte e pubblicate su riviste straniere, dove si avverte una speciale combinazione di malinconia e umorismo, di personale e universale, di reale e surreale. Ad esempio nella poesia Er concerto, presente nella raccolta L’urtima muta del 2024, si nota benissimo quel giro di similitudini, reso con assonante musicalità, che tanto piacque a Baldini: “Du fronne in pizzo a un platano stasera / se moveno che pareno le mano / d’un gran pianista sopr’a la tastiera. / E io, senz’esse vista, sur mignano, / faccio la furba e aggratise me sento / er concerto der vento”. Una poesia distillata, densa di umanità, costruita “poetando al femminile”, è nel Cappotto suo di Anna Maria Amori, così pure, ma ancora più personale, rispetto a quella di dell’Arco, appare nel sonetto Inzogno d’autunno di Nella Bruneri, nella quale comunque si avvertono linguaggio e metafore proprie del modello di riferimento.
L’antologia è impreziosita da belle illustrazioni, eseguite da una giovane artista, Marta Cavicchioni, nelle quali si avverte una sensibilità e una creatività libera, esistenziale, aperta alla vita in tutte le sue forme e manifestazioni, esente da costrizioni concettuali e da convenzioni sociali. Si tratta di sei opere pittoriche improntate al sogno e al fantastico, che bene si rapportano alla poesia e alla donna, eleganti, colorate, aeree e perfino misteriose.
Di poetesse ce ne sarebbero anche altre, oltre alle 52 proposte nell’antologia, attive nella «Voce della Boccaccia», o presenti in «Voce Romana», ma quelle che sono state scelte da Rosangela Zoppi sono tra le più valevoli e moderne, sicuramente le più rappresentative per dimostrare la tesi prefissatasi dalla curatrice e cioè che la poesia femminile non è un sottogenere, una nicchia, un’appendice della letteratura dialettale e tanto meno di quella romanesca, alla quale, anzi, proprio le poetesse hanno fornito in tempi recenti un considerevole apporto quantitativo e qualitativo.
Ugo Onorati
