Le Disperse di Achille Serrao

Recensioni di Anna Maria Farabbi e Mariantonietta Di Sabato

Achille Serrao, Disperse, Albenga, I libri del Quartino, 2008. Immagini di Lia Zucconi. In trenta esemplari.

Mi chiedo spesso – lo penso dentro di me – quanto enorme sia il lavoro attorno e dentro piccole, rare, pubblicazioni di poesia, come questa, curate in ogni dettaglio: la scelta attenta della carta, quella del carattere tipografico, il luogo profondo della parola accanto a quello del disegno. Poeta, pittore, editore, tipografo creano una miniatura, stendendo pubblicamente un intenso microcosmo. Lo soffiano verso il mondo attraverso un numero esiguo di esemplari. Come se fosse dichiarata a voce alta un’ elezione, una selezione preziosa di riceventi lettori. Oppure ci si auspicasse un passaggio del libro fra un popolo di mani, a condizione di molta lentezza nella cultura del fare e del ricevere reciproco.

Amo questi lavori certosini, dentro cui lievita una creazione compiuta con pochi ingredienti calibrati e studiati meticolosamente. Nominiamoli. Intanto, la carta paglia, che apre e chiude l’interiorità dell’ opera, è stata la prima gioia incontrata. Un tempo, la carta paglia veniva usata dai macellai e dai pescivendoli perché la sua qualità sana ed eccellente era unica nel custodire la carne. Con il tempo, è diventata talmente costosa da essere sostituita. Trovarla ad avvolgere la poesia di Achille Serrao, come penso di tutti gli autori della collana del Quartino, è un fatto, una sostanza, per me. Carne o poesia, stessa cosa organica: cibo che entra nell’interiorità, nutre e fa crescere.

Una luce minima sul titolo: Disperse. Queste poesie, questi corpi salvati dentro la carta paglia appunto, raccolti qui, recuperati da una loro ormai quasi definitiva scomparsa. Colti al volo per la resurrezione pubblica. Erano forse fogli nascosti tra fogli. Abitavano forse il vento della casa di un poeta grande. Sono stati afferrati, responsabilizzati, inoltrati verso una lettura pubblica. Annodarli in un unico fascio significa riconoscere loro una sola radice tematica, sviluppandola in sette direzioni, emozioni, ramificazioni.

Ogni testo musica un fondale sonoro con variazioni, nella chiave linguistica cara ad Achille Serrao. Il suo dialetto viscerale, tanto lavorato nel pensiero, nel suono, nella sintesi espressiva, nella ricerca filologica, spinge un ascolto che esige fisicità, sensorialità, sospensione spirituale, passionale, sfondamento nel mistero. Leggo il verso e desidero sentirlo nella voce di Serrao stesso. Come se la pelle lirica, scritta, si sporgesse estremamente dalla scrittura per affacciarsi nell’oralità della voce. Della voce dello stesso poeta. Voce che è canto.

Queste sette impronte poetiche nascono – non c’è alcuna nota critica riguardo al loro effettivo tempo di stesura… e il titolo ci induce a pensare che non abbiano una linearità temporale – da un comune pozzo tematico: il tempo. E’ il tempo quel nodo che stringe le nascite, le poesie, le creature disperse. Che sia tempo atmosferico, con le sue varianti umorali di marzo (‘E Marzo) dentro cui vibra la turbolenza sanguigna in una tessitura terrestre e stellare. Che sia tempo esistenziale, annidato nelle spalle di chi vive coscientemente, drammaticamente, il passaggio di ogni soglia (Comm ‘era) con andatura solitaria e commossa. L’uomo centrato nella poesia, in realtà, nel suo andare, non lascia mai le fondamenta della propria casa: ha un sangue nomade, dentro cui le radici si rafforzano, affondano, limpide e fiere, bagnate nelle segrete profondità dalle sue lacrime interiori. Che sia un tempo dentro cui pulsa una sottilissima, vibratile, cangiante, anima inafferrabile. Un incanto febbrile e lieve che accarezza e intenerisce le croste del cuore dolente, ribattezza la sua vecchiaia e la rinasce (in. Na jurnata ‘e chelle). In un’altalenante oscillazione pendolare, eterna, nel quotidiano fluire delle ore, le cose si umanizzano attorno a noi, nel cromatismo tra luce e ombra, veglia e sonno (‘E cose). Che sia il tempo sacro e drammatico de la Passio, dentro cui il silenzio è liturgico e assoluto: un coagulo zitto e vivissimo nel nodo di misericordia. Qui, il seme di un albero piantato al centro di un cortile svetta come un’ antenna cosmica cantata dai bambini. Unici nel cantare, malgrado ogni altra incalzante distrazione. Che sia il tempo di un viso irripetibile, quello di Cristo, non visibile ma tangibile come il vento. Quel vento che sposta le fondazioni e le terre. E i fogli dispersi, dicevamo, del grande poeta. Che sia il tempo, il vento, della rosa e dell’ape, entrambe regali e sapienti.

Ultima, luminosa, duratura nella sua scia: Na casa acconcia. Achille Serrao chiude con questa finestra poetica, raffinata ed intensa. Una febbre di luce attraversa le imposte e proietta dal cosmo mondi, pupille, moscerini, angeli minuti, in un raggio aereo azzurrino, fosforescente, che segna, dentro il buio, il muro. Come un film che accende improvvisamente la parete, dentro cui anime e ritratti anonimi brillano per un attimo la loro comparsa.

Esco da questa finale, splendida, poesia. Sfioro la carta paglia e il disegno sulla copertina. La mia lampada non fa più luce sopra le parole. Rimane nell’aria la sonorità sensuale, tessuta da concavità liquide, raddoppiamenti consonantici, approfondimenti nelle vocali. La lingua di Caivano, città natale di Achille Serrao, continua a trasmettere arte in questi inchiostri caldi ed esatti, affiancata dagli schizzi rapidi, sintetici, misterici di Lia Zucconi.

Anna Maria Farabbi

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Questa plaquette minima di Achille Serrao è solo un anticipo o assaggio d’una raccolta più ampia a cui l’autore sta lavorando. Definendola “minima”, non ci riferiamo solo al formato del volumetto – un 11×15 di una collanina preziosa curata da Ettore Baraldi –, ma anche alla quantità del contenuto: solo sette poesie, accompagnate da vividi schizzi di Lia Cucconi.

 Ma se minima è la misura, non così la qualità. Qui ritroviamo il Serrao della sua migliore produzione in dialetto, fatta di capacità fantastica in forma di metafora, senso forte delle radici senza municipalismi né rimpianti queruli del tempo passato, possesso sicuro delle moderne tecniche e strategie di composizione, in cui del resto Serrao aveva dato ampia prova nella sua scrittura creativa in italiano, come ampiamente documentato nella collezione di interventi critici, a cura di Cosma Siani, Achille Serrao poeta e narratore pubblicato a Roma dalle Edizioni Cofine di Vincenzo Luciani nel 2004.

A voler notare differenze, del resto non sostanziali, rispetto alla precedente produzione, qui si potrebbe notare una più accentuata piega filosofica, quasi una tensione al metafisico. Un esempio lo troviamo nella conclusione della poesia Na jurnata ‘e chelle (“Una giornata di quelle”), quando dice:  

    E i’ ca ll’anne m’ê strascino ’ncuòllo

    tale e quale ’a cestùnia ’a casarella

    va’ sapé si è na voce

    addò ’a jurnata è na jurnata ’e chelle

    o n’ata verità che s’annasconne 

(E io che gli anni mi trascino addosso / come una tartaruga il guscio / va a capire se è una voce / mentre la giornata è una giornata di quelle / o un’altra verità che si nasconde).

Bene, se questo è solo l’assaggio non possiamo che essere ansiosi di leggere la nuova raccolta nel suo intero.

Mariantonietta Di Sabato