“L’avventure de Pinocchio” di Pierino Pennesi

Recensione di Fabio Prasca

 

Le analogie de “L’avventure de Pinocchio” di Pierino Pennesi con la mia Stornellata de Pinocchio  sono evidenti, per la traduzione in dialetto e il ricorso all’ottava che connotano entrambe le versioni del Pinocchio collodiano.

C’è però una differenza fondamentale, che ha certamente reso il lavoro di Pennesi più gravoso: l’ottava, nella tradizione lumierasca, presenta una concatenazione di rime che lega tra loro le stanze nella chiusa e nell’esordio. Questa caratteristica rende senz’altro più faticosa la versificazione, perché impone un andamento meno libero rispetto all’ottava classica ariostesca, che non presenta questa caratteristica.

“L’avventure” sono più fedeli al racconto collodiano, ma ci sono degli elementi di originalità, perché Pennesi vi interpola sovente le proprie argute osservazioni, che aiutano a sostenere l’andamento narrativo e a tener vive l’attenzione e la partecipazione del lettore.

Ne risulta una fresca vena del dettato poetico, che mi sembra avvicini l’opera di Pennesi più alla stornellata che al poema. Di questa caratteristica ritengo sia prova il frequentissimo ricorso all’indicativo presente, che sembra ricordare più da vicino la occasionalità e la estemporaneità che connotano il canto degli stornellatori.

A volte l’andamento della versificazione è così incalzante da lasciare quasi senza fiato, tanto da non invidiare la condizione di chi quei versi volesse recitare a voce alta o cantare.

Della cennata freschezza sono gradevoli manifestazioni anche talune felici espressioni coloristiche che vivacizzano il racconto e lo popolano di immagini che sembrano provenire dalla vita contadina.

I seguenti esempi possono rendere l’idea:
libbero scapriolà pe’ la pianura
E ruzzava cussì come ‘n gattino
L’acqua ‘ndove s’affuga è quella muta/statece attente a chi ve fa la cicia
e tre vorte lo chiese ‘r ritornello/ de cacio e burro a metta ‘nder tigame
se mise a curra ‘n mezzo a la campagna/come ‘n lepro cor cane a le carcagna,
Le vinne para, come la pulenta
si po’ per caso ‘r bianco fusse nero/vo’ di ch’e proprio morto per davero
Geppetto belle chiome
‘nguattato come stesse a fa la cova
e sculettenno ‘nterra l’arischioppa
nun portarete mae ‘r grano a la mola,
Nun confonna la poppa co’ la prora
Hae capito che razza de cotenna!
come curresse ‘r palio a la Lumiera

E’ interessante notare che si ritrovano delle similitudini con la Stornellata, nel ricorso a talune metafore che vogliono descrivere le stesse situazioni:

doppo la buriana vinne ‘r chiaro / poi che dar nuvolo tornò er sereno (la pace tra Geppetto e Mastro Ciliegia)

tutto sdilongato / tutto sbillongo (il serpente)

l’uva moscatella / ua pizzutello (pur nella scelta di una diversa qualità di vitigni, sembra comune il bisogno di agganciare l’episodio a immagini legate al territorio)

Altre volte, invece, si riscontrano differenze:

l’ambulante che si avvicina a Pinocchio per comprare l’abecedario è descritto da Pennesi “cor vecchio atteggiamento da giudio”; nella Stornellata c’è invece il riferimento a un tipo ben noto nella contemporaneità del commercio ambulante romano: il Tredicine.

Alcuni modi di dire, espressioni e termini propri del lumierasco meriterebbero forse una nota a piè di pagina con una spiegazione per il lettore non autoctono.

In particolare, le seguenti  belle e vivaci espressioni:

sgruppà la callaretta, sgavicchià la bocca, gravuzzelò, le farò paine, santa nega, sguicelònno, lo tironno appollo, apporiateme ‘r bicchiere, mesto a la scartrina, inucellito, marmo ‘mmaquelato, de cajera, le tufa lavorare, ‘nzellava co’ tutte le persone, casca senza da le strangujone, l’allisa appresso, ‘na balletta, a tocchino, portracchio, gravuzzelato, sbevelenno, capagne, ‘ngarzulito, de ‘ntralice, profaguela.

L’opera consente di apprezzare le particolarità del dialetto lumierasco, ma anche le sue affinità con altri dialetti. Che mi è sembrato di individuare:

col romano: la terza persona plurale del passato remoto (feceno, abbruciònno, gridonno, arzonno, ballònno, rivonno, se n’agnedeno, sentinno, strillonno, comincionno) la terza persona plurale dell’imperfetto (èreno) e altre espressioni come ricrompà, liggero, ua, chiappalle, risprennente, cerqua, sangozzava, bionno, aricconteme, annamo, tajola, cazzaccio, buriana, ojo, scojo, dimanna, barretto, ricconto;

col napoletano: nun ce la faciva, fracecato, vuliva, vuliveno, faciveno, dimane, le (per “gli”) disse, abbraccecare, venète e fateve capace, nisciuno, subbeto, risponniva, aviva;

col toscano: ma sentilo costì il che vol fare, pol star sicuro, la ti uncina.

Una notazione a sé merita il frequente ricorrere della vocale “e” al posto della “i” nella seconda persona singolare del presente (voe, hae, poe, sae, fae) e del futuro (pentirae, vedarae, ritrovarae, fermarae, sarae, farae, pagarae), così come in taluni avverbi (mae, ormae, assae), che dona un tocco di antico alla parlata lumierasca.

Le stanze corrono via piacevolmente e l’operazione di far approdare Pinocchio sui Monti della Tolfa pare ben riuscita: complimenti a Pennesi.

Ho scoperto che esiste almeno un’altra trasposizione poetica di Pinocchio in ottava rima, seppure in lingua, con cui l’opera di Pennesi , e pure la Stornellata, potrebbero essere comparate: è il “Poema per Pinocchio”, di Marzio Matteoli, che, guarda caso, presenta una prefazione di David Riondino, che nella Stornellata, anche se non nominato espressamente, è uno degli innominati polli spelati dal Madoff dei Parioli.

Questa la testimonianza resa da Riondino al processo Lande:
«Ero il cliente perfetto per questo tipo di truffa perché non ho mai chiesto nulla indietro per anni. Dagli estratti conto che avevo a disposizione risultava che avevo diritto ad ottenere una somma di un milione 265mila euro, somma che non ho mai visto. A consigliarmi di investire i miei risparmi fu Sabina Guzzanti. Fu lei a suggerirmi il nome di Roberto Torregiani. Consegnai a Torregiani — prosegue l’attore e autore — inizialmente 150 milioni delle vecchie lire frutto della vendita di una casa. Poi, negli anni, gli ho consegnato altre somme di danaro, per un totale di 450 mila euro. Ho perso tutti i miei soldi. Il deus ex machina dell’intera vicenda (leggasi la Volpe…) – conclude – era Lande e me l’aveva detto Torregiani, ho avuto anche dei colloqui con lui. Non sapevo che le società non erano abilitate alla raccolta e risparmio dell’investimento».