“L’avventure de Pinocchio” di Pierino Pennesi in dialetto allumierasco ed in ottava rima

Recensione di Maurizio Rossi

 

La scelta dell’ottava rima, va notato per quanti non frequentano queste zone, affonda in una tradizione antica, che, partendo dai racconti cavallereschi di ariostesca memoria, resta tuttora quasi una bandiera che esprime il carattere di Allumiere, ma anche di molti paesi dell’area. L’ottava rima “cantata”, per quanti hanno l’occasione ormai rara di sentirla, rappresenta l’ultimo atto di una stirpe di cantastorie che arriva fino ai nostri giorni.  È certo questa la domanda che Piero Pennesi si è posto: perché non affidare ai nuovi cantastorie anche le avventure di Pinocchio? (Dalla prefazione di Guglielmo Pinna)

Nella mia professione ho esercitato per qualche tempo ad Allumiere, sui monti della Tolfa, certo più grande del paese di Collodi che diede i natali a Pinocchio, ma simile sia per la collocazione a ridosso di un monte, che per la sua sostanza di “paese”.

Dunque, Pinocchio non fatica ad ambientarsi anche ad Allumiere, né ad inserirsi nel dialetto del luogo, per vivere la sua storia educativa, che Pennesi rivisita con spirito più leggero, ma fedele all’originale e con uno sguardo bambino.

Nella narrazione, l’Autore inserisce sue considerazioni, in dialogo con i lettori, secondo lo stile e l’atteggiamento del “cantastorie”:“-“oh! Grillo ! Oh chi tu sèe?”- disse veloce/ -“Io so’ ‘r Grillo Parlante”- lo sapete/ che ‘r grillo parla ma ‘n’adè feroce…” Talvolta l’intarsio è fatto da un proverbio: “la Gorpe ch’è famosa p’èssa astuta/ chiama Pinocchio e forte lo saluta./L’acqua ‘ndove s’affuga è quella muta,/ statece attente a chi ve fa la cicia/ e, de fatto, Pinocchio nu’ lo fiuta/ ‘r tranello e ce rimette la camicia”

Il ritmo e lo schema delle strofe, quasi “ipnotico” , cattura l’attenzione dell’ascoltatore o del lettore, immergendolo quasi nelle strade e nei luoghi della favola, che diviene così “storia” convissuta. “Mo’ vo’ regazze certo ve pensate/ che ‘r su’ bbà artro avrebbe procurato/ ma Geppetto le disse:-“ So’ restate le torsele e le cocce ch’hae scartato”.

Le strofe a gruppi di tre per pagina, agevolano la lettura; si alternano a disegni in b/n fortemente espressivi ed evocativi del movimento: sono altrettante sottolineature di passaggi significativi e possono essere letti in successione, come un riassunto o una storia a sé.

Mi piace riportare qui due ottave finali in cui il Pennesi ci fa dono della sua filosofia e del suo mondo poetico:

“Mo’ qui ve dico come me la sento/ Pinocchio è diventato ‘n regazzino/ che v’ho da dì,  io guase me ne pento/ a veda ‘nde ‘n cantone ‘r burrattino/ inanimato e senza sentimento/ abbandonato ‘n terra ar su’ destino,/ però Pinocchio pare compiaciuto/ de ‘sto gran cambiamento ch’ha voluto./”…

“La profaguela adesso è terminata/ e io nun vojo facce la morale/ ma quanno che la sorte pare ‘ngrata/ pensàsse ‘n burrattino nun fa male/ ché la vita s’è troppo complicata/ e sèmo come l’onne ar maestrale;/ a pialle le cose pe’ ‘r su’ verso/ nisciun’ora de vita è tempo perso!//”

Nella prima, sembra quasi un papà che, guardando il figlio ormai adulto e maturo, rimpianga il bambino che era, con i suoi capricci, le disubbidienze, ma con tutta la spontaneità e la dipendenza dell’infanzia. Nella seconda, afferma la necessità di “farsi marionetta” nella  sorte avversa, come il marinaio quando, sul mare agitato, prende “a verso” l’onda che rischia di rovesciare la barca: una saggezza antica, eco di un tempo in cui il Fato decideva il destino degli uomini, ai quali restava la scelta di sottomissione paziente o di ribellione tragica.

 

 

Maurizio Rossi

 

 

 

 

Pubblicato il 10 maggio 2020