L’apocrifo nel baule di Michele Brancale

Recensione di Gian Piero Stefanoni

 

Sembra un passaggio di consegne con se stesso, con la propria storia e le proprie origini quest’ultima, riuscitissima raccolta di Michele Brancale, autore fiorentino ma lucano di origine che ha fatto dell’intreccio fra eticità e sacralità del quotidiano la chiave di volta dei suoi racconti.

Dietro il ritrovamento in un vecchio baule di poesie giovanili di una figura a lui evidentemente molto cara (ma di cui non sarà rivelata l’identità) e che, forse nel tentativo di far rivivere e chiarire, chiarirsi dinamiche e movimenti prova a riscriverne dai testi stessi i motivi, si cela la necessità di una comprensione delle molteplici identità che lo compongono e che chiedono resa nella velocità di un presente che non ha memoria. E dunque per questo, nell’omaggio ora serissimo e tenerissimo ora anche sarcastico di uomini e luoghi, si fa paradigma di un’assunzione, di una responsabilità di vita ancora accesa a riproporsi nelle speranze e nelle dolenze di una terra che sa- e non può trattenere- i suoi desideri e i suoi legami.

È un discorso a reinterrogarci su cosa ci porta, oltre che sul da dove veniamo, in un tempo come detto in cui tutto sembra azzerarsi in una neutra violenza di cancellazioni- e di silenzi- che ha nei ricordi di guerra per mare dall’ultimo conflitto la sua partenza, il protagonista fermato nella lastra di attacchi e naufragi, di vittime a cui dar sepoltura e di uomini a riemergere da fotografie e coscienze a ricordare dai volti l’anima e la carne di compagni, di giovani vinti a se stessi. E c’è, subito, da qui come ben rivelato da Roberto M. Corsi nella prefazione il primo livello di sdoppiamento, di richiamo alla cronaca attuale, in quelle sagome rifiutate dal mare, dal cui fondo “sembravano/scaturire le forme di esseri neri”, in cui possiamo riconoscere le tante vittime delle migrazioni dei nostri giorni.

Ed è un testo su tutti a sciogliere e a spiegare il senso del libro, “La voce”, in cui il reduce dopo tanti anni non cessa di svegliarsi di soprassalto di notte nella comprensione però di dover dare ascolto e pronuncia di forza al tormento nella spinta “ogni giorno, a costruire una diga/al male che deflagra, all’esplosione”. Questa allora la consegna di cui parlavamo all’inizio e che Brancale sostiene- e difende- nell’accompagnamento di una quotidiana esigenza di semplicità e d’amore, di un ricominciamento che qui ha il sapore del ragazzo finalmente fuori dal conflitto tra serenate ed incontri di ragazze, di una ricostruzione fatta di sacrifici e aspettative, di grazia di incontri ma anche di nuove malinconie, di dolorosi controcanti.

Qui il dettato volge allora al ricordo della terra d’origine, la Lucania a cui il protagonista torna nella memoria di un ascolto che passa per immagini di un’antica e dura fatica, il suo paese “un mucchio di case su crete arse”, nel “canto mesto del lavoro” i muli, le campane a dire e riempire la valle. E poi tutto un quadro di affetti e vicende locali nell’affresco di piccole e grandi invidie, di rancori covati e di figure singolari, di leggende sacre e di tempra d’uomini e donne forti nella confidenza di una terra di cui giocoforza si accetta la sfida (come quei mulattieri nel canto) seppure nel tremore di gente, di qualcuno “che da questa vita/ sembra non sperare più niente”.

Così questa veste a cui tante donne e tanti uomini evocati richiamano, in un calzare incarnato che ci pronuncia assai più di quanto sospettiamo, viene a confessarci alla luce di un’appartenenza che si va sgretolando, a segnare nella incrinazione un’identità incisa nelle separazioni quando non nei disconoscimenti. Rammentarlo allora come fa Brancale in un tempo in cui si accresce il numero di chi si fa forte di questo è un atto anche politico se per politico intendiamo, nell’esserci necessario e sempre presente del dire poetico, la capacità di illuminare l’uomo rimemorandolo dalle distanze. Che poi è ciò che solo basterebbe per approfondire la lettura di un autore mai banale (lo stesso apocrifo forse un mero escamotage della Storia).

Michele Brancale, L’apocrifo nel baule, Passigli, Bagno a Ripoli (Fi), 2019.

 

Michele Brancale, nato in Basilicata nel 1966,  da tempo vive e lavora a Firenze. Collaboratore di giornali e periodici come «La Nazione», «Avvenire», redattore della rivista «Gradiva», ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie: “La fontana d’acciaio” (Polistampa, 2007), “Salmi metropolitani” (con uno scritto di Antonio Tabucchi, Edizioni del Leone, 2009), “La perla di Lolek” (Giuliano Ladolfi, 2011), “A regime di brezza mite” (LucaniArt, 2012) e “Rosa dei Tempi” (con prefazione di Gianni D’Elia, Passigli, 2014 – finalista al Premio letterario Camaiore). Tra le altre sue pubblicazioni: i racconti di “Soave e invecchiato” (Polistampa, 2007), il racconto “Il braccialetto di Toledo” (con illustrazioni di Paolo Penko, Giuliano Ladolfi, 2012) e il romanzo “Esodo in ombra” (Giuliano Ladolfi, 2016).