L’Antologia Romanesca al femminile di Rosangela Zoppi

Lettura e scelta di poesie di Maurizio Rossi

Er dialetto ched’è, na scorciatora/ che porta li penzieri alla parola;/ è una parlata che nun è dottora/ benché li dotti li rimanni a scòla” Efficacissimo esergo all’antologia, incipit di un sonetto di Giorgio Roberti (Er dialetto), poeta, studioso del romanesco e fondatore del Centro Romanesco Trilussa (1970). Trai suoi meriti, quello di favorire, insieme all’Accademia G. G. Belli (presidenti Caporaso e poi Peppe Renzi) più vasta conoscenza e affermazione delle donne poetesse, rendendole protagoniste a pieno titolo del mondo dialettale romano, accanto ai colleghi uomini.

Rosangela Zoppi, poetessa sia in lingua che in romanesco – studiato, oltre che usato, con passione – scrittrice, saggista, traduttrice, realizza con questa, un’opera preziosa, originale e necessaria per disegnare finalmente un panorama ampio di un ambito ingiustamente trascurato.

L’attenzione al mondo poetico femminile e la partecipazione al movimento autenticamente femminista si apprezzano già dall’introduzione all’antologia, approfondita e di agevole lettura come nel nel suo stile.

L’autrice ripercorre con rigore la scoperta della poesia dialettale, le prime antologie, dove erano “ospitate” una o due poetesse; la critica e il sospetto vissuti dal mondo letterario maschile, tendente a sminuire i versi dialettali di donne che in questa antologia mostrano tutta la loro originalità e forza evocativa. “C’è infine da aggiungere che il dialetto in genere, e quello romanesco in particolare, era allora considerato una varietà di lingua bassa e volgare, legata soprattutto all’oralità…il suo utilizzo da parte di una donna, assolutamente non previsto, sarebbe stato considerato del tutto sconveniente”.

Concause della difficile affermazione furono le resistenze nei confronti della lingua dialettale, vista fino agli anni cinquanta del secolo scorso come un’ostacolo all’unificazione linguistica dell’Italia, all’istruzione di massa e al diffondersi dei media; ma anche la resistenza all’emancipazione femminile in ambito sociale, culturale, familiare. Ricorda ancora la Zoppi che l’accettazione dei dialetti da parte del mondo culturale fu possibile grazie a illuminati “ferventi laudatores della cultura autoctona” come Filippo Fichera, poeta, critico, commediografo, fondatore nel 1917 del Convivio Letterario; grazie a Pierpaolo Pasolini, autore di Poesie a Casarsa nel 1942, in dialetto friulano, e dell’antologia “Poesia dialettale del Novecento” (1952) insieme con Mario dell’Arco; e per merito di tanti altri autori e studiosi ( Contini, Mengaldo, Calvino, Serrao).

Per troppo tempo prevalse anche in ambito culturale un atteggiamento sessista e discriminatorio, nonostante la sensibilità che la cultura avrebbe dovuto fornire al versante maschile, spiega la curatrice dell’antologia. Occorre attendere il 1968 e la piena visibilità, anche in Italia, del movimento femminista, per avere una spinta propulsiva in grado di abbattere – almeno iniziare a – il muro tra i generi uomo-donna in tutti gli ambiti della vita. Molto c’è ancora da fare.

La Zoppi ha raccolto in questo libro cinquantadue poetesse, ricercandone notizie bio bibliografiche con l’accuratezza che la contraddistingue; ha operato una significativa selezione dei componimenti; infine ha scritto lei stessa o riportato note critiche sulle autrici.

L’orizzonte descritto è ricco e vario e le opere sono di assoluto valore linguistico e tematico: tra le tante antologizzate, particolarmente commovente, oltre che ammirevole per stile e senso, La Crociera Raffaella, giovane poetessa, la cui vicenda umana commosse l’Italia degli anni cinquanta del novecento; la stessa Zoppi, autrice in lingua e in dialetto, dal verseggiare fluido e misurato: il proprio inserimento nel volume non mi sembra un autocompiacimento, ma il desiderio di offrire un panorama completo, una sinfonia corale di timbri differenti e cromatismi più vari.

Risultano ancora una volta evidenti le differenze della poesia al femminile – anche in quella dialettale – come del resto in altre espressioni artistiche: varietà e ricchezza di vita, profondo legame tra corpo e natura, desiderio di compresione spesso disatteso, ricerca di una propria identità al di là di un ruolo sociale imposto o richiesto.

Aggiungo che “Romane per molti versi” è titolo efficacissimo, non solo per l’accezione quantitativa, ma per la varietà di forme e temi che rendono le autrici “autenticamente romane”; parte di quella vasta schiera di poeti dialettali, che nel caso della Città Eterna hanno scritto per mantenere viva la lingua, nelle sue espressioni proprie e non desuete o archeologiche; affrancandosi anche – per quanto possibile – dalle forme chiuse proprie del Romanesco.

 

Anna Caterina Marino (1951)

…Per quanto riguarda la passione per la poesia in dialetto, che coltiva da anni, ha avuto come maestro Luciano Luciani (1934-1992), uno dei maggiori poeti ro-maneschi contemporanei, componente del gruppo dei fondatori del Centro Romanesco Trilussa, di cui fu a lungo segretario e consigliere. Scrive in genere sonetti, ma anche quartine organizzate in tre endecasillabi e un settenario finale, schema che conferisce al testo una particolare musicalità. Nelle sue poesie, spesso caratterizzate dal sentimento della nostalgia, si rintracciano anche l’arguzia e l’ironia, tipiche della romanità.

Era Natale

Nella soffitta, tutto imporverato,

lo scatolone de Natale aspetta.

Lo porto in braccio fino a la stanzetta

che odora de passato.

Ricordi, sogni, tenere emozioni,

come da un vecchio, logoro forziere

sorteno fora antiche primavere

de passate stagioni.

Un sacco tutto pieno de palline,

stelline, nastri, angeli dorati

e pigne, fiocchi, tutti illuminati

da mille candeline.

Nello sbrilluccicà de ‘na pallina

me pare quasi de vedé ‘na mano

forte, sicura e, poco più lontano,

na mano piccolina.

Fòri pioveva e drento la cucina

sbrilluccicava un piccolo arberello.

Pochi ornamenti eppure tanto bello…

…e Anna regazzina.

Passeno li Natali, e ormai è lontano

quell’arberello drento la cucina,

eppure, mentre attacco’na stellina,

cerco ancora ‘na mano.


Nicoletta Chiaromonte

Nata a Roma nel 1954 è cantante e chitarrista autodidatta, interessata alla musica celtica galiziana; è cultrice della canzone napoletana (popolare e classica), siciliana e romana. Ha fatto parte del trio Campus Stellae, che eseguiva brani musicali della Galizia. Ha partecipato, come esecutrice e consulente, a numerose manifestazioni di tipo culturale e divulgativo.

«Il lettore non troverà qui né la rappresentazione delle virtù e dei vizi di un popolo che peraltro neppure più esiste, né l’evocazione nostalgica di una “Roma sparita”; né c’è spazio per la satira, l’ironia, lo sberleffo, l’invettiva, l’arguta moralità, la vis comica e buffonesca: tutti ingredienti che risultano addirittura costitutivi della tradizione vernacolare a partire dal sommo Gioachino. È una linea di poesia che ha dato anche risultati notevoli (non si vuol dare alcun giudizio di valore) ma che Nicoletta volutamente oltrepassa, ripartendo piuttosto dall’esempio dei due poeti – Mario dell’Arco e Mauro Marè – che nella seconda metà del secolo scorso hanno davvero rivoluzionato il modo di far poesia in quel dialetto.»

(F. Paolo Memmo, prefazione a Ale a volà)

SO’ IO (A mia sorella Primiana)

So’ io sto corpo che me porto appresso,

intorcinato, ossa, sangue e pelle,

ogni giorno più stronzo, più ribbelle.

So’ io. Me pesa er tempo ch’è volato,

zavorra de penzieri e d’emozzioni,

de desideri, musica, canzoni

perze nell’aria stinta der passato.

So’ io. Coccia de morto ne la faccia,

respiro un po’ più corto, più affannato,

passo stentato e incerto, fiacche braccia

p’abbraccicà un amore snaturato.

Commare Secca smiccia dar cantone.

Aspetta che se chiude la partita

pe raccattà li scarti de la vita:

sto corpo stracco, inutile, cojone.

Dice che tutto aggiusta e tutto spialla5.

E allora sarà bòna la sortita,

ché senz’aggravio viaggerò spedita,

sciorta e leggera, come ’na farfalla.


Raffaella La Crociera

Il suo nome balzò agli onori della cronaca nel 1954, quando, inchiodata a letto da circa un anno a causa del terribile lupus eritematoso sistemico che l’aveva col- pita, ebbe modo di ascoltare il disperato appello radiofonico rivolto dalla Rai a tutti gli italiani affinché partecipassero numerosi alla raccolta di fondi a favore della popolazione della Costiera Amalfitana, colpita da una terribile alluvione.L’appello commosse Raffaella, che si dispiacque di non poter partecipare alla pubblica sottoscrizione poiché gli scarsi mezzi economici della sua famiglia si erano ulteriormente ristretti a causa della sua malattia. La fanciulla ebbe però un’idea: scelse dal suo quaderno una poesia intitolata “Er zinale”, dai versi sem- plici e malinconici, e la fece recapitare dal padre alla sede Rai con una letterina in cui spiegava che quei versi erano la sola cosa che poteva offrire per gli alluvionati.

La poesia, letta alla radio domenica 31 ottobre da Giovanni Gigliozzi, durante la storica trasmissione Radio Campidoglio, fece breccia nel cuore degli italiani, i quali parteciparono numerosi all’asta che da quel momento venne indetta. La poesia fu aggiudicata alla principessa francese Beatrice Fiorenza Cenci-Bolognetti34 per la cifra di mezzo milione di lire dell’epoca che venne devoluta agli alluvionati.

Er zinale

Giranno distratta pe casa,

tra tanta robba sfusa,

ha trovato: ah! come er tempo vola,

er zinale de scola.

Nero, sguarcito,

un pò vecchio e rattoppato,

è rimasto l’amico der tempo passato.

Lo guarda e come se gnente fusse

a quell’occhioni

spunteno li lucciconi,

e se rivede studente

allegra e sbarazzina

tanto grande, ma bambina.

Lo guarda e come un’eco risente

quelle voci sommesse: Presente!

Li singhiozzi, li pianti,

li mormorii fra li banchi,

e senti…senti…

pure li suggerimenti.

Tutto rivede e fra quer che resta,

c’è la cara sora maestra.

Sospira l’ècchese studente, perché sa

che a scola sua non ce potrà riannà.

Lei cià artri Professori, poverina.

Lei cià li Professori de medicina.


Giulietta Picconieri

(1903-1987)

«… in tutta la poesia romanesca, per quanto la si giri a lungo e per largo nulla di simile è dato trovare; mentre i grossi nomi della poesia in lingua che vengono in mente (per tralasciare tutta quella poesia anonima di lamenti, di monache, di mogli, di figlie, che, forse, ne costituisce il più ragionevole precedente) non riflettono mai tanta varietà e ricchezza di vita femminile. È la strada che la Picconieri ha intrapreso da sola, e sulla quale percorrerà un assai lungo cammino».

(L. Volpicelli, prefazione a Casa e bottega)

La madre

Ècchelo lì: buttato drento ar letto,

cor fiato grosso e co’ le guance accese,

ridotto ’no straccetto.

Li regazzini fanno ’ste sorprese:

ieri pieni de vita, de pretese,

de capricci, de strilli,

vivaci, prepotenti,

zompanno tutto er giorno come grilli…

E mo’ li vedi mosci, sonnolenti,

co’ l’occhietti velati,

in un fonno de letto, rinnicchiati,

a fasse accarezzà le guance rosse.

Te sei scordata tutto, in quer momento:

senti solo quer foco ne’ la mano;

senti solo la tosse

che je sbatte la testa sur cuscino;

e je baci la fronte, piano piano,

pe’ sentilla scottà più da vicino.

Che te n’importa de li scarabbocchi

che t’hanno fatto sotto la finestra?

Che te n’importa de li buci ar muro?

Li cassetti sò rotti? Se rifanno!

Ieri ha risposto male a la maestra?

Eh, capirai che danno!

Te sei scordata puro

d’aveje detto: «Boia delinguente!…»

Te viè da piagne; e preghi solamente

che la Madonna te lo tiri fori!…

E je prometti cento communioni,

na montagna de fiori,

perché tu’ fijo torni a rillegratte

co’ le mascarzonate de ’na vorta!…

Ma appena che s’è arzato da quer letto

e l’hai fatto sortì da quela porta,

aritorna de novo a scatenasse

peggio der peggio spirito folletto.

E allora tu ariperdi la pazzienza

E l’arichiami: «Boia, mascarzone,

schifoso, porco, lenza…

ché si moriva quanno ch’era l’ora,

mo’ stavi mejo, stavi da signora

e avevi già finito

de tribbolà pe’ lui, brutta carogna!…

Ch’è l’ora de finilla,

ch’è peggio de la tigna e de la rogna!…»

E quasi te convinci

che senza fiji stavi più tranquilla…

Ma appena te n’accorgi che sta male,

che l’occhi je s’allustreno un pochetto,

l’arificchi, de corza, drento ar letto

e, accanto a lui, piagnenno, aricominci!…

(Da Casa e bottega)


Emilia Santangelo

(1898-1988)

Per quanto riguarda la poesia romanesca, Emilia Santangelo (che inizialmente si firmava Emilia di Sant’Angelo) pubblicò due volumetti: Romanesca 1945, edito da De Carlo, nel 1953, in cinquecento esemplari firmati dall’Autrice, con disegni di Orfeo Tamburi, Trilussa ed Ercole Brini, e Romanesca, pubblicato nel 1961 dall’editore Canesi. Fu ritratta da Renato Guttuso, Giorgio De Chirico e Alberto Savinio, il quale, secondo quanto racconta Ennio Flaiano nell’articolo “L’astrologo sugli Appennini e la gitana in città”28, dà di Emilia Santangelo la seguente curiosa descrizione: «Perché Emilia non è la “rappresentante” dell’ottimismo, è l’Ottimismo fatto persona, come Euterpe la musica e Arpocrate il silenzio. […] Monumentale come Cibele, generosa di petto come Gea, alta e maestosa come Giunone. […] Come di altri personaggi monumentali, la voce di Emilia Santangelo è infantile ma squil- lantissima; che ella usa sia per parlare torrentizialmente sia per cantare arie di Pergolesi o lieder di Schubert, sia per ridere».

Inverno 1945

Guera ner celo, guera drent’ar core.

Aria de sangue gelo in de le strade.

Er regazzino piagne pe’ la fame,

la madre se lo strigne ar petto magro

forse pentita der giorno ch’è nato.

All’angolo ’na donna s’è fermata

pe’ venne certo pane nero nero

a venticinque lire lo sfilato.

C’è ’n vecchio che lo guarda spalidito,

poi s’allontana sverto, ma ritorna

e te se compra ’n chilo de ’sto pane:

però in quer gelo, nun cià più er partò2.

Du’ regazzette co’ li carzettoni,

li piedi guasi guasi senza scarpe,

passeno serie come du’ vecchiette.

Intant’in frotta co’ l’americani

vanno tre serve tutte ’mpellicciate

che rideno, magnanno cioccolata

e ciappotteno ingrese ar maccarò1.

Er vetturino te l’aspetta ar varco

co’ l’aria de ’n imperato’ romano

e te li porta a spasso scanzonato

perché je s’è concrusa la giornata.

Du’ regazzi co’ la banniera rossa

fanno ’na palla cor fango gelato

e la tireno appresso ar vetturino.

Pass’un cuppè2 co’ drento er zelandese

che tiè le gambe fôra ar finestrino

e te soride come Josephine

quanno ballò vestita de banana.

All’angolo quer pane è terminato.

u regazzino cerca inginocchiato

le mulichelle de quello cascato.

(Da Romanesca)


Maddalena Capalbi

(1948)

Maddalena Capalbi, nata a Roma nel 1948, lavora e vive a Milano dal 1973. Appassionata di scrittura, dopo un paio di prove in lingua (Fluttuazioni, LietoColle, 2005 e Olio, LietoColle, 2007), ha rivolto la sua attenzione al dialetto della sua città natale, scelto, così sostiene lei stessa, «non per affermare un’identità intesa come diversità, ma per scrivere in una lingua ca-

pace di suscitare emozioni e, nello stesso tempo, per salvare quelle culture locali che tutte insieme contribuiscono a formare un Paese unito».

«Ha capito che solo il dialetto è qualche volta l’unico antidoto contro certa ‘finzione’ letteraria, contro la tentazione di un sublime astratto che percorre parte della poesia contemporanea».

(P. Marelli, prefazione ad Arivojo tutto)

La stilettata

Da li vetri de la cammera

na luce

come ’na stillettata

svìcola

e ariva drento ar petto,

dar bucio s’ariccoje

quelo che nun hai

ariccontato mai.

Ribbelle

Si penzi de mollà

li porzi mia

e famme cadé

e annisconneme

in fonno a la tera

pe famme magnà

da li vermi

e arostimme

dar foco,

hai capito male

bello mio,

stavòrta senza pavura

m’aribbello

e te sottero io.

Rosangela Zoppi, Romane per molti versi, Antologia della poesia romanesca al femminile, Edizioni Cofine, RM 2025