L’antico ritornello di Lucio Zaniboni

Recensione di Pietro Civitareale

 

Più che una raccolta di poesie definirei questa nuova silloge di Lucio Zaniboni un “poemetto”, una sorta di diario in versi con una sua interna coerenza tematica e stilistica, con una sua ispirazione unitaria che adombra una condizione esistenziale compatta ed omogenea, colta nel suo dinamismo psichico ed intellettivo. La stessa disposizione delle poesie ne è un indizio: 137 testi collocati uno di seguito all’altro, senza soluzione di continuità, (cioè senza vuoti spaziali né interferenze didascaliche) in solo 90 pagine, dimostrano la consistenza e la continuità dell’empito ispirativo che sostiene tutta la raccolta.

Ciò è l’indice di una concezione onnicomprensiva della realtà, di una visione, e introspezione insieme, dell’essere nella sua totalità, nella sua pienezza vitale: cosa che equivale ad un atteggiamento speculativo, in cui il soggetto e l’oggetto, il sé e l’altro da sé, sono un binomio interattivo, costituiscono una sola entità, una sola essenza, nei termini di un metamorfismo in cui viene superata ogni insufficienza ad essere, ogni remora ad esprimersi in una unitaria prospettiva di giudizio, che si traduce in una perfetta coincidenza tra descrizione e riflessione, tra concretezza e slancio effusivo, tra affermazione e dubbio che sfuma in una sfuggente allusività: il tutto in obbedienza ad una urgenza comunicativa assoluta: “Domani, accadrà forse domani, / non oggi che la musica si piega / come salice al vento. / Domani, accadrà domani. / Ora lascia che l’acqua scorra / oltre le mani, vanamente protese / a cercare di fermare il tempo” (pag.15)

In una siffatta poesia, pertanto, la memoria gioca un ruolo primario. Una memoria nella quale le tematiche dominanti sono la terra natale, l’infanzia con le sue tensioni, le sue inquietudini, i suoi momenti decisivi, ma anche le sue illusioni, le sue ricerche, i suoi interrogativi, e soprattutto il gusto per una sensualità pagana della terra, nei termini di un dettato poetico sempre fedele ai suoi oggetti, al carattere definito della sua visione, ma spoglio di ogni mitologia tradizionale ed attestata, al contrario, su una forma di cominicazione che oscilla tra realtà ed allusione, tra concretezza ed amplificazione emotiva dei fatti, dei gesti e dei comportamenti usuali: “Non mi piaceva spigolare, / ma quelle reste d’oro / nascondevano il pane. / Ricordo un fanciullo biondo / in mezzo ad un sole di paglia, / sotto una volta cristallina, / vasta fino all’orizzonte, / oltre il ponte / che limitava il mondo / della verde età. / Quarantaquattro, ultimi lampi di guerra / nella mia terra vicina al mare” (pag. 54).

Recensendo, a suo tempo, Quadricromia dell’equivoco (1983) e Coscienza e sogno (1984) scrivemmo che l’esperienza poetica di Lucio Zaniboni esprime, con uno stilismo tutto intelligenza e fisiologia e nella comprensività di un dettato costellato di pause, ma denso di realtà viste, pensate e sperimentate, quasi una presa di possesso del coacervo oggettuale, del bestiario umano e naturalistico della civiltà contenporanea, dei nuovi e minacciosi fantasmi della vita e della morte.

Nella presente raccolta tale atteggiamento non cambia, ma si specializza in una critica sociologica più o meno declinata entro il vasto contesto della demistificazione linguistica rappresentata dalle ricerche espressive di questi ultimi decenni, nonché della corrosione instaurata nelle trame profonde del rapporto linguaggio-società, che si evidenzia nella erosione degli oggetti, nella banalizzazione dei volti, nella sconfessione dei miti sociali. Una critica cioè che si giustifica nell’obbedienza ad una ideologia sarcasticamente scettica verso il mondo e la realtà sociale del nostro tempo, di cui rileva i segni incongrui, i feticci, gli status simbol, in una sorta di rendiconto di oggetti che tira fuori dalle macerie di un rovinoso presente.

Una poesia, dunque, quella di Lucio Zaniboni che rifiuta ogni immobilismo contemplativo e si mostra tutta tesa verso un dinamismo concettuale e descrittivo, pur mantenendosi sempre su una estrema linearità linguistica, su di un continuo compromesso col presente su cui esercita una influenza morale ed emotiva che confina spesso con un desiderio di estraniazione soggettiva, con un compromesso sofferto e/o irridente con la realtà delle cose.

 

Lucio Zaniboni, L’antico ritornello, Edizioni Laterza, Bari, 2019, pp. 92

 

Pietro Civitareale

 

 

Pubblicato 15 febbraio 2020