Profumava di fiori, quelli piccoli, delicati, nascosti dall’erba alta, come me. Tra le loro corolle variopinte, mi divertivo a scovare api e coccinelle indispettite dalla mia irruenza. Un’altra annusatina per non sbagliare. Sì, sì, è profumo di fiore. Poi, la guardai e vidi che aveva le stelline negli occhi, le stesse che rubai dallo sguardo atterrito della mia mamma. Le mani del padrone mi strapparono da lei quando avevo appena due mesi, buttandomi fuori dal cancello che recintava l’allevamento. L’unica femmina di quattro cuccioli di cane Setter. L’uomo col camice verde aveva parlato chiaro: displasia alle anche (le mie zampine a mala pena avrebbero potuto camminare, figuriamoci cacciare!). Chiuso. Fine. Buttata fuori nella notte e atterrata, per fortuna, su un grosso cespo di cicoria.
Mi voltai, un po’ ammaccata, verso il recinto sperando di vedere la mamma o i fratellini. Sentii appena il suo pianto coperto dal cigolio rugginoso del cancello. Il buio della notte mi avvolse come una coperta buia e rumorosa. Quelle luci, che ballavano lungo la strada, non le avevo mai viste. Quell’odore sconosciuto, aspro e dolce insieme, mi faceva starnutire ogni due passi. Mi allontanai, seguendo l’odore dell’erba, senza pensare, senza piangere, per non distrarmi, come mi aveva insegnato la mamma.
Guidata da una leggera traccia di umani, mi fermai, stremata, sul tappetino dell’uscio di una casa solitaria, tra la campagna e la città. Cercai di accoccolarmi, ma ero troppo indolenzita dall’urto di una grande cuccia con le ruote, chiamata dal padrone “automobile”, che mi aveva quasi travolto. Avevo stiracchiato le zampine posteriori, poi la schiena e infine le zampine davanti, ciondolando ben bene la testa. Niente di rotto. Ma che stanchezza! Prima di assopirmi, pensai a quanto fosse complicato vivere nel mondo degli umani.
Guardai sopra di me tane piccole, lucine baluginanti, con al centro una palla tonda e luminosa che mi seguiva, mi guardava, mi precedeva allungando la mia ombra sul prato. Mi tranquillizzava quella luce nel buio, come lo sguardo della mamma quando mi diceva, stringendomi a sé: «Guarda sempre gli occhi degli umani, piccola mia. Se ci vedi dentro un po’ di cielo, ti ameranno per sempre. Altrimenti, scappa via». Cullata dentro quel pezzetto di cielo, scivolai nel sonno.
Le mani che mi tenevano erano grandi e morbide, profumate di pappa. Mi accarezzavano sulla testa, sulla pancia, dietro le orecchie, e massaggiavano le zampine indolenzite dall’urto. Qualcosa di tiepido mi strofinava tutta come la lingua della mamma quando mi lavava. Aprii gli occhi piano piano. Lo sguardo fatto di stelline era lì, mi osservava. Sentivo di nuovo un profumo di fiori tra le orecchie. Quegli occhi erano teneri, con lo stesso riflesso della grande luce nella ciotola dell’acqua. Tranquilla, mi abbandonai a tutta quella dolcezza, ripensando alle storie della mamma e a quanto la grande luce della notte fosse capace di leggere i sogni e i pensieri di chi ha il cuore pieno di fiori e coccinelle. Se l’avessi guardata, quella grande luce, mi avrebbe parlato di lei e lei avrebbe saputo di me.
Quando mi svegliai del tutto dal torpore, mi sentii subito meglio. Avevo intorno a me il profumo di una grande magnolia piena di passeri, una cuccia di legno con all’interno un morbido tappetino e una copertina di lana. Dentro la cuccia, mi aspettava un amico di stoffa, un topolino bianco e morbido come me, col quale avrei passato le mie notti solitarie in attesa di una sorellina. C’era anche una ciotola di crocchette piccole e appetitose e una di acqua freschissima. «Appena in tempo ad imparare a mangiare», pensavo tra me e me, quando sentii la mia voce modulare un pianto di nostalgia che riempiva la cuccia e usciva dal giardino fin su nel cielo stellato. «Lida, non piangere». Ecco pronunciare il mio nome. Mi piaceva.
A quel suono, da allora in poi, avrei dovuto accorrere, gioire e, una volta cresciuta la coda, scodinzolare d’impazienza per le carezze. Il profumo si avvicinò e di nuovo sentii la morbidezza delle mani. Il suo viso si avvicinò proprio lì, al centro della testa, come faceva la mamma. Ci guardammo negli occhi. Dentro il mio piccolo cuore volarono milioni di coccinelle che, con le loro alucce, tutte insieme dicevano: «Questo è l’amore». Imparai quella nuova bellissima parola.
Quando venni riadagiata nella cuccia, mi addormentai subito, poi una civetta cantò alla notte e mi svegliai. Misi il muso fuori dalla cuccia. C’era profumo di rugiada. Nel cielo, sopra la punta più alta dell’albero che abitava quello che sarebbe stato il mio giardino, la grande luce splendeva maestosa sciogliendo latte sul terrazzo, sulle foglie dell’albero. Leccai per terra, ma il latte restava lì, senza bagnarmi la lingua. Alzai la testa per guardare bene quell’enorme palla che si scioglieva sulla terra senza consumarsi. Capii cosa volesse dirmi la mia mamma.
Quegli umani col riflesso negli occhi amano tutto ciò che gli altri non vedono o non sentono: ogni piccolo fiore che sboccia, ogni filo d’erba che canta al vento. Amano te, che sei stata scartata, e perdonano chi ti ha abbandonato perché non sanno. Mi addormentai di nuovo, protetta dal latte che non si scioglie e dal profumo di lei, che della grande luce aveva pieno il cuore.
Oggi sono grande, bella, e comprendo tanti suoni degli umani. So che la mia mamma umana si chiame Beatrice e che la grande luce si chiama “luna”. Così, quando la luna sta per sciogliersi, mi metto seduta a guardarla e ad aspettare. Lei dice che la mia mamma sa di me, e che i miei fratellini non mi dimenticheranno. Le rispondo cantando, perché so che la mi voce può raggiungerla. Canto perché so che le mani della mia mamma umana trasformano il mio piccolo cuore di luna, come fa il ragno che abita la mia cuccia, in tanti fili ricamati sul prato bianco. E so che, quando la luna va a dormire, lei si sveglia con un sorriso. Mentre riempie d’acqua la mia ciotola, aspetta che mi avvicini al suo viso così che possa baciarmi e assicurarsi ch’io comprenda com’è fatto l’amore.
Il veterinario che mi ha seguito durante tutta la mia vita, non si sarebbe mai aspettato che vivessi giocando e correndo per così tanto tempo, nonostante la fragilità delle zampe. Ma lui non sa che l’amore può tutto e che, all’età di quinci anni, una notte di dicembre (da tempo la notte vivevo in casa), la mia mamma umana si svegliò proprio mentre il mio cuore aveva deciso di essere stanco. Chiusi gli occhi, immersa in quell’ultimo bacio, e, spinta dalle sue lacrime, volai verso la luna.
Beatrice Ricottilli