L’albero della vita di Bruno Lijoi

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

La scelta del titolo per una raccolta poetica è forse la cosa più difficile, dovendo questo rispondere a criteri di originalità e di novità; così accade che si scelgano titoli suggestivi di tutt’altra poesia da quella raccolta o che non rispondono pienamente alla scrittura poetica. Nel caso di Lijoi, la scelta -certo non originale- ha il pregio di introdurre realmente alla piccola antologia poetica e di darne una chiave interpretativa molto significativa.

L’albero è metafora dell’uomo, e dell’uomo Lijoi, ben radicato sulla terra, schietto e concreto; aperto all’atmosfera della relazione e teso all’infinito, con le idee e i sentimenti pronti a rinverdirsi, per rimanere dentro il suo tempo e nel tempo dell’esistere. L’albero suggerisce anche la necessità, nella nostra vita “fast”, di fermarsi, per affrontare la “lotta” col tempo e con le stagioni; la necessità di non sottrarsi alle intemperie e alle avversità; inoltre è consapevole dell’ombra, come qualcosa di suo, del suo “fare”. “Ora mi fermo. /Mi fermo/ a respirare l’aria/ a soddisfare gli occhi/…mi guardo intorno/ impaurito e spaesato/…” (Si corre)

Fermarsi ha un senso, dice il Poeta, se si sta camminando e agendo la vita, sapendo di essere immersi nel buio/ abbandonati/ in balia/ di lupi mai sazi(Lupi famelici); di camminare in silenzio, nel buio, davanti a stanze di luce chiuse: di fronte al desiderio di chiudersi e la paura di non comunicare.

L’uomo è solo, disorientato, disorganizzato (quanto è attuale questo vissuto, anche in prospettiva socio-politica!) con il suo fardello e la sua pazienza: ma ecco che si intravede “il sacro/che ci circonda/”… e basta mettere “la sordina/ al nostro io/” e tendere “l’orecchio a chi ci sta accanto” perché torni a rivelarsi l’umanità nascosta. Dunque, Lijoi non nega la singolarità preziosa dell’IO – che nei Poeti diviene voce, occhio, orecchio, respiro e cuore – ma avverte e dice la necessità di un “canto polifonico” – un filo sottile che ricompone l’unità dell’uomo in un microcosmo e, con quell’operazione misteriosa che solo la Poesia sa fare, ricompone anche il macrocosmo dell’umanità.

Con la semplicità che rivela un animo ricco e pieno, Lijoi coglie i momenti del giorno, come i tempi della vita e non si preoccupa della fine del cammino, del “gran salto”, dal momento che sa di avere accanto chi gli sorride e sorride ancora, chi è pronto a tenergli la mano; riconosce la sua fragilità, perché è questa la misura dell’uomo, non l’eroismo o la gloria “Queste mie mani/…Hanno preso coscienza/…del proprio pudore./…”(Fragilità). Appunto la sua forma poetica è “fragile”, il verso breve, sostenuto da frequenti anafore, dalla punteggiatura, dai titoli chiari e diretti; ben altro è il suo sentire, pure espresso con tale “pudore”!

Il Poeta assorbe del mondo i colori, la voce del vento e del mare, i frutti più antichi; ma anche il dolore, il sangue, il pianto, il salato, la perdizione di chi fugge e non trova il suo posto, anche semplicemente per piangere la propria miseria.

Canta il tempo sciupato ad appesantire con sovrastrutture- pietre e calcina e burocrazia, che lui ben conosce! -il soffio del vento che dice e fa volare; il soffio che è vita divina per uomini costretti ad uno stato embrionale, senza poter esprimere tutta la loro umana ricchezza.

 

 

L’Attesa

 

Ho aspettato

lungo l’argine del fiume

la primavera

scivolata via;

ho aspettato

in aperta campagna

l’estate

quando albergava la tempesta

e l’incendio

sarebbe stato pericoloso;

ho aspettato

perso trai boschi

l’autunno

che cambiava il colore

che sbarrava la scelta;

mi ha sorpreso

l’inverno

seduto vicino al focolare

come il mondo in letargo.

Ora attendo

che questo foglio

vada ad asciugarsi

per liberarmi

dell’attesa

ingombro

insopportabile.

 

 

Canto polifonico

 

Questo filo sottile,

sottotraccia,

che unisce il mio io

non esplica un canto

ma un canto polifonico:

il canto della primavera.

E passa il tempo

e tramonta la voglia

e svanisce l’illusione

ma il canto è lì

con i suoi frutti

pronti ad essere colti

ed assaporati

fino a sazietà

non appena il sole

li strappa all’oscurità.

 

 

Muro del pianto

 

Un pugno di terra,

trafugata,

impastata di lacrime

mi porto dietro

lasciando come pegno

stille di sangue.

Quale luogo

offrirà spazio

al mio muro,

quale popolo

accetterà i miei costumi

sapendo le mie radici altrove?

Non posso estirpare

queste braccia insanguinate

questi piedi macerati

questi occhi prosciugati

questa lingua mozzata.

Non posso.

Dovrò un giorno

sì dovrò erigere

un giorno

sul mio suolo,

dalle fondamenta erose da un tarlo,

il muro,

il mio muro del pianto.

 

Sorridimi ancora

 

Sorridimi ancora;

il tempo a noi concesso

è lungo.

Il sole rovente

ha esaurito la sua spinta

e una luce di tenerezza

ne ha preso il posto

e un soffio leggero

ristora l’arsura della pelle.

Sorridimi ancora,

anche le barche, ora,

ormeggiate alla Bussola

leniscono le scottature

alla benevola luce,

sopita

sotto lo sguardo della luna,

e al dolce respiro del vento.

Sorridimi, sorridimi, sorridimi:

il percorso da fare insieme

è ancora lungo.

 

Bruno Lijoi nasce nel 1951 a Sant’Andrea Apostolo dello Jonio (CZ). Dopo aver vissuto da piccolo a Gaeta, si trasferisce a Roma nel 1960. Laureato in Scienze Politiche, impiegato presso un Ministero romano, ha ricevuto il titolo di Cavaliere per meriti di Lavoro. Ha pubblicato undici libri di Poesia, Narrativa, Fiabe.

 

Bruno Lijoi, L’albero della vita, Collana Aperilibri, Ed. Cofine, Roma, 2018

 

Maurizio Rossi

 

Pubblicato 3/05/2018