La scelta del titolo per una raccolta poetica è forse la cosa più difficile, dovendo questo rispondere a criteri di originalità e di novità; così accade che si scelgano titoli suggestivi di tutt’altra poesia da quella raccolta o che non rispondono pienamente alla scrittura poetica. Nel caso di Lijoi, la scelta -certo non originale- ha il pregio di introdurre realmente alla piccola antologia poetica e di darne una chiave interpretativa molto significativa.
L’albero è metafora dell’uomo, e dell’uomo Lijoi, ben radicato sulla terra, schietto e concreto; aperto all’atmosfera della relazione e teso all’infinito, con le idee e i sentimenti pronti a rinverdirsi, per rimanere dentro il suo tempo e nel tempo dell’esistere. L’albero suggerisce anche la necessità, nella nostra vita “fast”, di fermarsi, per affrontare la “lotta” col tempo e con le stagioni; la necessità di non sottrarsi alle intemperie e alle avversità; inoltre è consapevole dell’ombra, come qualcosa di suo, del suo “fare”. “Ora mi fermo. /Mi fermo/ a respirare l’aria/ a soddisfare gli occhi/…mi guardo intorno/ impaurito e spaesato/…” (Si corre)
Fermarsi ha un senso, dice il Poeta, se si sta camminando e agendo la vita, sapendo di essere immersi nel buio/ abbandonati/ in balia/ di lupi mai sazi(Lupi famelici); di camminare in silenzio, nel buio, davanti a stanze di luce chiuse: di fronte al desiderio di chiudersi e la paura di non comunicare.
L’uomo è solo, disorientato, disorganizzato (quanto è attuale questo vissuto, anche in prospettiva socio-politica!) con il suo fardello e la sua pazienza: ma ecco che si intravede “il sacro/che ci circonda/”… e basta mettere “la sordina/ al nostro io/” e tendere “l’orecchio a chi ci sta accanto” perché torni a rivelarsi l’umanità nascosta. Dunque, Lijoi non nega la singolarità preziosa dell’IO – che nei Poeti diviene voce, occhio, orecchio, respiro e cuore – ma avverte e dice la necessità di un “canto polifonico” – un filo sottile che ricompone l’unità dell’uomo in un microcosmo e, con quell’operazione misteriosa che solo la Poesia sa fare, ricompone anche il macrocosmo dell’umanità.
Con la semplicità che rivela un animo ricco e pieno, Lijoi coglie i momenti del giorno, come i tempi della vita e non si preoccupa della fine del cammino, del “gran salto”, dal momento che sa di avere accanto chi gli sorride e sorride ancora, chi è pronto a tenergli la mano; riconosce la sua fragilità, perché è questa la misura dell’uomo, non l’eroismo o la gloria “Queste mie mani/…Hanno preso coscienza/…del proprio pudore./…”(Fragilità). Appunto la sua forma poetica è “fragile”, il verso breve, sostenuto da frequenti anafore, dalla punteggiatura, dai titoli chiari e diretti; ben altro è il suo sentire, pure espresso con tale “pudore”!
Il Poeta assorbe del mondo i colori, la voce del vento e del mare, i frutti più antichi; ma anche il dolore, il sangue, il pianto, il salato, la perdizione di chi fugge e non trova il suo posto, anche semplicemente per piangere la propria miseria.
Canta il tempo sciupato ad appesantire con sovrastrutture- pietre e calcina e burocrazia, che lui ben conosce! -il soffio del vento che dice e fa volare; il soffio che è vita divina per uomini costretti ad uno stato embrionale, senza poter esprimere tutta la loro umana ricchezza.
L’Attesa
Ho aspettato
lungo l’argine del fiume
la primavera
scivolata via;
ho aspettato
in aperta campagna
l’estate
quando albergava la tempesta
e l’incendio
sarebbe stato pericoloso;
ho aspettato
perso trai boschi
l’autunno
che cambiava il colore
che sbarrava la scelta;
mi ha sorpreso
l’inverno
seduto vicino al focolare
come il mondo in letargo.
Ora attendo
che questo foglio
vada ad asciugarsi
per liberarmi
dell’attesa
ingombro
insopportabile.
Canto polifonico
Questo filo sottile,
sottotraccia,
che unisce il mio io
non esplica un canto
ma un canto polifonico:
il canto della primavera.
E passa il tempo
e tramonta la voglia
e svanisce l’illusione
ma il canto è lì
con i suoi frutti
pronti ad essere colti
ed assaporati
fino a sazietà
non appena il sole
li strappa all’oscurità.
Muro del pianto
Un pugno di terra,
trafugata,
impastata di lacrime
mi porto dietro
lasciando come pegno
stille di sangue.
Quale luogo
offrirà spazio
al mio muro,
quale popolo
accetterà i miei costumi
sapendo le mie radici altrove?
Non posso estirpare
queste braccia insanguinate
questi piedi macerati
questi occhi prosciugati
questa lingua mozzata.
Non posso.
Dovrò un giorno
sì dovrò erigere
un giorno
sul mio suolo,
dalle fondamenta erose da un tarlo,
il muro,
il mio muro del pianto.
Sorridimi ancora
Sorridimi ancora;
il tempo a noi concesso
è lungo.
Il sole rovente
ha esaurito la sua spinta
e una luce di tenerezza
ne ha preso il posto
e un soffio leggero
ristora l’arsura della pelle.
Sorridimi ancora,
anche le barche, ora,
ormeggiate alla Bussola
leniscono le scottature
alla benevola luce,
sopita
sotto lo sguardo della luna,
e al dolce respiro del vento.
Sorridimi, sorridimi, sorridimi:
il percorso da fare insieme
è ancora lungo.
Bruno Lijoi nasce nel 1951 a Sant’Andrea Apostolo dello Jonio (CZ). Dopo aver vissuto da piccolo a Gaeta, si trasferisce a Roma nel 1960. Laureato in Scienze Politiche, impiegato presso un Ministero romano, ha ricevuto il titolo di Cavaliere per meriti di Lavoro. Ha pubblicato undici libri di Poesia, Narrativa, Fiabe.
Bruno Lijoi, L’albero della vita, Collana Aperilibri, Ed. Cofine, Roma, 2018
Maurizio Rossi
Pubblicato 3/05/2018