C’è un racconto, nella raccolta Tre sentieri per il lago (titolo dell’edizione italiana) di Ingeborg Bachmann, che continua da decenni ad esercitare su di me il fascino dell’unione di nitore e ironia.
Questo racconto è Occhi felici (il titolo originale, Ihr glücklichen Augen, è una citazione dal Faust di Goethe). La protagonista, Miranda, è ‘dotata’ di una fortissima miopia e questa si manifesta nel corso degli eventi narrati non tanto come preclusione alla completezza, quanto, piuttosto, come la scelta consapevole di una visione altra. È una visione che seleziona, discerne, esclude ciò che è gretto. Non ignora la disperazione, anzi è ben consapevole che è proprio questa a nutrire l’esistenza delle creature (si mescola, com’è legge naturale, sembra di capire, ad ingredienti di segno opposto; il risultato di tale miscela resta oggetto della ricerca di chi scrive e indaga); tuttavia, non si limita ad aggirarsi solo tra le stanze tetre dello sconforto. Supera, dunque, la disperazione; ne conserva memoria, ma non sguazza, non si compiace in essa.
Quando ho letto L’abitudine degli occhi, la raccolta più recente di Monica Martinelli, non ho potuto fare a meno di pensare a Occhi felici. Come per il racconto di Ingeborg Bachmann, anche per le poesie di Monica Martinelli pare quasi di vedere il movimento ripetuto, per consuetudine e necessità, di chi strizza gli occhi per mettere a fuoco, di chi, ancora, fissa lo sguardo dinanzi a sé, come per abbracciare obiettivi distanti. È vero che si può inciampare nel gradino sotto il nostro passo; è vero che il pericolo di sbattere contro l’ostacolo vicino e ‘mancato’ è una costante. È vero, altresì, come succede a Miranda in Occhi felici, che quella miopia con effetti caricaturali e serissimi allo stesso tempo, come in una comica di Buster Keaton, dà corpo e vita a una visione del mondo sui generis, ma dalla struttura decisamente rigorosa.
L’abitudine degli occhi ha una struttura rigorosa, articolata come una mappa epistemologica dell’esistenza. I sette ambiti che la compongono fanno riferimento ad altrettante aree della ricerca scientifica. Basta scorrerne i titoli per avere un’idea chiara dell’ampiezza dell’indagine: Fisiologia del dolore, Chimica dei sentimenti, Atteggiamenti del corpo, Meccanica dei passi e delle foglie, Fisica del quanto e del come, Geologia delle case e delle cose, Biologia dell’indifferenza.
Proprio scorrendo i titoli, d’altro canto, ci si accorge che al quadro d’insieme proposto non è mai disgiunta l’ironia, la capacità di capovolgere la visuale, di mutare l’angolatura dalla quale cogliere, percepire, per poi restituire con effetti diversi, che si muovono tra i poli dell’empatia e dello straniamento, oltre che con parecchi strumenti, usati, tra l’altro, per scavalcare i confini tra le discipline scientifiche alias angolature: così nella sezione Fisiologia del dolore versi come «siamo muri surriscaldati» rimandano al mondo della fisica, mentre nella sezione Geologia delle case e delle cose è la botanica a fare capolino («non è colpa della misticanza»). La caratteristica costante è un dettato chiaro; netta, nitida è la selezione operata, di volta in volta, dallo sguardo. Unione di nitore e di ironia, come ricordavo all’inizio di questa nota: L’abitudine degli occhi di Monica Martinelli schiude, rende accessibile questa unione. Il segreto per coglierla pienamente, per scovare il riso sovrano e impertinente alle calcagna della constatazione malinconica? Assecondare la rapidità e il cambio repentino di punto di vista e di tonalità.
Monica Martinelli, L’abitudine degli occhi, Passigli Poesia, 2015
© Anna Maria Curci
*
Maestranze
Siamo muri surriscaldati
pareti confinanti
separate da spazi siderali.
Ci sfioriamo
a simulare una pena di turno
che ci trattiene in sorvoli d’ansia.
Io ospite sgradita,
paziente come un condannato
ostaggio di vane trattative.
Mucchietto d’ossa rinsecchite
a sbattermi in un coraggio sconosciuto
immerso in calcare di sconfitte.
M’improvviso saltimbanco
tra sobbalzi e respinte.
È un soprassello vertebrale
intriso di commozione.
E le mie vertebre hanno il tuo nome.
Ombre allungate
schiacciate sull’asfalto,
stracci alle fiamme di un pagliaccio
che non fa ridere.
*
E siamo qui, attraversati
da questo borgo antico
in questo tempo agitato
da un vento di incertezze.
I fiori aprono petali
sfioriti come il mio nome.
Seduta accanto a te di cui conosco
i filamenti della pelle
i fili della rabbia intessuti
col sangue e poi ancora fiori
petali spampanati
colorati d’attenzione
rossi come il sangue
rossi come il cuore,
il centro del corpo da cui tutto dipende
fino a quando cede il passo
al riposo che ci aspetta dopo
tanto movimento.
Il profilo delle unghie si sfilaccia
in strati di ricordi buoni
per chi ne ha fame.
Genzano, Infiorata
*
Il corpo si concentra
finché il sangue pulsa
ma non c’è libera circolazione,
tutto è disposto e poi dissipato.
È una danza di vibrioni impazziti
che oscillano in sofferenza.
Dentro non c’è pace,
infinito tendere, straziante attesa.
E dopo giunge il silenzio della terra
ovunque e immenso.
*
Una gru solitaria
sovrasta la città che dorme
la sua ombra guarda dall’alto
e fotografa senza obiettivo.
A volta si resta sfocati
leggeri come foglie che si involano,
come dopo un amplesso consumato
sembra di stare distesi ad aspettare
su nuvole di pioggia
che svaporano.
*
Due corpi sferici si sfidano nel cielo
uno di fronte all’altro
ognuno per sé, così distanti
eppure nello stesso ciclo.
Quando uno sorge
l’altro sparisce
scoccate le sue ore
e così sempre.
Anche noi terrestri
seguiamo analogo destino,
chi nasce poi muore
però non risorge.
Mentre un pallone
fa piangere o gioire
un giorno a settimana.
Anch’esso è un corpo sferico
e rotola inutilmente sulla terra.
*
Non è colpa della misticanza
se sento ciò che fa muovere le cose
se conservo l’addio
come una carezza allo stupore
e mi perdo nel cedere il passo
a un giorno bello
che ti rincorre e aspetta
solo che te ne accorga.
Dargli vigore
è un gioco leggero
come scoprirlo
prima che ci abbandoni.
*
Il mio pensiero è per il mare e il suo mistero,
il suo unico fine è ondeggiare, agitarsi
proprio come me che sono inquieta
e come lui fremo per quelle nubi
che ci stanno sopra
e non ci danno tregua.
Capisco il suo affanno
il suo esserci sempre e non saperlo
non pensando al domani
che per lui sarà ancora come oggi
e come sempre
mentre per me domani sarà un giorno
di meno nell’attesa.
Intanto un gabbiano vola a pelo d’acqua
s’alza e sparisce oltre una finta quiete.
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Monica Martinelli è nata a Roma, dove vive e lavora nella Pubblica Amministrazione. Dopo la laurea in Lettere presso l’Università “La Sapienza” di Roma e un dottorato sui rapporti tra Cina e Unione Europea, ha scritto articoli e recensioni sulla rivista letteraria “Rassegna di letteratura Italiana”. Prima della raccolta L’abitudine degli occhi ha pubblicato Poesie ed ombre (Tracce, 2009) e Alterni Presagi (Altrimedia, 2011). Ha pubblicato poesie nelle riviste “Poeti e Poesia”, “Poesia” e “Orizzonti”, racconti e poesie in antologie e in blog letterari (ViaDelleBelleDonne, Neobar, La presenza di Erato, L’ombra delle parole). È redattrice della rivista di cultura letteraria e arte “I Fiori del male”.
Pubblicato il 27 settembre 2015