L’abbigliamento femminile a Casoli nel Sei e Settecento di Nicola Fiorentino

Recensione di Stefania Zitella

 

L’interessante lavoro di Nicola Fiorentino recentemente pubblicato sull’abbigliamento femminile di Casoli – CH trae spunto dal saggio Il costume popolare di Casoli nel Settecento scritto nel 2011 dal professor Franco Cercone, saggio del quale Fiorentino stesso curò la Prefazione.

Cercone fece uno studio sugli abiti indossati da una giovane casolana ritratta nel 1792 dai pittori Antonio Berotti e Stefano Santucci, e Fiorentino riprende il lavoro per approfondire l’argomento sulle vesti femminili popolari a Casoli tra Sei e Settecento.

Lo studioso precisa subito che l’abito della ragazza non rappresenta una divisa immodificabile condivisa da tutte le paesane, ma senza dubbio si può considerare un prototipo perché composto di tutti gli elementi che costituivano il modo di abbigliarsi femminile. Chiaramente ciascuna donna poi apportava le modifiche che compiacevano il proprio gusto, secondo la fantasia e le possibilità economiche. Inoltre bisogna considerare le vicendevoli influenze nei gusti quando giungevano a Casoli spose dai paesi circostanti.

La ricerca di Nicola Fiorentino è un contributo molto accurato e prezioso per gli studi di demologia del territorio in esame e per la tutela del patrimonio culturale che è alla base dell’identità di un popolo; egli infatti ha esaminato rigorosamente le carte e gli elenchi delle doti delle spose di Casoli redatti dai notai nel tempo. Tali carte nel Regno di Napoli avevano valore legale e venivano scritti con puntualità, purtroppo soprattutto quantitativa (in caso si dovesse restituire la dote!) che non qualitativa in merito a particolareggiate descrizioni dei capi d’abbigliamento.

Il contributo è altresì notevole perché permette uno sguardo al mondo dei popolani, dei poveri, che spesso è destinato a cadere nell’oblio. Scopo della ricerca infatti è quello di scrutare al microscopio, per mezzo dei documenti di cui si è detto, la moda femminile tra Sei e Settecento presso la comunità casolana, tenuto conto del fatto che quasi certamente anche le donne appartenenti alle famiglie più abbienti utilizzassero gli stessi elementi dell’abbigliamento femminile delle popolane, sia perché nei piccoli centri non arrivavano facilmente le tendenze della moda cittadina, sia perché forse vi era un certo pudore a differenziarsi troppo dall’elemento popolare, come ricorda Fiorentino. Se vi era una differenza nell’abbigliarsi tra le giovani ricche e le giovani più povere è da ravvisare nella ricchezza e nel pregio dei tessuti scelti, delle decorazioni e soprattutto dei monili. A tal proposito è molto interessante osservare anche le valutazioni in denaro fatte dai notai secondo la moneta del tempo: il ducato con i suoi sottomultipli: il carlino e il grado.

Prima di passare in rassegna i vari capi di vestiario, è bene sottolineare anche l’aspetto linguistico evidenziato dallo stesso Fiorentino: nei documenti si trovano numerose varianti o clamorosi errori, ma ciò è spiegato sia dal fatto che i notai del tempo avevano un basso livello culturale, sia dal fatto che nella descrizione del corredo dovevano farsi capire bene dalle persone che da loro si recavano per far redigere gli atti, italianizzando termini dialettali, oppure perché trascrivevano male termini dialettali che non capivano.

 

Il primo indumento presentato è la cuffia, di cui si ignora precisamente la forma. Si può invece dire che essa era semplice, di seta nera, o finemente ricamata anche attraverso i preziosi lavori di tombolo ancora oggi molto apprezzati. Nel corso di tutto lo studio, Fiorentino riporta interessanti trascrizioni dagli atti notarili, che partono dagli inizi del XVII secolo, dove non solo sono annotati i pezzi del corredo, ma vengono ricordati i nomi delle ragazze a cui questo apparteneva. La cuffia aveva una duplice funzione, di igiene, per tenere i capelli puliti, e ovviamente di ornamento.

Accessorio indispensabile era poi il Trapizzo, da tre pizze cioè “tre angoli”. Si trattava di un fazzoletto quadrato ripiegato in diagonale e portato sulla testa; anch’esso andava da una versione più semplice, fino a quelli più ricchi guarniti da una pioggia di filamenti. Il trapizzo veniva fissato alla testa con uno spadino o aco per la testa che aveva una triplice fuzione: estetica, pratica, per tenerlo fermo, e antifurto. Infatti era diffusa l’esecrabile usanza di rubare il trapizzo da parte di un uomo rifiutato, per compromettere la donna desiderata; esso infatti veniva poi mostrato pubblicamente alla comunità come prova di una avvenuta intimità con la poveretta che, per salvare l’onore, doveva acconsentire alla proposta di matrimonio.

Alla testa era destinato un altro indumento: la tovaglia per la testa, spesso adornata di fettuccia lungo i bordi. Fiorentino ci spiega che era di mussolina, un tessuto di cotone o di lana importato in Inghilterra nel XVII secolo dalla città di Mosul, oppure di “cambraia”, un tessuto di lino prodotto nella città di Cambrai.

Immancabili erano gli orecchini, realizzati in varie forme, più o meno preziosi a seconda del metallo e delle decorazioni. Potevano essere a cerchio, a bottone, a ventaglio, pendenti, a pera, a incensiere e così via. Meritano qui di essere ricordate le famose sciaccquajje, orecchini caratteristici di questa parte dell’Abruzzo: si tratta di pendenti a mezzaluna con pendagli oscillanti come piccoli sonagli, ritenuti accessori necessari per scongiurare il malocchio e gli effetti negativi dell’invidia.

Siamo al collo e alla gorgiera, un colletto di lino largo, ricamato o interamente realizzato al prezioso tombolo. Ne abbiamo familiarità attraverso i ritratti di nobili tra Cinque e Seicento che la indossavano alta, pieghettata e inamidata.

Anche nella comunità casolana se ne fregiavano soprattutto donne ricche e benestanti e Fiorentino riporta, con dovizia di particolari, l’elenco di tutte le donne che potevano vantare un simile ricco accessorio che è da ritenere venisse indossato in occasioni speciali.

Nella dote della sposa non poteva naturalmente mancare la collana, generalmente di corallo, a più fili, intervallato da sfere d’oro o d’argento. Attraverso le parole dell’antropologa Adriana Gandolfi, lo studioso spiega che l’uso del corallo era molto diffuso in Abruzzo, ancora come potente antimalocchio e come elemento propiziatorio di prosperità, ad esempio per le madri che allattavano, e di fertilità per le giovinette. Tra le collane naturalmente non mancavano i rosari, di corallo ma anche d’oro e d’argento, così come catene, catenelle ed anelli. Per gli anelli, dall’analisi delle carte dotali, risulta difficile individuare le pietre preziose che vi erano incastonate perché i notai si limitavano ad annotarne quasi sempre genericamente solo il colore.

Tornando ai capi d’abbigliamento, Fiorentino spiega che le camicie presentavano una caratteristica: il ricamo a cartiglio, realizzato con plissettature che rendevano la stoffa come carta arricciata e veniva lavorato alle spalle e alla maniche alternato a  sequenze di intagli. Inoltre erano previste, come risulta dai documenti, applicazioni di trecce realizzate con il filo bianco o rosso.

Le tele per confezionare le camicie venivano fatte in casa, ma si trovavano sul mercato anche quelle provenienti da Lanciano, Pescocostanzo, Sulmona, Cava dei Tirreni, Bari e Napoli. Particolarmente pregiate erano quelle aquilane.

Arriviamo alle spalle per le quali era prevista la tovaglia lunga, o larga, o guardaspalle: si indossava in primavera e in autunno ed era una specie di scialle di lino o di seta; in inverno la medesima funzione era invece svolta dal mantarello, una cappa ricamata di lana bianca, rinforzata nelle cuciture da un nastro.

Per questo indumento venivano usate le più svariate stoffe: la tela fatta in casa, il panno lancianese o ascolano, la mussolina, o stoffe più pregiate come l’ermisino, un tessuto di seta morbida e cangiante, il taffetà o l’orletta, una seta sottile e leggera prodotta nella città di Orleans. A tal proposito, Fiorentino ci regala anche una bella curiosità: nei capitoli matrimoniali casolani compare per la prima volta il termine di “tela stampata” associato ad un indumento, mentre generalmente essa era usata solo per coperte e lenzuola. Anche le tovaglie lunghe erano variamente o riccamente lavorate con lavori ad intaglio, trecce, frange e fettucce colorate. Per tutto il Seicento, scrive il nostro autore, è da ritenere che le popolane le avessero solo bianche; verso la metà del Settecento le donne ricche cominciarono ad usare quelle colorate.

Non tutte le donne portavano il busto. Su 81 carte dotali consultate dallo studioso, solo 16 fanno menzione di questo indumento e ovviamente ad indossarlo erano prevalentemente le donne agiate. I colori erano vivaci e le maniche intercambiabili, appuntate di volta in volta a seconda delle esigenze. Fiorentino conduce una ricerca anche sull’oro ridotto in filo dai bravi orafi abruzzesi ed utilizzato per adornare l’abbigliamento femminile e si sofferma a dare interessanti cenni storici sulle industrie tessili  e sulle fiere dove si potevano acquistare i materiali per il confezionamento di tutti questi bellissimi indumenti.

Non poteva mancare fra i capi di vestiario la cintura, di cuoio o di velluto, appannaggio di donne agiate, adornata di bottoni, foglioline e fregi vari d’argento. Le popolane avevano invece un più modesto fasciatore che risulta indossato fino a tutto il Settecento.

Immancabile era poi il grembiule, chiamato mantosina, parainnante (con molte varianti) o senale. Esso copriva dal petto in giù, spesso era della stessa stoffa del mantarello e guarnito allo stesso modo. La mantiera o mantricca invece scendeva dalla cintola in giù. Tali indumenti erano di tutti i colori; varie erano le decorazioni e le stoffe con cui erano realizzati.

Un’altra bella curiosità riportata da Fiorentino è che nelle carte dotali di Casoli l’aggettivo “fiorato” appare per la prima volta nel 1696. Dalle ricerche appare però che la veste continua ad essere a tinta unita, mentre fiorato è tutto il resto, maniche, grembiuli e fettucce.

E arriviamo proprio alla veste. La faldiglia era la veste delle nobildonne: si trattava di una sottana rigonfia a campana sotto la vita e sostenuta da cerchi di stoppa o di cotone, successivamente di legno oppure di ossi di balena. Era prevista anche una sopravveste, qualche volta aperta dalla cintura in giù per lasciare in vista la parte inferiore della sottana.

Diverso il discorso per le popolane; spiega Fiorentino che per i primi decenni del Seicento in numerose carte dotali della gente povera manca del tutto l’elemento gonna. Fu un periodo di carestie molto pesanti e nelle doti le gonne non vengono assegnate perché molto costose. A tal proposito le descrizioni dei notai non ci forniscono molte indicazioni.

Il saggio si conclude con un breve cenno alle calze di seta, di lino, di cotone o di lana e alle scarpe: le donne ricche le avevano con fibbie d’argento, le più povere con fibbie di metallo più vile.

Lo studio di Nicola Fiorentino, ricco di citazioni e trascrizioni dagli atti notarili, ha il merito di aver dato  un nome alle tante ragazze casolane che si accingevano al matrimonio tra Sei e Settecento, ci ha svelato molte belle curiosità, ci ha permesso di guardare e rovistare  nelle ricche cassepanche che giungevano a casa dei futuri mariti, ma soprattutto ha il grande pregio di aver riportato alla luce uno spaccato della società casolana che appartiene a tutti noi perché ci ricorda che la storia è fatta anche dalla vita della gente comune. E la tutela e la conoscenza delle nostre origini rappresentano una strada necessaria per la comprensione più autentica della nostra identità culturale.

Nicola Fiorentino, L’abbigliamento femminile a Casoli nel Sei e Settecento, Casoli Comunità – Periodico di informazione.

 

Nicola Fiorentino, nato a Casoli nel 1933, laureato in Lettere, ha insegnato Italiano e Storia negli Istituti Superiori di Lanciano, città dove tuttora risiede. Si occupa da sempre di storia regionale abruzzese collaborando attivamente alla “Rivista Abruzzese”. Ha compilato due raccolte di documenti storici: “In terra Casularum”, in ben sedici volumi, e “Nella terra del Gesso”. Diverse sono le opere in cui Fiorentino ha trattato eventi relativi a Casoli, suo amato paese di origine; ha pubblicato infatti due monografie (Casoli, 1799 e Momenti di storia casolana), nonché un saggio intitolato “La vita quotidiana nella Casoli del Settecento”. Ha scritto il primo volume della Storia di Casoli, edito da Casulae Club nel 2014, che ripercorre gli eventi che hanno interessato Casoli dalle origini alla fine dell’Ottocento e curato il terzo volume Documentazioni e Approfondimenti. Si interessa anche di critica letteraria su importanti riviste nazionali ed estere, specialmente per quanto riguarda la poesia dialettale e collabora con articoli, saggi e recensioni ai più importanti periodici del genere. Per i Quaderni della Rivista Abruzzese ha curato, insieme a Michele Scioli, l’edizione del Dizionario dei termini e dei concetti usati nel dialetto castellino (1997) che, redatto da Luigi Crognale nel 1855, precede di una trentina d’anni quello di Gennaro Finamore, fino a pochi anni fa ritenuto il più antico del suo genere. Le sue ricerche storico-linguistiche sull’Abruzzo meridionale lo hanno condotto alla pubblicazione del dizionario Parole e cose dei nostri avi (Edigrafital, Teramo, 2004), dove sono raccolte, dal XVI al XIX secolo, le voci desuete – sia dotte, sia dialettali – dell’Abruzzo meridionale. Per i tipi delle Edizioni Cofine di Roma, di cui è consulente, ha dato alla luce nel 2004 Poeti dialettali italiani (da Luciani ai nostri giorni) e, nel 2010, Oltre la cruna – Letture di poesia neo-dialettale. Per tale attività a Teramo, l’8 ottobre 2011, nel concorso Vernaprile 2011, Nicola Fiorentino ha ricevuto il premio alla carriera di critico letterario dalla Società di Mutuo Soccorso Fratellanza Artigiana. Nell’ultimo lavoro (La poesia di Evandro Marcolongo), edito da Casulae Club nel 2016, con un’approfondita ed acuta analisi stilistica, Nicola Fiorentino ha portato il suo contributo alla conoscenza del poeta abruzzese di recente rivalutato dalla critica. Fa parte della giuria del premio nazionale di poesia in dialetto Vie della memoria, organizzato dallo Spi Cgil Abruzzo.