La vôs de’ vent, poesie in dialetto romagnolo di Marino Monti

Recensione di Manuel Cohen

L’ottavo libro di versi dell’autore forlivese Marino Monti (1946), fedele in tutta la sua opera in versi alla parlata natia della località di San Zeno di Galeata, marca inequivocabilmente un percorso di pazienza e di coerenza. Un percorso di fedeltà a motivi, temi e stilemi, e un percorso di affinamento costante della parola nel laboratorio privato e appartato della sua scrittura. Il libro, un vero e proprio Libro di Poesia, compiuto e coeso, affronta la realtà raggelata e raggelante di un inverno presunto o simbolico, sia esso atmosferico e/o interiore, e di freddo, nella notte che avanza. Monti attraversa la ‘stagione’ invernale (un termine a lui molto caro, a cui ha dedicato un bellissimo titolo apparso nel 2010) con le armi a lui più congeniali: il registro lirico-elegiaco, che lo fa erede della linea che dal Pascoli continua in Aldo Spallicci; una lirica vieppiù monodica, che si affida ad un verso naturale ed elegante, di grande chiarità e di efficace sintesi o economia ritmico-prosodica. Come acutamente rileva Maria Lenti nella prefazione: “Un autore può anche ‘cercarsi’ nella persistenza, in un filo mai spezzato nella propria interiorità, per e con quel desiderio di immersione negli elementi costitutivi (come l’acqua, l’aria: nell’accezione di Gaston Bachelard), nel senso di limpida levità di un intorno esistenziale in cui si deposita la rêverie o meglio il sogno”. Il ‘filo mai spezzato nella propria interiorità’ è quel duro filamento d’elegia di luziana memoria. E l’elegia per il mondo passato, e per la memoria della vita così come era, come per la natura, vera e inarchiviabile presenza costante, si fa canto e testamento di “un mond ch’e’ pasa / cóma cal parôl che a n’ t’ho dét”, “un mondo che passa / come quelle parole che non ti ho detto” (p.49). Sono proprio i non detti in una stagione anteriore a essere oggi pronunziati nella postumità dell’esperienza, e nel presente silenzioso delle numerose assenze o delle perdite. Così, per paradosso di voce, le assenze sono lievi, costanti presenze; sono mani paterne sulla spalla, quasi anime votive e protettive, quasi antichi Lari che, evocati, accompagnano e traghettano da una riva all’altra del fiume, dall’ombra dei pioppi al rifugio domestico, come “segn d’una stasón / ch’la ból / sóta la pël. / A vajón, / in ste zèt / ch’u s’ n’invà, / in cl’ombra ch’la s’ mov / cóma zarmoi a e’ sol, / una mȃn sóra al spal, / ch’la m’braza / par nò fem sintì da par mè.”, “segni di una stagione / che vive / sotto la pelle. / Vagare in questo silenzio / che non se ne va, / in quell’ombra che si muove / come germogli al sole, / una mano sulle spalle, / che mi abbraccia / per non farmi sentire solo.” (p.89). La poesia ha ancora il privilegio, o l’attitudine, di dire e dirsi così com’è. Ha ancora la forza di assumere su di sé il portato di autenticità e di verità. La parola di Marino Monti, per vari aspetti risulta esemplare in questo: risponde ad un unico mandato: dire l’autentico, affrontarlo con cura, con dolore, passione o pazienza. Nei richiami ad un mondo di natura, un universo sensibile e non solo simbolico, tutto umano e tutto rurale, la consapevolezza del nostro autore sta nel cogliere i dati di precarietà e di persistenza: gli elementi di connaturata fragilità e, al contempo, di coriacea sopravvivenza. Così, se anche “Al parôl / agli è fój a nuvèmbar”, “le parole sono foglie a novembre” (p. 32), e sebbene la Stimmung quasi epocale induca ad un perdersi continuo, ad uno smarrirsi interiore (con tutte le alluse riverberazioni etiche e morali), come in questi versi tratti da uno dei testi più paradigmatici del libro, Smaris, Perdersi: “In ste mond / arnuvé, / stré dreti / lónghi / ch’al t’ fa immatì. / Un vanghé piò dur / dla tëra, / senza piò la forza / s’agrapés só par di scalén. / Int e’ zét / aguplés / cun e’ vent / di mi grép. / Int e’ nod de’ côr / sintì la vôs / dla nôt.”, “In questo mondo / rinnovat, / strade dritte / lunghe / che ti fanno impazzire. / Un vagare più duro / della terra, / senza più la forza / di arrampicarsi sugli scalini. / nel silenzio / avvolgersi / con il vento / dei miei greppi. / nel nido del cuore / sentire la voce / della notte.” (p. 111). E’la pietà che consola, l’accorato sentimento della memoria che sostiene i passi nuovi, i giorni nuovi, nell’ora che chiude a chiave, a doppia mandata o con il catenaccio, l’uscio di casa e i ricordi sono chiamati a consolare, a riaccendere il fuoco della sera e della notte. Quando tutto intorno è silenzio e solo la voce del fiume amico ancora canta, ancora porta vita alla vita. O la voce del vento, a cui tutto si affida, vento amico che sorregge i passi del nostro raffinato ‘piligrén’, ‘poeta pellegrino’, la voce del vento tra la notte e l’alba.

Marino Monti, La vôs de’ vent, poesie in dialetto romagnolo, pref. di M. Lenti, la Mandragora, Imola 2017.

 

Manuel Cohen

 

pubblicato il 16 marzo 2018