I poeti “ri-cercano” la loro vita e quella di altri: quasi uno scandaglio per meglio riviverla o viverla in absentia.
Un autore può tentare strade di volta in volta nuove, sperimentare ritmi e metri diversi e farsene travolgere entrando in dinamiche che diano al vissuto la sostanza del rivissuto, per cui ogni libro è altra parte, altro aspetto, altro sussulto di giorni e di pensamenti, di conferme o di negazioni, di irrisioni o di adesioni.
Un autore può anche “cercarsi” nella persistenza, in un filo mai spezzato nella propria interiorità, per e con quel desiderio di immersione negli elementi costitutivi (come l’acqua, l’aria: nell’accezione di Gaston Bachelard), nel senso di limpida levità di un intorno esistenziale in cui si deposita la rêverie o meglio il sogno.
E la veglia, cioè le vicende, il vivere? Il vivere reitera, nella brevità anche epidittica, la scoperta dei giorni. Il nocciolo-dono della vita, da assaporare, è l’epifania della fine e del ritorno delle stagioni, dell’incontro con le persone che siano davvero persone e non maschere, della scrinatura del proprio sé dentro ambiti di relazioni famigliari e amicali, del sentimento del tempo e di un sé in un tempo, del percepire il silenzio delle creature e il rumore fastidioso di chi le colpisce per estinguerle.
Sentimenti e sentire in un mondo di sottili trasalimenti: è il mondo di Marino Monti. Le foglie sono spazzate dal vento, le ombre si stampano nel cuore, il vento nutre da sempre il respiro del poeta, i greppi fermano, mentre lo allargano, l’orizzonte, il fiume fa scorrere le malinconie, le parole si pongono a passaggio dell’andare quotidiano, nel silenzio risuona l’ascolto e i propri cari si chiaroscurano, la casa si svuota di presenze e si anima di ombre. L’anima accoglie il (e si tinge di) mistero fasciato di sogno.
Sincopato il senso della vita, in nuce e nel suo svanire. Da un lato essa vita è un insieme, conosciuto e ridetto nell’eco singolare di felicità; dall’altro essa vita si ferma, in pensiero, nelle perdite e nella mancanza. Non un “odi et amo” rispetto alla vita, nel poeta di San Zeno e di Forlì, quanto una accettazione dell’uno e dell’altro risvolto, di sensazioni uguali e contrarie perché nate da un medesimo corpo esistenziale, così come il desiderio, nel sonno, di rinascere: «Voja, int’e’ són, / d’arnas / coma fój ch’al chesca / int e’ salghè dl’ invernêda» (L’ invarnêda).
Marino Monti appartiene ai poeti animati dalla resistenza nel loro essere poeti di un mondo riconoscibile perché vissuto in prima persona, più che di un’uscita verso territori di un altrove poetico. Le sue raccolte (E’ bat l’ora de’ temp, A l’ómbra di de’, L’ ânma dla tëra, Int e’ rispir dla sera, Stasón, Int e’ zét dal mi calér) già dai titoli segnano l’assiduità di temi legati al tempo come tessuto su cui si distende il fiato della vita, o, viceversa, segnalano la consistenza di uno stare dentro le radici spazio-temporali della nascita e della crescita. Lì insiste la vitalità che fa durare e rende vivo il passato dando il “più” di sapore (E’ savôr dla vita) al presente pure in fuga.
A m’afond int e’ salut
a la mi tëra
indò che i vèc
m’ha insigné
a caminé tra i cùdal
ad arvultéi int e’ soich
dal stasón.
Arturnarò a la mi ca
Sóich dopo a sóich.
Int che zét
Dl’ ónda di chémp
Par sintì e’ savôr dla vita.
(Il sapore della vita – Affondo nel saluto / alla mia terra, / dove i vecchi / mi hanno insegnato / a camminare tra le zolle / a rivoltare nel solco / delle stagioni. / Ritornerò alla mia casa / solco dopo solco. / In quel silenzio / dell’onda dei campi / per sentire il sapore della vita.)
Il sapore del passato per il sapore del presente del poeta. Il suo sguardo, talora dolente ma non per nostalgia essendo che quel passato è intero nel ricordo e nelle fibre catturate da attimi, in barlumi, entra/esce in una cascata di versi in cui prologo e constatazione portano al termine, a un epilogo. Mai in modo sentenzioso, se pure con una struttura che si direbbe epigrafica, memento gettato oltre se stesso.
Questa espressività la dice bene il dialetto, “lingua” capace, in tutte le sue declinazioni locali, di sgranare ogni voce contenuta nei nostri giorni: l’intimismo e il lavoro, le cose del sociale e la storia, l’ironia e la serietà, il male del vivere e il suo contrario, la liricità e il suo opposto. Il Novecento e questo secolo appena iniziato lo testimoniano a largo raggio con risultati multiformi e varietà di canali.
In tali percorsi hanno un notevole risalto numerosi autori romagnoli, differenti gli stili e le strade prospettiche ma non le origini, le radici. La loro “parlata” sa di pathos ma non di remissione, sa di ethos ma non di ruvidezza, di ironia e qua e là di sarcasmo bonario. La lingua va a cadere dentro le situazioni, ne risale i giri concentrici delle profondità esistenziali e lascia che chi ascolta o chi legge faccia sua (e la agisca) la verità che ne è scaturita.
Una verità poetica che per Marino Monti è quella che il tempo lungo ha un valore irremeabile, che si vive sospesi tra uno ieri divenuto fibra e un domani certo nella fine, che la vita è un lampo inciso nelle trasparenze dell’anima. In Lus per esempio:
La lus la rimpes
e’ vuit dla memôria
che e’ témp
u s’ pôrta vi.
Sóta cla lus
u s’ sfa tót e’ zét
fintânt che la vit
la t’ rispira ad ös.
(Luce – La luce riempie / il vuoto della memoria / che il tempo s’è portato via. / Sotto quella luce / si scioglie tutto il silenzio / finché la vita / ti respira addosso.)
Valga, pertanto, la memoria non interrotta, delle cose e delle persone nell’eco delle foglie, del respiro, intravedendone le ombre baluginanti nel vento. A risarcimento e a canto in poesia.
Marino Monti, La vôs de’ vent, Pref. di Maria Lenti, La mandragora, Imola, 2017, pp. 120, € 13.00
Maria Lenti
Insén
Cvând che al stasón
agl’ arâfa l’ istê
a s’ incaminé pr una strê nôva.
Cla lus la j ha parôl dolzi
ch’ al s ‘ infila int e’ côr .
Una pês d’ un dmân
za pinsè.
In cal seri
indò che tot u s’ svuita ,
cvând ch’ e’ perd vigor la vita
e u s’ aramasa e’ pes dal nuval
sóra la ca ,
una lus incrispeda la bat ai vidar,
cóma gózal d ‘ acva ch ‘ al sgvela
int la faza.
I dé srè int e’ côr
i ferma la vôs d ‘ j arcurd.
Tót du insén
a la finëstra
cuntent dla fadiga fata
guardé la lona
spicës int l ‘ era.
Insieme – Quando le stagioni / rapiscono l’ estate / ci incamminiamo per una strada nuova./Quella luce ha parole dolci / che penetrano nel cuore . / Una quiete di un domani / già pensato. / In quelle sere / in cui tutto si svuota , / quando perde vigore la vita e si accumula il peso delle nuvole / sulla casa , / una luce increspata batte ai vetri, / come gocce di acqua che scivolano / sul volto ./ I giorni chiusi nel cuore / fermano la voce dei ricordi. / Tutti e due insieme / alla finestra / contenti della fatica fatta / guardare la luna / specchiarsi nell’ aia.
tu óc
Al bdól
al fa dagli ómbar
lónghi
int la sera.
E’ côr
sré da che rispir
tra zil e’ tëra
l’ ingiutés
e’ témp.
Un gn’ e’ gnit
a végh
sol i tu óc.
I tuoi occhi – I pioppi / fanno ombre / lunghe / nella sera./ Il cuore / chiuso in quel respiro / tra cielo e terra / inghiotte / il tempo./ Non c’è nulla / vedo / solo i tuoi occhi.
La vôs de’ vent
Piligrén a camén
int i sintir dla vita .
Tra ómbar féti
sol e’ vent
u m’è amigh.
La su vôs
la j è la mi vôs.
E’ sôl za êlt
e’ svintaja
fulêdi ad pórbia.
Un’ êtra éiba
la scanzlarà
al mi pedghi.
La voce del vento – Pellegrino cammino / nei sentieri della vita./ Tra ombre fitte / solo il vento / mi è amico./ La sua voce / è la mia voce. /Il sole già alto / sventaglia /
folate di polvere./ Un’ altra alba / cancellerà / le mie impronte.
La sera
L’è la vôs grânda,
dolza par l’ânma,
che culor sbiavì
de’ sol ch’ e’ cala
int e’ fé dla sera.
L’ómbra
cóma un vél
la s’ liva
sóra al vet dal bdól,
tachêdi a e’ zil
int un rispir d’ agunì.
Int e’ bur dla sera
a tir al gvid
par un êtar dé,
tra al parôl de’ vent
ch’e’ fes-cia tra i rem.
La sera – È la voce grande,/ dolce per l’anima,/ quel colore sbiadito / del sole che cala / nel far della sera./ L’ombra / come un velo / si alza / sulle cime dei pioppi,/ attaccate al cielo / in un respiro di agonia./ Nel buio della sera / trattengo le redini / per un altro giorno,/ tra le parole del vento / che fischia tra i rami.
L’invarnêda
A j ho sintì int l’êria
arciamé d’ j udùr,
la tëra la s’ scròla d’adòs
tót e’ pés dal stasón.
In cal séri ch’al s’ slonga
coma mân
e e’fugh e’sluntâna j én
un fridulez l’è e’ vent,
ch’ e’scosa fil ad fom
dai camén.
Voja,int e’ són,
d’arnas
coma foi ch’al chesca
int e’ salghè dl’invarnêda.
Stagione invernale – Ho sentito nell’ aria / un richiamo di odori / la terra si libera di tutto il peso delle stagioni./ In quelle sere che si allungano / come mani / e il fuoco allontana gli anni / un brivido è il vento, / che scuote fili di fumo /dai comignoli./ Desiderio,nel sonno,/ di rinascere / come foglie che cadono / sul selciato dell’inverno.
Nôt ad lona
Artoran a e’ mi paes
int una nôt tra lona
e ómbar ad ca.
Sintir culor dla tëra
scurghêda da l’invéran.
Sintis alè
in che post
insén ai véc
fni coma l’ojum sech
ai pì dla caléra
senza udur,
senza un’ ómbra.
Vultés indrì
cun la voja
d’andé vi.
Notte di luna – Ritorno al mio paese / in una notte tra la luna / e le ombre delle case. / Sentieri color della terra / scorticata dall’inverno./ Sentirsi lì / in quel posto / insieme ai vecchi / finiti come l’olmo secco / ai piedi della carraia /senza odori,/ senza un’ombra./ Voltarsi indietro / con la voglia / di andare via.
pubblicato il 25 novembre 2017