La vòs de’ vent di Marino Monti

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

La lingua romagnola ha antiche origini neolatine, ma fu decisivo il periodo bizantino: la lingua, infatti,  acquisì i suoi caratteri distintivi fra il VI e l’VIII secolo, quando ciò che restava dell’Esarcato d’Italia si trovò isolato politicamente e culturalmente dal resto della Val Padana. Esso assunse la sua specificità rispetto ai volgari delle zone confinanti, che finirono invece sotto il dominio longobardo.

A ciò si aggiungono:la diversa esposizione agli influssi germanici (prima e dopo le invasioni barbariche), le diverse caratteristiche del latino parlato al di qua e al di là dell’Appennino, l’esistenza di un substrato celtico, presente in tutte le parlate a nord degli Appennini (tranne il veneto) e il cui limite meridionale è costituito dal fiume Esino.

Sembra sia venuto dal Nord – portatori i Longobardi o i Franchi (secc. VIII-IX) – anche l’accento di intensità, cioè l’abitudine a caricare la vocale tonica al punto da sottrarre “aria” alle vocali precedenti e/o successive. In Romagna questo fenomeno ebbe conseguenze ben più profonde che presso i popoli confinanti. Nel romagnolo le atone cadono totalmente, con l’eccezione della ‘a’, che si conserva di norma in ogni posizione.

Marino Monti, di questa lingua è un esponente sensibile e attento sia alla tradizione, sia alla introspezione. Nella poesia che dà il nome e chiude la raccolta,  “La voce del vento” confessa: “Tra ombre fitte/ solo il vento è mio amico./ La sua voce/ è la mia voce./” Dunque, solo il vento conforta la  sua solitudine di vita e gli offre la voce per raccontare. Non che manchino le parole al Poeta, ma sono perdute, bruciate; sono “…foglie di novembre/ che mulinano per l’aria/ per mettersi al loro posto/ una ad una/…” Sembra dire: tutto è già espresso, che senso ha aggiungere ancora suoni e significati?

Eppure, il vento, le parole, la sera, gli anni, le voci, tanti personaggi animano la poesia dell’Autore; egli li fa agire sulle pagine, non come burattinaio che tende i fili, ma come attore egli stesso, a volte protagonista, altre “di spalla”. Il lettore assiste così, senza annoiarsi, né scervellarsi sui significati più o meno nascosti; anzi piano piano chi legge entra sulla scena e riconosce sé stesso, nel vento della sera che “dà/ a la nota scura/ e’ bon arciam/ dla vita dolza,/ se l’éiba/ la s’’ smighés/ d’arfé e’ dé.” (che dà/ alla notte scura/ il buon richiamo/ della vita dolce/ se l’alba/ si dimenticasse/ di rifare il giorno.)

D’altronde, chi non ha perduto talvolta le parole e le ha cercate o le cerca nella notte, “ Una not ad pès,/ ad toch ad campàn,/ la n’ abséna/ la lus dl’ éiba.” ? (Una notte di passi,/ di rintocchi di campane,/ non avvicina/ la luce dell’alba.) Oppure gliele ha portate via “un vent ad timpesta” (un vento di tempesta), prima ancora che potessero essere dette?

Tratto ritornante in questa raccolta, la barriera spaziotemporale tra il giorno e la notte, luce ed ombra, voci e silenzio; e la sera, più che un momento di passaggio, diviene il segno di un cambiamento ed uno spazio esistenziale  Int e’ bur dla sera/ a tir al gvid/ par un etar dé/ (nel buio della sera/ trattengo le redini/ per un altro giorno/… E ancora A j ho ciamé/ di nom/ cla sera/ par di caicvel./ ( Ho chiamato/ dei nomi/ quella sera/ per dire qualcosa./) La nebbia è ciò che rimane delle persone sfuggite trai muri dell’esistenza, nebbia vuota.

La voce del vento è gelosa delle voci, degli anni, delle anime; eppure il poeta le fa spazio nella sua vita, nei giorni e nelle notti, perché il vento è vita e la sua voce è il tempo “Pu…/ una prucision ad foj/ la tizarà e’ pré./ E’ turnarà a tarmé/ la vita./ Int un sofi ad vent/ l’arsposta.” ( Poi…/una processione di foglie/ tingerà il prato./ Tornerà a tremare/ la vita./ In un soffio di vento/ la risposta.) Il vento con la sua voce, spesso interprete dell’ansia della terra, soffia fuori della casa; l’aria che c’è in casa, è piena di anime e di voci e di parole che non sono state dette. Il catenaccio all’uscio – “Cla sradura- che  mette un peso addosso” è il confine tra il vento – vita vissuta –  e l’aria della propria dimora, luogo di rifugio, riposo, ma  anche ricordo. Poesia malinconica, quella del Monti, che il verso breve rende più leggera e godibile; il dialetto poi, con la sua musica scandita dagli accenti e dai troncamenti interni alle parole, sollecita il lettore a scoprire via via il mondo poetico dell’Autore.

Ottime e poetiche anche le traduzioni in lingua delle diverse composizioni.

 

 

Cla sradura

 

Ades che in la sera

a met e’ carnaz

int l’os,

in ste zét,

a lez i mi dé.

Cla sradura

la nm’ met

un pes ados.

 

 

Quella serratura. Ora che nella sera/ metto il catenaccio/ all’uscio,/ in questo silenzio,/ ripasso i miei giorni. / Quella serratura/ mette/ un peso addosso.

 

 

 

Arciapé la maténa

 

J amig i s’è tot invecé.

Ades i fa scurs

ad snament

insdé in una scrana,

da long da j armùr

int un’ombra ad lus.

Avreb sté so

da sti scurs,

gvardé la stre

arciapé d’arnov

la maténa.

Dop a tanta fadiga

pruvé d’arturné

indò che e’ témp

u s’è farmé.

 

Riprendere il mattino. Gli amici si sono tutti invecchiati./ Ora fan discorsi/ da bambini/ seduti in una sedia,/ lontano dai rumori/ in un’ombra di luce./ Vorrei allontanarmi/ da questi discorsi,/ guardare la strada/ riprendere nuovamente/ il mattino./ Dopo tanta fatica/ provare di ritornare/ dove il tempo/ si è fermato.

 

 

Anmi

 

Agli artorna

int e’ fé dla sera

a spices in i su retret

agli anmi ad ca mia.

Agli è

tra l’armor dal scran

mesi a post.

A n’ dis piò gnit

mo al sent

cla man ch’la sera

tot al port,

par lasem da par me.

 

Anime.  Ritornano/ sul far della sera/ a specchiarsi in quei ritratti/ le anime di casa mia./ Sono/ tra il rumore delle sedie/ messe a posto./ Non dicono nulla/ ma sento/ quella mano che chiude/ tutte le porte, / lasciandomi solo.

 

 

Cla sera

 

Agli anmi

al s’inveja tra al murai

ch’al porta vi al fatez.

Una nebia

la j nvuda in ca,

a mi so pighé a sora

par avdeé,

par sintì,

 mo u n’gn’era gnit.

A j ho ciamé

di nom

cla sera

par di caicvel.

A j ho scusé la testa

pad dì ‘d no.

 

Quella sera.  Le anime/ si avviano tra i muri/ che rapiscono le sembianze./ Una nebbia/ è entrata in casa, / mi ci sono piegato sopra/ per vedere,/ per ascoltare,/ ma non c’era niente./ Ho chiamato/ dei nomi/ quella sera/per dire qualcosa./ Ho scosso la testa/ per dire di no.

 

 

Cal parol che a n’ t’ho dét

 

Cvant che la tera

la s’vestes cun e’ vent,

la conta a e’ mond la storia,

cun un rispir che bat i dent.

A sent int la tera

un vent ad timpesta,

che sera in caun’eria,

ch’la porta vi al parol

par un etra stré.

Un mond ch’e’ pasa

coma cal parol che a n’ t’ho dét.

 

 

Quelle parole che non ti ho detto.  Quando la terra/ si veste di vento,/ racconta al mondo/ ciò che ha vissuto/ con un respiro d’angoscia./ Sento nella terra/ un vento di tempesta,/ che chiude in casa un’aria/ che porta via le parole/ per un’altra strada./ Un mondo che passa/ come quelle parole che non ti ho detto.

 

 

Marino Monti, La vòs de’ vent, Ed. La Mandragora, Imola (Bo), 2017

 

Marino Monti è nato a San Zeno di Galeata (Fo) nel 1946 e vive a Forlì, dove si è diplomato allo Istituto Tecnico Industriale Guglielmo Marconi. Ha svolto attività lavorativa come perito capotecnico nei settori produzione e progettazione. Si è incontrato con la poesia in età relativamente matura. Vincitore e finalista in diversi concorsi poetici, tra i quali, “Aldo Spallicci” e “Giustiniano Villa”. Alcune poesie premiate si possono trovare nell’antologia “Poeti che vincono” sul sito dell’Argaza. È Minestar del circolo culturale “E’ Racoz” di Forlì; tra i fondatori dell’associazione culturale “E’ sdaz” e membro del “Comitato Culturale di Pieveacquedotto”. Ha pubblicato: E’ bat l’ora de’ temp (1998); A l’ombra di dé (2001); L’anma dla tera (2004); In e’ rispir dla sera (2007); Stason (2010); Poesie di Romagna (2012); Int e’ zét dal mi calér (2014).

 

 

Maurizio Rossi

 

 

Pubblicato il 19/12/2018