‘La vadda de Stignane’: una perla di Grazia Galante

Recensione di Vittorio Polito

 Un paio di settimane fa mi sono recato ad un evento nella sala consiliare del Comune di Bari ed all’uscita sono passato dalla casa editrice Levante. La sempre gentile dr.ssa Lopez mi ha detto: ‘Vittorio è in uscita un volume della tua amica Grazia Galante’ e mi hanno approntato penso una delle prime copie, anzi la prima.

Il volto di Gianni Cavalli denotava ansia perché avevano problemi con il sistema informatico – l’editore è sempre su di giri, ma quando manca il fratello, come in questo caso, il suo ‘motore’ va fuori giri – e lui non ha la pazienza di rispettare i ritmi di una ‘macchina senza cervello’, sono parole sue, come definisce il PC.

Di Grazia ho conosciuto il fratello on. Michele, sempre da Levante, con cui ho avuto un sanguigno e istruttivo scambio di idee sulla classe politica. (Non sapevo che fosse parte in causa il giorno in cui l’ho conosciuto!). Un uomo di poche parole, che mi ha dato l’impressione di essere un ‘berlingueriano’ di quelli che dicono dopo aver pensato e fanno seguire ad ogni parola un fatto compiuto, insomma non promettono ‘l’erba voglio’. Forse per la fine dell’anno passerò alcuni giorni in quella zona e mi riprometto di fare una piccola indagine sul posto per chiedere ai ‘sammarchesi’ che ricordo hanno del sindaco Galante. Il ricordo della gente difficilmente è influenzabile.

La mia memoria ha registrato che in quel giorno Gianni ebbe un notevole scambio di idee con Galante in ambito calcistico. Io non sono un amante del calcio, ma il nostro editore dice sempre che solo Gianni Brera fosse più ferrato di lui in materia calcistica ed io non commento. Michele Galante, pensate, è tifoso del Torino e all’epoca in cui l’ho conosciuto a Bari vi era Ventura come allenatore, che il nostro editore affermò essere ‘l’unico allenatore italiano in grado di insegnare calcio e dare un proprio gioco a qualsiasi squadra’. Io solo ieri ho appreso che l’attuale allenatore del Torino è quel Ventura che era a Bari l’anno in cui ho conosciuto il fratello di Grazia.

Mi sono occupato per la prima volta della Galante nel 2006 per recensire il monumentale vocabolario realizzato insieme al fratello Michele, opera che vanta prefazione di Tullio De Mauro e postfazione di Joseph Tusiani, e che sono una caratteristica della casa Levante, che secondo una mia personale ricerca ‘gode’ nel realizzare tomi di mille pagine e la prassi prese avvio con una ’Sintassi storica del Greco antico’, definita da un eminente uomo di cultura di Atene, ospite anni fa dell’associazione culturale ITALO-ELLENICA ‘PITAGORA’ di Bari, di cui sono consigliere, ‘un piccolo gioiello della cultura e dell’artigianato italiano’. L’editore Levante, come tutti sanno, gratifica con entusiasmo di libri omaggio i suoi tanti amici, ma di questo testo sembra soffrire tutte le volte che chiedo la copia. Gianni mi ha detto una volta a proposito di questo libro: ‘abbiamo poche copie e non lo ristamperemo mai più’.

Grazia Galante, sempre per Levante, ha pubblicato nel 2010 Fiabe e favole raccolte a San Marco in Lamis e Li cunte – Vangelo popolare e Racconti veri e verosimili nel 2012 e, puntuale, a questo fine 2015 La vadda de Stignane e altri canti popolari di San Marco in Lamis.

La prefazione di un brillantissimo Raffaele Nigro ci illumina sul volume ed io non posso che lasciare spazio a tale personalità : «Il lavoro di Grazia Galante, questo che presentiamo, quelli che ha dato alle stampe in altre circostanze, è immane e penso che le saranno grati i bibliotecari di tutto il mondo, gli studiosi di poesia popolare, di cultura della tradizione, gli esploratori di etnologia. Ma dovranno esserle grati soprattutto i suoi compaesani, non solo quelli di Melbourne e della Francia da cui si è fatta intonare molti canti popolari o le tante associazioni di emigrati in Lombardia e Piemonte, che sono rimasti prigionieri per sempre dell’immagine di una San Marco in Lamis d’anteguerra. Le saranno grati quanti sentiranno il richiamo di una terra che si va svuotando di abitanti, quel parco antropologico che si presenta sempre più demograficamente povero, come va accadendo ahimè a tutti i centri di montagna e di collina non soltanto del mezzogiorno. E spiegando ai più giovani qual è il valore contenutistico dei suoi libri bisognerà ahimè parlare al passato prossimo e remoto e spiegare che una volta si cantava, si raccontava e si viveva così. Non diversamente dalla Basilicata, la Puglia ha avuto pochi e tardi raccoglitori e la stessa Galante ci offre nell’introduzione alla raccolta una bibliografia di demologi che a partire da Babudri e La Sorsa si sono dedicati alla cultura popolare in Puglia. Si tratta perlopiù di campagne etnografiche effettuate nel dopoguerra, all’indomani della nascita a Bari dell’Istituto di Tradizioni popolari, dunque di scavi ritardatari, suggeriti dalla nascita della televisione, dalla scoperta che il passaggio a una cultura omologatrice qual era la società borghese aveva distrutto la gran parte dei reperti, che restava proprio poco da raccogliere nella foresta del mondo popolare, perché i testi erano ormai devastatati e canti e fiabe e favole erano affidati solo a una memoria vacillante degli anziani. È infatti illuminante ciò che scrive saggiamente la Galante, al punto che anche questo mio corrimano si presenta ripetitivo e inutile e più saggio continua ad essere il rinvio che io faccio a quelle pagine».

Della appassionata e meticolosa introduzione della Galante mi ha colpito una riflessione che a mio modesto avviso dà un senso a tutto il grande lavoro realizzato da questa studiosa che, negli anni dell’insegnamento, ha forgiato una cospicua schiera di studenti che oggi sono coloro che portano in giro per il mondo il nome di San Marco in Lamis. Scrive l’autrice: “Gli emigrati sono stati un punto di forza della ricerca in quanto hanno subìto meno degli altri i cambiamenti culturali, dimostrando un’alta capacità di conservazione delle tradizioni locali”.

Questo forse dovrebbe farci comprendere meglio il dramma dei tanti disperati che abbandonano le loro terre in cerca di fortuna, ma che non dimenticano le loro origini…solo che noi siamo la loro unica alternativa.

Il libro della Galante è patrimonio del mondo, nel senso che sarà la sorgente cui andranno ad abbeverarsi tutti coloro che si chiedono oggi e si chiederanno domani quale è stato il cammino dell’umanità.

Sui specifici canti tornerò in un secondo momento: da qualche ora ho ricevuto una notizia che mi ha tolto una felicità costruita in oltre dieci anni di serio, coscienzioso impegno e sono ‘disgustato’ perché chi ha contributo a ciò è stato chi era stato messo da noi a tutela dei nostri non interessi, ma diritti. Gianni Cavalli, che non mi ha fatto mai mancare il suo pirotecnico-altruista sostegno, mi ha detto Vittorio: ‘La felicità è come la febbre: tutti ci sono attorno per farcela passare’. Cara Grazia teniamoci la febbre perché sono sempre in agguato i poco ‘valentini’ individui che vogliono toglierci quella felicità che abbiamo donato a tanti con i nostri libri.

da www.giornaledipuglia.com

pubblicato il 19 dicembre 2015