La “Stornellata de Pinocchio” di Fabio Prasca

Recensione di Maurizio Rossi

 

“Io ho deliberato di fare una marachella. E per farla mi sono messo a sbozzare, scalpellare e limare dei versi per far rivivere le avventure di Pinocchio, che di marachelle se ne intendeva. A differenza di quello collodiano, si tratta di un Pinocchio romano di nascita e di lingua…  Vorrei che questa mia fosse …più che altro un innocuo ripercorrere in versi le tappe, ma meglio sarebbe dire le stanze, attraverso le quali Pinocchio si è fatto uomo. Ma la stornellata è anche un giocoso abbandono al gusto della cantabilità dell’endecasillabo, che pare fatto apposta per essere recitato (o cantato) a teatro, “dove tutto è finto, ma gnente c’è de farzo”.

Secondo quest’affermazione iniziale dell’Autore di Stornellata de Pinocchio, la favola di Collodi non solo viene rimata e traslata in romanesco, ma anche ambientata nella Città Eterna, in una “Roma sparita” con chiese che non ci sono più, la “Spina di Borgo” che nascondeva la piazza S. Pietro, e con le antiche abitudini, come lo svuotare il “pitale” fuori dalla finestra, sul malcapitato burattino.

In questa trama, si compongono le gesta dei personaggi della favola, tessuti insieme i con signori della politica, della finanza, del malaffare; sullo sfondo la Consob, il Quirinale, l’Olgettina…ma anche   uomini e donne della storia contemporanea. Ne risulta un tessuto gradevole, dai colori armoniosi, allegri e un po’ “ricercati”.

“Da le quinte der parco der teatrino/ se n’uscirno, tra apprausi e sbattimano,/ li mejo ceffi de quer bagajino:/ er Cavajere d’Hardcore o Caimano,/ Berty, Notty e Svertrone l’Africhino,/ Sfini, Alemagno e Bossolo Padano./ “Zompa Pinocchio, vieni a fà bardoria!”,/ disse Arlecchino, portannolo in groria. “

Fabio Prasca conosce e opportunamente “prende a prestito” i versi del Belli, di Trilussa, di Mario dell’Arco, le filastrocche di Rodari –  solo per citarne qualcuno – a cui aggiunge i cantautori contemporanei; inserisce nelle quinte del racconto le trattorie gourmet, come fossero osterie e fraschette; chiama a sostegno l’informatica, con un linguaggio anglo-romanesco “Sintonìzzate su la tua cuscenza,/ lòggate ar brogghe pe restà in contatto:/ ar mitappe faremo conoscenza!”

Alcune scene sono particolarmente gustose, come l’incontro con il gatto e la volpe, il consulto dei “dottori” al capezzale del malato-morto Pinocchio, la tentata corruzione ad opera delle faine quando è costretto a fare il cane da guardia; come originali sono i proverbi, i detti latini opportunamente “dialettizzati” ben inseriti nel verso e nell’ottava: “Sanbrutto” per ex abrupto;  “De li morti nisi bono”, per  De mortuis nihil nisi bonum, sono esempi indicativi. Non mancano anche descrizioni di vero e proprio di bullismo, che avvengono quando il burattino si decide a frequentare la scuola.

Prasca è fedele alla favola collodiana e non la stravolge nell’adattamento; la versione data  e la lingua usata, sembrano comunque, ammorbidire i tratti negativi, ribelli, disubbidienti, del burattino; il mondo che lo circonda non è proprio così onesto e trasparente, da indurre Pinocchio ad inserirvisi privo di dubbi o ripensamenti. “Pinocchio contemprò er grugnaccio tosto/ e poi rise tra sè: “Nun ve cojjono:/ era bello quann’ero un burattino!/… Ma sò contento d’esse un regazzino!…”.

Così, senza strizzatine d’occhio alla Montessori e al suo metodo educativo, questo “Pinocchio de noantri” ci fa   pensare che “L’infanzia non è un tempo, ma un paese diverso, e può abitarvi solo chi è bambino o che abbia una fantasia così grande da ridiventarlo” (Pietro Citati, L’armonia del mondo, Gli Adelfi, 2017.)

 

Fabio Prasca, Stornellata de Pinocchio, Ed. Cofine Roma, e-book, 2020

 

 

Maurizio Rossi

 

 

 

Pubblicato il 30 aprile 2020