Lo scenario afghano che il libro Tutto il fuoco del mondo di Paolo Alberto Valenti (Armando Editore, 2014) aveva profilato si avvera. Mettendo in secondo piano la lettura della guerra asimmetrica, come dinamica relativamente marginale rispetto alla cruda analisi sociale e umana della popolazione afghana e dei suoi drammi, il racconto del giornalista Paolo A. Valenti indica l’incapacità dell’Occidente d’interpretare (configurare) bisogni e aspirazioni di una società ancora sostanzialmente tribale proiettata in una post-modernità di cui ha assunto solo strumenti tecnologici occasionali e/o effimeri.
La visione squisitamente euroamericana di ogni problematica afghana ha dimostrato quanto la dinamica delle guerre di occupazione nelle periferie del mondo possa risultare fallimentare.
Lo sgretolamento progressivo del fronte alleato in Afghanistan, con la fuoriuscita in successione dei corpi di spedizione francese e britannico, era da anni la spia di un inesorabile abbandono di Kabul da parte della Nato. Nonostante questo il concetto di “vittoria” talebana – sbandierato in funzione anti-americana – resta vuota retorica. Non si vince solo perché l’avversario abbandona il campo e in un Afghanistan in cui l’indigenza e la mortalità infantile sono in vetta alle classifiche internazionali, nessuno ha il diritto di proclamarsi vincitore. Si dimostra piuttosto e ancora una volta quanto la guerra resti la lezione della storia che i popoli non apprendono mai abbastanza.
Il fulcro della narrazione anche intimista di Tutto il fuoco del mondo amalgama peraltro diversi scenari bellici per inquadrare nel profondo il mistero (l’enigma) di ogni vocazione guerriera che deve essere definitivamente trasformata nella post-modernità. Dopo l’Afghanistan, e non per ragioni solo tecnologiche, il concetto stesso di forza armata, come l’abbiamo intesa fino ad oggi, si trasforma radicalmente. La guerra dei satelliti, dei razzi e dei droni, che schiude scenari molto inquietanti, dovrà essere sempre di più compensata dal fattore umano e dalla necessità di “restare umani” nella drammatica complessità del futuro.
Il postulato di Tutto il fuoco del mondo (non a caso) parte dalle categorie storiche che lo scrittore Milan Kundera attribuisce alla figura di Don Chisciotte (e della nascita del romanzo) che, in totale sintonia con l’asserzione dell’Amleto “The time is out of joint” (Il tempo è impazzito), riconosce quanto qualunque divinità abbandonando la Terra e disperdendo brandelli di verità relative, ponga l’uomo in solitudine davanti all’universo e lo costringa ad assumere quell’atteggiamento che a giusto titolo Hegel definì eroico.