La stagione è ancora questa di Marzia Spinelli

Recensione e scelta di poesie di Anna Maria Curci

 

Nella Prefazione, alla quale ho dato il titolo Occhio interiore e sguardo sulla Storia, meditazione e comunicazione, ho delineato alcuni possibili itinerari all’interno del volume La stagione è ancora questa, opera di notevole qualità di Marzia Spinelli.

Mi sia permesso di indicare ora ulteriori piste di percorrenza, a partire da alcuni elementi che ricorrono e che, a ogni manifestazione, recano con sé microcosmi di significati.

Tra le immagini naturali, che si distinguono per intensità e, allo stesso tempo, per delicatezza, segno di una sensibilità acuta e finissima, intendo partire da un vero e proprio motivo ricorrente nella poesia di tutti i tempi, la foglia che cade, così come nella poesia in cui appare nelle prime pagine, “Cade la luce”.

Sull’itinerario viandante della foglia caduca aveva scritto nel Novecento, tra gli altri, anche Hermann Hesse nella sua produzione poetica. Tra i numerosi componimenti di Hesse sulle foglie, propongo per vicinanza al dire di Marzia Spinelli, La foglia secca, in tre quartine: «Ogni fiore frutto vuol diventare/ Ogni mattina diventare sera/ Di eterno sulla terra può durare/ Soltanto il cambiamento, l’evasione.// Anche l’estate più bella vuole/ sentire un tempo l’autunno e lo sfiorire./ Fermati, foglia, placida e paziente,/ Quando il vento te vuole rapire.// Fa’ la tua parte e non ti ribellare,/ Lascia in silenzio che accada,/ Lasciati fino a casa soffiare/ Dal vento che ti frantuma.» (traduzione di Anna Maria Curci). Marzia Spinelli scrive a p. 31: «Foglie secche dalla patina lustra,/ mostrano il proprio destino» e a p. 24: «Come fosse già tutto ordinato/ sulla trama viandante di una foglia».

La funzione della foglia, portatrice di disegni non immediatamente accessibili a tutti, ma tanto più significativi e rilevanti, si chiarisce nel testo Autunno a p. 31. I primi tre distici dei cinque che compongono la poesia, di fatto interamente loro dedicata, ne rivelano, con un ricorso riuscito alla figura retorica della personificazione, la relazione con il Tempo (che appare qui, come sovente accade in tutta la raccolta, scritto con la lettera maiuscola): le foglie sono le «Figlie cantatrici del Tempo». Esse mediano tra gli umani e il Tempo, il quale si manifesta con attributi diversi – distante, ostile, di guerra (p. 52), interminabile, ma anche Tempo di misericordia (p. 54).

Una seconda pista di percorrenza riguarda i colori. Essi si accendono di luce e tendono all’alto, oppure pervadono luoghi e cose facendosi predicato, trasformando e trasformandosi, trascolorando e dando nuova vita alle parole. 

La poesia delle pagine 58 e 59, all’interno della sezione Stelle o macerie, che raggruppa i componimenti scritti tra il 2022 e il 2024, ne è un esempio evidente. Essa parte da un invito a rivolgere lo sguardo al cielo e prosegue con una interrogazione che concerne il fondamento del vedere e dell’interpretare. Dai colori e dall’osservazione del loro reciproco relazionarsi si sprigiona l’allegoria dell’esistente, che comprende, nella sua complessità e nella sua mutevolezza, la natura umana, l’affannarsi di questa tra i poli opposti dell’elevarsi e dello sprofondare. L’intero componimento, articolato in strofe di diversa lunghezza, si fa quadro grandioso ed epopea, tableau vivant e manifesto dell’incontro, nell’opera dell’autrice, di etica ed estetica.

Altre due piste di percorrenza riguardano due forme di espressione artistica, la danza e il cinema. La danza, come nel celeberrimo quadro di Matisse La danse, ha una dimensione universale e nella poesia di Marzia Spinelli coinvolge cose, infiorescenze, foglie, umani, viventi e già vissuti, questi ultimi care presenze percepite e cantate nel componimento Vite qua sedute, che si conclude con questa quartina, articolata a sua volta in un novenario, un settenario, un decasillabo, un endecasillabo: «solo per me danzano ancora/ nel silenzio del legno/ che vacilla      scricchiola di tarli/  e di briciole, inquiete nell’addio.» (p. 71). 

Il linguaggio cinematografico è familiare all’autrice e si intreccia al linguaggio poetico in forma di metafora («un film in bianco e nero», in Immensa notte, p. 55) o in forma di similitudine, come avviene nel componimento Il sole del Venti: «come poveri in fila in Miracolo a Milano» (p. 33). La citazione del film tratto dal romanzo di Cesare Zavattini Totò il buono e diretto da Vittorio De Sica, film che, a detta di Marquez, ispirò il suo “realismo magico”, si carica di un significato particolare alla luce della poetica di Marzia Spinelli, tra incanto e consapevolezza, sguardo agli ultimi del mondo e ‘occhio interiore’ sul profondo. 

Marzia Spinelli, La stagione è ancora questa. Prefazione di Anna Maria Curci, Samuele Editore 2025

 

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Autunno 

Torniamo d’autunno alle foglie,

più spesse e rugose di anno in anno.

Figlie cantatrici del Tempo, sono

là a contarlo per noi.

Foglie secche dalla patina lustra,

mostrano il proprio destino.

Attecchite al piede che le sbriciola

al vento avvinghiate.

Fanno presa alla polvere

per essere loro ancora soffio.  

(p. 31)

***

Il sole del Venti

Ai primi del Venti le magnolie

con la luce del sole schivo, poi audace

nel suo splendore, come di Moreau

l’Apparizione, sciame di luce che non ha Volto

a quel sole ci scaldiamo

noi e le nostre ombre

come poveri in fila in Miracolo a Milano,

al suo caldo cono rettilineo,

in una luce trapassata, un bagliore

mai cessato, mai attraversato se non

in quell’istante di Bellezza, sfrontata

come luce di lanterne cinesi al Capodanno:

andavano su nel cielo in fila

in cerca di una cima

fino a schivare ormai stremate

la scia dell’aeroplano,

fino a fermarle di bianco inzaccherate,

rosse di vergogna,

solo la lucerna di stelle vere.

(p. 33)

***

Immensa notte

se dormo per poco, m’assopisco

un’ora o poco più

vago tra sogni moscerini

come piccolo sciame

di strani accadimenti

un film in bianco e nero

in luoghi in apparenza familiari

prima che possa riconoscerli sono

stanze case paesi mai frequentati

dove abitano mutanti o solo piante

mutevole è il clima, improvvisa la pioggia

le gocce diventano fiocchi di neve

li scioglie un sole imprevisto

come il buio che segue inatteso

(è notte, immensa notte)

ma solo un’ora trascorsa al risveglio

il sonno segue intermittente

finché trafitti gli occhi a prima luce

mi fa dormire nel caos davvero.

(p. 55)

***

Guarda al cielo

all’azzurro che screma

al bianco delle nuvole per farsi

grigio e annera come carboncino

a noi che siamo tutti

quei colori.

Chi delle due il pittore, chi la tavolozza?

Ma più complessa

la questione, più variegata

la natura umana, come lassù

mutevole la macchia degli storni

di una purezza innata

di tra le nuvole azzurrate e rosa

poi scure e minacciose…

siamo in continua ondulazione

di melodie e toni aspri,

vi sono altezze umili che atterrano

superbie illimitate,

bassezze che elevano ad umano

insetti, fili d’erba, perfino oggetti…

ci sono luoghi dove nessuno ha un posto.

Alla villa fiori vermiglio

alti come alberi

ammucchiati nel groviglio:

non respirano.

Intorno la piana d’erba tagliata

la sua fragranza buona

di terra bagnata, ancora viva.

La villa una mela divisa,

le due metà. Come la terra

i due emisferi.

(pp. 58-59)

***

Vite qua sedute

Ho messo l’orecchio sul tavolo

in cucina, a origliare la voce

del legno: l’eco di chi

animava i pranzi e le cene,

riaffiora pane e vino,

tagli, macchie, buchi

di tante vite qua sedute

sembrava non dovessero mai

andare via da quelle sedie intorno

solo per me danzano ancora

nel silenzio del legno

che vacilla    scricchiola di tarli

e di briciole, inquiete nell’addio.

(p. 71)