Dopo Edoardo Tiboni, fondatore e direttore della rivista mensile pescarese di cultura ed attualità “Oggi e domani”, nonché cultore dell’opera di D’Annunzio, Croce, Flaiano ed altri, un altro pilastro della letteratura e della cultura abruzzese ci ha lasciato, qualche settimana fa, all’età di 94 anni. Si tratta di Ottaviano Giannangeli, professore universitario emerito, ma soprattutto poeta in lingua e in dialetto, narratore, saggista, critico letterario e traduttore. Nel mese di maggio 2017 era uscita (Verdone Editore, Teramo) l’opera onmia delle sue poesie, intitolata Quando vivevo sulla terra, titolo che ora acquista una sua effettività, una sua pertinenza semantica e grammaticale.
Ottaviano Giannangeli era nato a Raiano (AQ) nel 1923 ed ha pubblicato la sua prima opera poetica nel 1944, intitolata Ritorni. A questa sono seguite altre raccolte di versi in lingua e in dialetto tra le quali vanno ricordate almeno: Gli isolani terrestri (1958), Canzoni del tempo imperfetto (1961), Un gettone di esistenza (1970), Il libro di Ottavio (poesie dialettali con un’appendice sui codici linguistici,1979), Tra pietà e ironia ed epigrammi (1988), L’Italia sotto seguestro (1990), Litanie per Marin e altri versi (poesie in dialetto,1994), Un sito per l’anima (2008).
Oltre settant’anni di esperienza poetica, dunque, nella quale egli ha concentrato l’attenzione sulla propria condizione di vivente, ha difeso le proprie ragioni, ha organizzato la virtù della memoria (che, nella sua psicologia, è sempre stata del resto il centro di riferimento) con sullo sfondo, presenza attiva e costante, il suo luogo di nascita, la gente in mezzo alla quale è vissuto: insomma la sua abruzzesità. Non la “memoria demente” di Ungaretti né quella “remota e statica” di Montale, ma una memoria mobile e cordiale, razionale e fantasticante ad un tempo, in grado cioè, attraverso un folto sistema di segnali del vissuto, di rigenerarsi in spazi e tempi diversi, come se volesse lasciare aperto un varco in vista di una prosecuzione non tanto dell’esistere quanto della poesia ovvero l’invenzione di uno scenario nuovo e di un personaggio altro, soccorrevole nel tempo e contro il tempo, convinto del rapporto ineludibile esistente tra biografia e poesia, tra storia individuale e scrittura.
Un identico atteggiamento (nel quale la dimensione biografica coinvolge sia il processo di svelamento della verità fattuale ed esistenziale che il modo in cui il Soggetto interpreta la propria funzione nel processo poetico, si ritrova nella sua attività di lettore professionale, di critico letterario, non senza una puntigliosa attenzione alla parola, alla frase, alla lingua, insomma allo stile dell’autore in esame, in ordine ad un tipo di lettura che non si accontenta dei rilievi fatti, ma vuole anche che risulti evidente come l’opera si articoli, quali siano le sue strutture portanti ed in che modo essa superi il dato meramente estetico e fattuale. Lettore di Pascoli, D’Annunzio, Camerana. Montale, Caproni, Clemente ed altri autori italiani ed abruzzesi del Novecento, la sua attività di critico si è concretata in numerose pubblicazioni antologiche e saggistiche, tra le quali citiamo: Canti della terra d’Abruzzo e Molise (antologia, 1958), Poeti dialettali peligni (antologia, 1959), Umberto Postiglione (1960), Qualcosa del Novecento (1959), Operatori letterari abruzzesi (1969), Pascoli e lo spazio (1975), La bruna armonia di Camerana (1978), Metrica e significato in D’Annunzio e Montale (1988), Parole d’Abruzzo. Otto poeti dialettali della regione (2001), Scrittura e radici.Saggi 1969-2000 (2002).
Dopo quella di Edoardo Tiboni, dunque, un’altra figura di scrittore e di uomo di cultura, che amava la poesia e la letteratura in genere senza strumentalizzarle, se n’è andata; una figura che ha attraversato tutto il secondo Novecento ed oltre senza mai tradire se stesso, le proprie convinzioni, le proprie origini. Se n’è andata lasciandoci più poveri di risorse umane, culturali ed etiche per la difesa della poesia e della creatività in genere, in un’epoca nella quale l’antiumanesimo sta diventando sempre più una sua caratteristica qualificante, assieme ad un edonismo indiscriminato che porta fatalmente con sé il germe della superficialità e dell’evasione.
Pietro Civitareale
Dalla raccolta Un sito per l’anima:
IL TEMPO DELLA POESIA
Ci fu un tempo che queste parole
sembrarono legarti
all’anima del mondo
ed un piccolo plauso
immaginato o vero
era la rispondenza
del mondo a te. Tutto ciò che vedevi
col cuore ed anche con la fantasia
paraninfa mirabile
ti faceva gigante
incorporato al tutto
per tentacoli multipli, tenaci.
Poi fu, previsto, il tempo
del riflettere, della rimisura,
della suasione di discesa
umana dall’acropoli
in vista dell’ombrìa.
Pure talora a sera
scorgi in pietre focaie fra i detriti
bianchi il ricordo
dello sgargiante sole.
CATAPULTATI NELLA VITA
Catapultati nella vita
senza sapere in che cosa
l’operazione consistesse
come l’attore
piombato in mezzo alla scena
dentro un ruolo che non si conosceva:
questo si pensa quando si è provetti,
rimuginando. Ma piacque del volume
la lunga prefazione,
il suo tempo infinito riguardato
nell’istante che definisci immoto.
Ripensavi i mattini
quando ti preparavi alla scalata
del cielo, e poi fu paradiso
volgersi indietro abbarbagliati
da quell’ignoto Iddio. Era bastata
un’immagine sola ad attaccare
la spina dell’eterno. Ed oggi il cuore
quasi in un dopovita
l’odo pulsare ancora, fiocamente.
Dalla raccolta Litanie per Marin e altri versi in abruzzese:
ARIE DE LA VECCHIAIE
9
Come nu pianeforte è lu paese
viste da ‘sta munragne,
e le téttere, taste rusce e scure,
mure gnûve e murajje stunacate
fanne arrevà nu suonne
che tu capisce sole da luntane.
O te lu scì perdute pe’ la vie
e te rarrive
da lu recorde e da la fantasie.
ARIE DELLA VECCHIAIA. 9. È come un pianoforte il suo paese se da questa montagna lo riguardi, ed i suoi tetti, tasti rossi e scuri, muri nuovi e muraglie stonacate, fanno giungere un suono che tu comprendi solo da lontano. O te lo sei perduto per la via o ti riarriva dal tuo ricordo e dalla fantasia.
CHELE CHE VÛ DICERE
E sempre stu strafunne
tra chele che scî ditte
e chele che vû dicere, a stu munne
E chele che vû dicere
o scî pensate ‘n sonne
è sole polvra d’ore
che te se scrie da ‘mmane
come jesce lu sole
QUELLO CHE VUOI DIRE. E sempre questo abisso tra quello che tu hai detto e quello che vuoi dire, in questo mondo. E quello che vuoi dire o hai meditato in sogno è sol polvere d’oro che ti si screa di mano non appena esce il sole.