Ma cume t’jè venute ncape / de ì a grapì dda sckàtele / d’i fotografie. A une a une / hé cumenzate a tramente / accume si’ cagnate / e ji appresse a tte / e quanta quante / so’ i murte / fronne ingiallanute / nt’a nu libbre / ch’ jè megghje / lassà stà.
Ma come ti è venuto in mente / di aprire quella scatola / delle fotografie. A una a una / ho cominciato a guardare / come tu / sei cambiata / e io / appresso a te / e quanti quanti / sono i morti / foglie ingiallite / in un libro / che è meglio / lasciare là.
La scatola delle fotografie come il vaso di Pandora, dal quale non balzano fuori tutti i mali (che in seguito avrebbero afflitto l’umanità), come suggerisce il mito, ma riacquista forma e prende vita un mondo che non c’è più, nel quale ri-conoscersi; così dalla loro infanzia selvatica, ci vengono incontro Mimmina e Costanzella in un mattino cangiante di luce, quasi arcaico, immerso nel tempo della natura
«’I vide, zi’ Mari’, uh quanta quante / lenzulicchie ce stanne abbasce ’o mare!» // A Memìna nun ce jèvene /rutte angore i denucchie* e Custanzelle / angore ce alliccave u farfe ’o nase.
«Li vedi zia Maria quanti quanti / lenzuolini si muovono nel mare!» // A Mimmina non s’erano / ancora rotte le ginocchia* e Costanzella / ancora si leccava il muco dal naso.
(* modo di dire ischitellano, putibondo, di un tempo andato per non dire: prima mestruazione)
una natura ancora incontaminata, Grande Madre che tutto accoglie nel ciclo delle stagioni, legando le persone ai cari scomparsi, i vivi ai morti:
il nonno e Vincenzo che seguendo un odore di alloro e di mare, sono sorpresi all’improvviso dalla luna e da Rodi – abbagliante – come se non lo avessero mai visto prima, più bianco del latte
[…] arrivati ad un punto / apparve la luna / e Rodi / bianco, ma così bianco / che neppure il latte.
immagine potente che associa l’esperienza del quotidiano alla vastità del “sentimento cosmico”
I genitori, non più viventi, tuttavia vivissimi nei due fotogrammi in versi: un’esistenza nel cuore profondo delle parole, capaci di rivelare un rapporto affettivo e psicologico, peculiarissimo, naturalmente contraddittorio, come sempre lo sono i vincoli familiari
Mamma, un disco rotto. / Mi chiede sempre le stesse cose (…) // Ma ricorda come fosse adesso / le cose di una volta, / le giornate che la fatica faceva più lunghe, / le nocciole raccolte alla Follicara, / la schiena e le gambe martoriate / a raccogliere olive gelate / per comprare quella casa. […]
il dialogo con il padre
[…] Ma, / arraggiunanne, / sckitte quisse / te vogghje dice a tte: / puramente pe tutte sti fortè / ji hé fatte accume a tte: / pe quidde che teneve / hé fatte sckitte quidde che puteve / e me so’ fatte onore. […]
[…] Ma, / ragionando, / solo questo / io voglio dire a te: / nonostante tutti i tuoi “fortè”/ io ho fatto come te: / con quello che avevo / ho fatto solo quello che potevo / e mi sono fatto onore. […]
(Fortè: avverbio dialettale che sta per: chissà se, figuriamoci se.)
Gli amici, i cari poeti (da Achille Serrao a Roberto Pagan), e gli amici di una vita, coloro che sono ancora tra noi e i “trapassati”, ricordati con intensità, intima partecipazione, affetto
[…] Ce lo beviamo caldo / (con le tre “C”) sul balcone / parlando di poeti e di / fesserie d’ogni giorno. «Buono /’o cafè»… […] (da Il caffè di Achille Serrao)
Funerale di Erminio Pagliaro. / Visi usurati incrocio di amici /morituri, e stenti sorrisi / scambiati (…) // E la morte continua / il suo sporco lavoro.
L’assenza vissuta come evento insanabile, spoglio della possibilità di un nuovo cielo
Un suo sorriso riapriva il cielo / ma un suo no lo ottenebrava. // Ora non sorge / e non tramonta il sole.
I luoghi geografici, immensi spazi dell’anima, e Ischitella – verde occhio sul mare –, cantata e raccontata in dialetto garganico: lingua materna, lingua di confidenze segrete
Ji de vente e de nùvele so’ fatte / accume a te Scketedde / che cagne facce a ’gni sciusce / che i nùvele cagne. […]
Io di vento e di nuvole son fatto / come te Ischitella / che cambi aspetto a ogni soffio / che le nuvole cambia. […]
Nell’antico mito di Pandora, sul fondo del vaso restava soltanto “elpís”, la speranza, con l’ambiguità che la contraddistingue; aprendo la scatola delle fotografie appare, come per incanto,
un mondo che non c’è più, e tuttavia attraversa il tempo insieme al mutare di persone e cose, nella finitudine dell’esistenza.
Analogamente, mi piace pensare che in fondo alla scatola delle fotografie permanga “filía”, l’amicizia, nobilissima forma di Amore, espressa con pienezza e verità nel breve, ma significante carteggio (relativo a questa raccolta di poesie), tra l’amica e poetessa Nelvia Di Monte e l’amico e poeta Vincenzo Luciani
[…] In fin dei conti la nostra vita è fatta soprattutto di piccoli avvenimenti destinati ad essere dimenticati se non trasformati e fissati in parole. Una poetica del farsi e disfarsi dei momenti quotidiani. E intitolarla invece “Ciò che rimane”? (Nelvia Di Monte)
[…] Tutta la vita riduce in parole / di giorno in giorno sempre più poche / che noi scriviamo senza sapere / se qualcheduno se ne accorgerà / e qualche prelibatezza avanzerà. (Vincenzo Luciani)
Vincenzo Luciani, Vanzature / Avanzi, Edizioni Cofine, 2020