La saggezza dei corpi di Martina Campi

Recensione e scelta di testi di Anna Maria Curci

 Savio, avveduto, esperto diventa il corpo nel suo esporsi, arrendersi, o, molto più semplicemente, esistere nel tempo. Che cosa succede dinanzi alla malattia, al conflitto interno, alla degenza, alla constatazione di una crisi? La risposta di Martina Campi è un itinerario che non nasconde il richiamo simbolico al numero sette biblico, mitologico, perfino fiabesco. E si tratta di una risposta che ha caratteristiche originalissime, che se da un lato rifuggono dal cupio dissolvi e dalla contemplazione barocca del disfacimento, dall’altro non hanno – felicemente – nulla a che vedere con la non tanto impertinente o blasfema quanto piuttosto immotivatamente tronfia ‘liturgia della secrezione’.

La saggezza dei corpi è un poemetto articolato in sette parti, una per ciascuno dei sette giorni di degenza. Da un osservatorio sofferto, subíto, il corpo sofferente non perde, ma, al contrario, sembra affinare la capacità di percezione, interna ed esterna. I dati sensoriali, magnificati da ciò che arriva come straordinaria allerta delle terminazioni nervose, sono raccolti e riportati non come semplici macchie, impressioni scollegate nonostante la loro nitidezza, ma danno vita – colgo immediatamente la suggestione potente dell’apertura del Giorno #1 – a un fiume ininterrotto e compatto, dal ritmo rigoroso e serrato. È un fiume che raccoglie considerazioni e narrazioni, rivelazioni e illuminazioni nello spazio, a volte angusto, a volte insperatamente ampio, della discesa, del passaggio, della inusuale “occasione”. Già, ma quale occasione? Non potrebbe sembrare addirittura sarcasmo ritenere propizia la sospensione della propria libertà di movimento e della vita ‘normale’, l’obbligo al confino determinato dal ricovero? Al contrario, proprio nella parte iniziale del poemetto va ricercato il significato, paradosso in positivo, del concetto di occasione qui: «è l’instabilità dei nessi che ti fa/ parlare, è l’improvviso ritrarsi dispotico/ della memoria e non puoi credere a niente/ adesso come adesso, di quello che vedi». In altre parole: ricoverata, si arresta qui, è vero, l’ordinaria sospensione dell’incredulità, ma, d’altro canto, è proprio un dato che la ‘normalità’ rifugge, vale a dire la precarietà dei collegamenti che siamo abituati a considerare ‘logici’, a far parlare, a muovere la parola. Si tratta, è bene esplicitato in tutto il poemetto, di una modalità eccezionale, sofferta, patita e pur sempre occasione. Come viene colta l’occasione? Anche questo è rivelato nel passaggio menzionato. Mentre la «memoria dispotica» – entità che determina, dunque, comportamenti coatti – si ritira, indietreggia, pare incepparsi, si muovono, resi saggi dall’emergenza, i guerriglieri di un logos‘altro’, che rovesciano, sovvertono, compongono e scompongono termini, combinano e scombinano significati perfino da un letto d’ospedale, perfino se scortati per corridoi interminabili fino alla macchina che eseguirà l’esame diagnostico, perfino se irreggimentati nella routine ospedaliera. Alla sospensione dell’incredulità subentra la sovversione dell’incredulità e le marce rapide di questa guerriglia si manifestano in termini dinamici, ampi, talvolta addirittura dirompenti: «lanciati», «sconfinati», «scorribande», «traboccanti». I sensi sobillati dalla sovversione dell’incredulità percepiscono in maniera inusitata, compiono salti audaci dall’uniformità nella gamma cromatica che avvolge ogni cosa – il bianco del secondo e del quinto giorno, il grigio del terzo giorno – alle sinestesie inedite, allo scavo sulle etimologie, alle originali ricombinazioni di sillabe e significati: «al tavolino, ai piedi del muro (arid’osso)» e alle associazioni insieme compassionevoli e ironiche: «sono cieca che aspetto/ e il mio numero è un 9/ e il nove sono io/ con una maglia azzurra». 
I corpi patiscono, i corpi saggiano, i corpi, in una vicinanza obbligata, esperiscono un nuovo tipo di prossimità, di condivisione. La saggezza dei corpi schiude a chi legge ogni giornata con una citazione da I vangeli per guarire di Alejandro Jodorowsky. Liberazione del cuore, rivoluzione del perdono, rivelazione della sola verità: allora non è azzardato, mi pare, leggere come una rinnovata Betania (la città di Marta e Maria dei Vangeli) la contiguità con Gina e Maria nel poemetto di Martina Campi; “Betania” sta per esperire l’accoglienza, la vicinanza e, allo stesso tempo, la diversità delle risposte all’incontro, all’occasione: «la Gina cercava il sole/ e controllava/ come un capitano consumato/ i movimenti del vento», «e forse non lo sapete, che Maria ha un dolore/ sommesso, piegato, sotto il cuscino».

La vicinanza imprevista dei corpi che diventa incontro con il prossimo cambierà, forse, qualcosa nell’affrontare un altro prossimo, quello, sempre ignoto, del tempo: «gli incontri inaspettati/ ci nutrono/ la fame/ che consuma […]// e tutto ritorna com’è/ e tutto intorno s’aggira fino/ ai prossimi giorni, ignoti».

Si torna a casa «con la commozione in sommossa», a una quotidianità che si ripresenta, regolare, a una coscienza rinnovata. Anche le domande tornano. È la consapevolezza, tuttavia, che anche il silenzio delle risposte ai quesiti ricorrenti può unire, l’elemento nuovo, il portato, infine della saggezza dei corpi.
Martina Campi, La saggezza dei corpi. Prefazione di Sonia Caporossi e Postfazione di Christian Tito. Fuori Collana, Collana diretta da Fabio Michieli, L’arcolaio 2015
© Anna Maria Curci
Giorno #1

–Il cuore è la prima cosa da liberare – *
[…]
III
è l’instabilità dei nessi che ti fa

parlare, è l’improvviso ritrarsi dispotico

della memoria e non puoi credere a niente

adesso come adesso, di quello che vedi
ti renderai conto anche tu:

non c’è da fidarsi

come sai, gli angoli sono in frantumi

il tuo treno

è partito, e anche il soffitto, non è più lui

ti guardi le mani vuote

ti riempi le tasche di mani

ti chiedi se hai fatto le scelte giuste
 *A. Jodorowsky, I vangeli per guarire, p. 209
***
Giorno # 3

– il cuore è un canale privo di ostruzioni, dove tutto passa – *
[…]
II

quando parliamo

(o le sento sussurrare),

so che siamo ancora vive

che non ci siamo mosse da qui
so che quello che sta per arrivare

è solo un altro giorno

è solo un altro giorno

è solo un altro dono
e a volte vengono

a prenderci per

correre traiettorie sotterranee

di corridoi ammattiti
sono cieca che aspetto

e il mio numero è un 9

e il 9 sono io

con una maglia azzurra
quando entrano, tutti, a intendere

si mostrano per la faccia

e le scarpe li tradiscono

da sotto, mentre parlano tra loro
nei resti delle attese silenziose

depositati sul pavimento

non sapevo le parole, smarrite

tra mani casuali e bucce di mandarino
III
questo grigio qua

scalcia via tutti

gli scalcinati dicono: sono

in tanti a fare i gruppi, sono in tanti

la malatesta girando si confonde

e si annaffia

alla fine, che camminando ci si bagna

destinati a morire per forza e non

hanno neanche i figli
quei somari dei figli

non hanno neanche finito di pagare

l’estate non fa per noi
 *A. Jodorowsky, I vangeli per guarire, p. 209
***
Giorno #5

– finché non avremo perdonato i nostri genitori, non avremo perdonato noi stessi – *
[…]
II

amici miei, dove siete?

(abbracciatemi)

qui è tutto bianco, e la notte non si rimargina

anzi si sbobina il buio che sta in basso e viene, su
il computer lo chiamavamo

bollettino dei morti

chi è morto oggi?

chiedeva la Gina
io e Maria ridevamo e rideva anche lei

scampate al sospetto

della bruta follia

scampate di brutto alle glaciazioni
e forse non lo sapete, che Maria ha un dolore

sommesso, piegato, sotto il cuscino

ogni mattina si alza presto

per cambiarsi da sola le lenzuola
poi quando arriva il mezzo giorno

saluta con garbo gli avventori

e, sbucciando una mela,

si distende sul letto, al contrario
è che all’improvviso, mi mancano tutti

poi, dalle serrature gentili

sopraggiunge una voce sottile:

è normale avere paura
[…]
*A. Jodorowsky, I vangeli per guarire, p. 214
***
Giorno #7

– Senza azione, la verità non serve a niente –*
[…]
II
mentre parlavi

mi inondava un pianto verde

come se il cuore non fosse

più il mio
(io e tutte le mie paure)

ce ne torniamo a casa

con la commozione in sommossa

a fissare il panorama che scorre
tutti i piani per ricominciare

i passi della quadriglia

i dialoghi delle sceneggiature

i tappeti rovesciati all’in giù

l’orizzonte basso e lontanissimo

di tanti verdi

diversi che si toccano

e il vento caldo entra dai finestrini
il cuore in gola

l’ascia a deporre

immagini da uno spazio

che s’avvicina
e le domande

che ritornano

e si fanno silenzio

che ci unisce
[…]
*A. Jodorowsky, I vangeli per guarire, p. 218