La ragazza arcobaleno e i papaveri vermigli  di Mario Moschietto

Recensione di Vincenzo Luciani

«Rubare realtà / alla realtà / nel tentativo / di sconfiggere / il tempo» è la poesia che apre Canti nel deserto la raccolta poetica di esordio di Mario Moschietto del 1983, ma che contiene una scelta di poesie composte negli anni dal 1972 al 1977 che – come sottolinea Franco Pavesio nella Prefazione, «costituiscono l’introduzione ad un “discorso” che il poeta intende continuare a sviluppare». Con quali tempi e con quali modalità vedremo in seguito. I «temi – cito ancora Pavesio – sono diversi, seppure “legati” fra di loro da un filo conduttore, e i diversi stati d’animo sono esplicati con una accurata ricerca di parole. Il poeta si rivolge spesso a degli immaginari, o reali interlocutori. (che possiamo comprendere in due interlocutori di base): l’Io e gli Altri. Con questi egli “dialoga” alla ricerca di antiche verità». E il dialogo, e spesso la divagazione, su tematiche che gli stanno a cuore, resterà una sua cifra caratteristica, anche nelle opere successive.

Altri due “temi” sono ben presenti già in quest’opera e sono: la solitudine dell’uomo che mai l’abbandona e i misteri del caso. E si accompagnano alla sua passione di insegnante di musica che occhieggia in alcune composizioni: «(…) le musiche / vaganti / delle placide valli. / Eterne rimembranze (…)» e «(…) Se almeno ci fosse / nell’aria un fievole motivo / lo seguirei volentieri / (…)».

Coerentemente in L’ora del disincanto (2019) i temi poetici originari si dispiegano in un’opera in prosa di ben 483 pagine e lo stesso Moschietto ce li mostra in sintesi: «Io sono ogni attimo del mio presente e tutto un passato, sono gli alberi e il mare, i prati e i campi coltivati, le vigne e i frutti della terra, sono legna che raccolgo d’estate e che immolo d’inverno, sono libri, sono pagine di Pavese e di Bassani, di Chopin e di Beethoven, sono versi di poeti e lettere che contengono amore, sono mia madre e mio padre e la donna mia e i miei figli e i figli loro, sono ogni pensiero che ha occupato la mia mente e ogni sentimento che emerge dal profondo, sono le parole che esprimono i pensieri, sono gli individui eccelsi che hanno segnato il mio tempo, sono la fortuna di cui ho goduto così come sono i miei limiti e i miei errori. Dell’ignoranza non sopporto “l’irruenza”, invece sorrido alla semplicità naturale e stimo infinitamente l’intelligenza e la delicatezza dei veri signori: donne e uomini, pensatori e contadini. Del domani temo l’indifferenza e la solitudine degli esseri umani…»

Gianni Oliva, nella Prefazione del libro, lo definisce: «un po’ diario, un po’ autobiografia, un po’ saggio di storia» e leggerlo è come «leggere la storia di un uomo contemporaneo, nato e formatosi in una stagione ambiziosa e ottimista come il secondo Novecento, e ora proiettato nella velocità di un nuovo millennio dove il presente è breve come un attimo».

In Lievito madre. Romanzo di un poeta (Norbart, 2018) il protagonista è il poeta Innocente Foglio colpito dalla poliomielite all’età di tre anni, che con tenace determinazione ha capitalizzato il grande dono della poesia, per i cinquant’anni in cui vi si è dedicato.

Nell’ultima, molto interessante, delle tre parti, in cui il libro è suddiviso, assistiamo a un intenso scambio epistolare, via mail, tra il poeta Foglio e Moschietto, con al centro del discorso il desiderio di scrivere la biografia del personaggio, (divenuta poi il libro pubblicato nel 2018) e di chiarire, nel contempo, la questione che sembrava potersi celare dietro al titolo della raccolta poetica (“L’ultima fermata prima dell’inferno”) che in quei mesi stava per essere presentata.

In Micol (Echos Edizioni, 2024) Moschietto rivisita un periodo storico contrassegnato tragicamente dalle due guerre mondiali fino alla riconquista della democrazia e della libertà. In questo atipico romanzo storico, l’Autore si addentra tra fatti e protagonisti di un territorio a lui molto noto, il grande Pianalto che ricongiunge la città con le terre collinari piemontesi, con lo sguardo anche ad altri luoghi da lui altrettanto ben conosciuti.

Moschietto – osserva giustamente nella Prefazione Franco Pavesio che lo conosce molto bene – «ha sempre subito il fascino della politica da quella locale a quella “alta” e ne è stato coinvolto e logorato per tutta la vita. L’altra sua “passione” è sempre stata scrivere! Nel libro non nasconde alcuni aspetti della sua formazione culturale, svelando gli autori che più hanno contribuito all’arricchimento delle sue capacità letterarie e, tra questi, il primo è Giorgio Bassani con alcune sue opere, in particolare Il giardino dei Finzi Contini e L’odore del fieno. Dal primo addirittura ha “rubato” il nome, ma anche un po’ la storia della protagonista “Micol”, per farne la figura chiave del suo libro. Micol diventa l’interlocutrice surreale ma, allo stesso tempo vera, alla quale disvelare l’anima».

Dopo questo sintetico ma, spero, non inutile periplo nei libri di Mario Moschietto, eccoci all’ultimo “romanzo” – le virgolette sono d’obbligo – La ragazza arcobaleno e i papaveri vermigli (Echos Edizioni, 2026) in cui la protagonista, una giovane donna, di fantasia e senza nome, si confronta con l’autore della storia che precisa: «scritta in prima persona», che «coglie in lei l’occasione per indagare il rapporto tra generazioni, quando è più rapida che mai la trasformazione della società e delle attese che ne derivano. Ambientato in un paese di campagna astigiana, tutto si svolge partendo dal condiviso amore per la natura e la libertà che lì si trova, volendola individuare, tra brillanti bellezze e cicli stagionali, territori amati e vissuti».

E a questo punto, senza spoilerare la trama della storia narrata, devo confessare che sono stato prescelto – e ringrazio Mario per la stima – come uno dei tre lettori che hanno degustato il libro prima che fosse edito, con la richiesta di un franco parere.

«Come te – mi scriveva – non riesco a staccarmi dalla mia mente vagante e ogni momento che ho a disposizione scrivo, ho anche degli obiettivi nel farlo (…). Continuo a operare sul territorio e in qualche modo politicamente, arrabbiato a dir poco, con quanto vedo da quella sinistra a cui forse appartengo ancora (..). Il territorio però prevale e con esso l’attenta osservazione del divenire, quello più vicino e quello generale di un mondo farsesco, non fosse drammatico. Non ho paure precise anzi come leggerai da tempo affermo che l’unica cosa da fare per gli americani e tutto il resto, non sia che far passare il tempo con meno danni possibili. (…).

Nella mia mail di risposta, confessavo a Mario di aver avuto in alcune pagine “molta difficoltà” e che la storia piena di passione, aveva bisogno, a mio avviso, di una accurata revisione, perché ritenevo che – per gli ardui e scottanti argomenti trattati – fosse preferibile una narrazione in terza persona, inventando magari un personaggio altro, in cui poter riversare, con un certo distacco, le numerosissime riflessioni. Riconoscevo che le sue descrizioni dei paesaggi erano molto valide e intriganti. E, pur apprezzando la sincerità del suo pensiero e dei suoi profondi sentimenti ed altre cose ugualmente ammirabili, il testo così com’era, in quella forma, io non l’avrei pubblicato. Ritenevo infatti, che, essendo quello trattato materiale incandescente e con passione civile pregnante, fosse necessario realizzare un “distacco” e tenere più conto di un potenziale lettore che doveva potersi calare più agevolmente nella storia. 

Mi sono dilungato nella confessione del mio errore di valutazione per concludere con una mia autocritica. Infatti la mia rilettura, a libro stampato, è durata il tempo di una famelica giornata e l’Autore mi ha tenuto sulla corda dall’inizio alla fine. E questo è il mio auspicio per chi lo leggerà.

Il libro è introdotto da una puntuale e molto sentita Prefazione di Selma Chiosso in cui svela alcuni segreti della narrazione di Moschietto che «prende per mano il lettore e lo conduce in una passeggiata reale, con sentimenti reali, per farlo riflettere sui cambiamenti geopolitici e sociologici del nostro tempo. Ere che in un secolo e un quarto si sono susseguite cambiando profondamente la società, rivoluzionando il lavoro, accorciando il mondo e nel contempo dilaniandolo. Non un trattato filosofico per pochi, ma un camminare insieme attraverso generazioni diverse, un “andare” che invita ad interrogarci, ci spinge a conoscere, a studiare per capire. La ricetta è rara, antica e moderna insieme: una scrittura lieve, che incoraggia a leggere».

Mario Moschietto, citando la celebre autobiografia di Neruda, può orgogliosamente affermare: «Confesso che ho vissuto». Scorrendo infatti le sue note biografiche nei volumi pubblicati apprendiamo di volta in volta aspetti importanti della sua vita.

Mario Moschietto è nato a Giaveno nel 1955. Forte è il suo legame con la Val Sangone e in modo particolare con Coazze. Si trasferisce nel 1965 a Pralormo seguendo il padre Arturo già conosciuto veterinario. Laureato in veterinaria, tuttavia segue la sua passione musicale che lo porta all’insegnamento per oltre vent’anni. Si occupa altresì di attività diverse, nel settore recettivo, della comunicazione e dell’amministrazione locale. E’ stato anche ristoratore nell’albese. Per lunghi anni consigliere comunale è stato sindaco di Pralormo dal ’95 e in seguito dal ’19 al ’24. E’ ancora attivo sul fronte socio assistenziale. Ora vive a Valfenera. Della sua speciale passione letteraria abbiamo già detto.

Anche per questo ricco vissuto il suo raccontare ci intriga assai.