Quattro elementi, fuoco, acqua, terra, aria per le quattro sezioni che compongono il libro e, aleggiando come lo spirito sulle acque nella creazione, la Quintessenza, vita e affabulazione, amore e cura narrati e cantati in assenza della madre, di colei della quale un verso di semplice, sovrana bellezza recita in dialetto «spannivi pac’ purtàvi cuntentezza» (“spandevi pace portavi gioia”): con questi indizi mi accingo a introdurre la raccolta poetica di Gianni Iasimone.
La quintessenza – ciò che abbraccia e trascende i quattro elementi – è tutto e, insieme, tutto ciò che è legato alla madre, lingua, parola, terra, cuore, comunità.
Già il primo componimento ne fa chiara e ampia, dolorosa e rievocativa professione: «Tutto finì quel giorno / o ebbe inizio quando/ il nostro urlo primigenio/ incrociò il volo di una farfalla / mentre tu chiedevi aiuto».
La richiesta d’aiuto, l’urlo primigenio, il volo di una farfalla sono tutto e una cosa sola nell’estate che si rincorre dal 2007 al 2017 (il sottotitolo spiega tra parentesi che l’arco temporale è quello, estate 2007 – estate 2017).
Dell’estate appare nella prima sezione, intitolata FUOCO (una sola), il crepitare delle stoppie, l’ardere pervasivo di una stagione che si consuma, che consuma e prosciuga “la” sorgente, la fonte di vita. Della campagna, delle erbe che accolgono e propagano la nuova della morte e dell’incipiente notte si dice che sono «rassegnate ad affrontare / un nuovo giorno di fuoco». La stagione con l’afa e l’arsura pare perfino superare l’inferno per la violenza dei dardi brucianti, ora che manca colei che già con il solo sorriso recava sollievo: «Solleone – quest’anno / già bruci più / dell’inferno. // Non c’è più / il fresco venticello / del suo sorriso.».
Eppure la fine e il principio sono accostati, si sporgono l’una verso l’altro. La prossimità si palesa nelle rime ricorrenti, anche interne, in questa prima sezione (apparsa, come avverte l’autore, in Chiavi storte, Mobydick 2012): assenza, essenza, distanza, speranza. L’io poetico osserva, rievoca, richiama, ritorna allora «con alterno sentimento» (Terra mia).
Climi e paesaggi autunnali e invernali dominano, invece, nella sezione successiva, ACQUA (sangue diluito): «Fuori fa freddo da cani / e da un po’ nevica così fitto / che il cuore ne risente. / Fisso davanti alla finestra / per un infinito istante / resto senza respiro / mentre osservo i fiocchi / che vanno giù dritti / o danzano improvvisi» (Memoricidio?).
Anche nella prigionia urbana, dinanzi al «computer / – freddo compagno di sventura –» (Buongiorno!), i ritmi e gli avvicendamenti, a riproporre il soffio vitale, anche sotto la coltre fredda e desolata, sono quelli rurali. Il pensiero corre immediatamente a Demetra e a Persefone – Cerere e Kore – tanto da anticipare quello che Gianni Iasimone scrive in Respiro: «come l’ira di Cerere / quando le si spezza il cuore / dentro il petto di terra bruciata / e fischia l’aria va a tempo il vento / per il mondo sordo che tanto amava / a seminar mele granate more frumento / per Kore la figlia rubata».
Ciò che avevamo intravisto percorrendo le prime due sezioni si fa evidente, fin dal titolo, nella terza, TERRA (léngua madre): parola-poesia e terra-madre sono binomi che procedono appaiati, fin quasi a sovrapporsi. E la lingua madre non può che essere che quella della madre e dei compaesani dell’autore, la «lingua napoletana nella variante locale di Pietravairano».
È impressionante vedere, o meglio, ascoltare come il verso, per lo più breve e sempre denso, tipico della poesia di Gianni Iasimone in lingua italiana, diventi ancora più sapido e sonoro nell’idioma di Pietravairano, nella lingua di sua madre, donna di poche parole, che tuttavia, quando “cuntava” storie, si trasformava: «’o veré ch’ ’a janara ch’è venùta / a circà ‘u sal’ stammatìna / c’ ha fatt’ ‘na fattura / o è n’atu rispiéttu fatt’ ‘e stramacchiu / ra’ chigl’ sfaccìmm ‘e Mazzamauriegl’*» (vuoi vedere che quella strega che è venuta / a chiedere il sale stamattina / ci ha fatto una fattura / o un altro dispetto fatto di soppiatto / da quell’impertinente di Mazzamauriello).
Nella quarta e ultima sezione, ARIA (haiku o vento), la misura si riduce ulteriormente, si avvicina a quella degli haiku, che nella loro brevità e significatività condensano il dolore dell’assenza (non solo della madre, ma anche di ogni oggetto. anche il più piccolo, collegato alla sua permanenza su questa terra, e l’immagine dalla natura: «inverno bigio / non crepita il forno / senza il tuo pane». La forma breve esalta e chiarisce, al di là di ogni dubbio, il “tutto” di cui ho scritto in apertura; esalta e chiarisce, dunque, dove risieda e in che cosa consista la quintessenza: «tu grande madre / piccolo verso umile / vento onda poesia // radice anima / della tua passione / inganno l’arte mia». Con uno spirito che, come viatico, così « ti riconsola», vale allora la pena di continuare a cercare.
Gianni Iasimone, La Quintessenza. Prefazione di Salvatore Ritrovato, Arcipelago itaca 2018
© Anna Maria Curci
*Così viene chiamato al mio paese e in area campana una figura fantastica,
una sorta di spiritello popolare o folletto domestico dotato di poteri magici che compariva soprattutto alle bambine con un’iniziazione cristiana incompleta. (n.d.A.)
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Gianni Iasimone, classe 1958, poeta, performer, attore, regista, fotografo, autore di video e testi teatrali, studioso di tradizioni popolari, è nato a Pietravairano, un piccolo centro dell’Alto Casertano. Laureato in DAMS con Giuliano Scabia all’Università di Bologna, ha conseguito un Master in Poesia Contemporanea presso l’Università di Urbino. Sue poesie e interventi sono apparsi su numerose riviste, in rete e in alcune antologie tra le quali Bologna e i suoi poeti, curata da G. Centi e C. Castelli, Bologna 1991.
Ha pubblicato la raccolta di versi La memoria facile (con disegni di Carmelo Sciascia, Piacenza 1991), nel 2005 il “poema metà-fisico” Il mondo che credevo, Mobydick, nel 2012 il libro di poesie Chiavi storte, Mobydick, e il “canzoniere” La Quintessenza, Arcipelago itaca Edizioni, 2018.
Suo anche il saggio critico Conta nu cuntu! Il racconto orale come strumento creativo e comunicativo, Caramanica editore, 2002.
A partire dagli anni Ottanta ha dato vita a svariate performance poetiche itineranti e ha letto i suoi versi in diverse piazze e teatri.
Ha partecipato, come attore, a numerosi spettacoli teatrali, realizzandone molti come regista e autore.
Attivo come operatore culturale, collabora con alcune riviste e portali on-line, ed è tra i fondatori dell’associazione “Microcosmus” di Rimini, dove attualmente vive.