È stato detto che la bellezza, l’arte, la poesia salveranno il mondo. Ma temo che, purtroppo, gli scettici, quelli che la sanno lunga, costituiscano la maggioranza. Per loro la poesia è soltanto una inafferrabile essenza volatile, profumata e seducente, magari, ma incommestibile e, dunque, inutile. Ma perché, non è forse vero che ars non dat panen? I poeti? Degl’inguaribili sognatori, buoni solo a incantar la nebbia.
Leggiamo nell’enciclica Laudato si’ delle profonde ferite inferte dall’uomo e, più precisamente, dal sistema capitalistico all’ecosistema mondiale. Ora noi non staremo qui a ripercorrere le argomentazioni del Papa: non è questo il nostro fine. Vogliamo solo soffermarci a riflettere su alcune sue parole. Ad esempio, nel chiudere il primo capitolo, Bergoglio dice: «È certo che l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista, perché abbiamo smesso di pensare ai fini dell’agire umano: “Se lo sguardo percorre le regioni del nostro pianeta, ci si accorge subito che l’umanità ha deluso l’attesa divina”».
Ma ecco, all’inizio del secondo capitolo, l’ottimismo della volontà: «Se teniamo conto della complessità della crisi ecologica e delle sue molteplici cause, dovremmo riconoscere che le soluzioni non possono venire da un unico modo di interpretare e trasformare la realtà. È necessario ricorrere anche alle diverse ricchezze culturali dei popoli, all’arte e alla poesia, alla vita interiore e alla spiritualità. Se si vuole veramente costruire un’ecologia che ci permetta di riparare tutto ciò che abbiamo distrutto, allora nessun ramo delle scienze e nessuna forma di saggezza può essere trascurata, nemmeno quella religiosa con il suo linguaggio proprio».
La poesia, anche la poesia, dunque, a riparare le scelleratezze umane.
Sfogliamo più in là. Una citazione dal Deuteronomio (22,4.6): «Se vedi l’asino di tuo fratello o il suo bue caduto lungo la strada, non fingerai di non averli scorti […]. Quando, cammin facendo, troverai sopra un albero o per terra un nido d’uccelli con uccellini o uova e la madre che sta covando gli uccellini o le uova, non prenderai la madre che è con i figli». In questa linea – aggiunge il Papa – il riposo del settimo giorno non è proposto solo per l’essere umano, ma anche «perché possano godere quiete il tuo bue e il tuo asino» (Es, 23,12). In conclusione: «Così ci rendiamo conto che la Bibbia non dà adito ad un antropocentrismo dispotico che non si interessi delle altre creature».
Che dire? Quanto la poesia e la letteratura – dal poverello di Assisi a Leopardi, ai poeti dei giorni nostri e di tutte le latitudini – hanno insistito in tal senso ed hanno contribuito profeticamente all’educazione del genere umano? Ma neanche di questo, con il caldo che fa, vogliamo adesso metterci a discettare. Molto più semplicemente a noi, modestissimi cultori della poesia abruzzese, viene in mente un sonetto intitolato Nu nide de calandre, che fa parte dell’antologia, pubblicata da poco, “Evandro Marcolongo, un poeta abruzzese del Novecento”, a cura di Maria Pia Alleva e Giandomenico Mucci (Edizioni Tracce, Pescara, 2015).
Vogliamo leggerlo insieme?
’Na vote, avé deci’anne, ive ’ncampagne
a fa la jerve di rampalupine:
a lu cchiù fote (quanta fiure rusce!),
ecche… mi svole ’nnanze ’na calandre.
Nu nide… corre… o quant’è bielle, cinche,
cinche vuccucce apierte de ciellitte
si e no ’mpiumite, cinche calandrelle.
Mò c’haia fa? Li pije – nni li pije…
Ah, nni je le vuoje to’, povera mamme,
nni je le vuoje to’ stu nide bbelle;
ca mo’ è sol’esse a ciurlejà pill’arie,
a ottobre canterà ’nsimbre a li fije;
cinche vuccucce aspette… e mi ni jive
a ’nu pizze cchiù balle a fa la jerve.
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Un nido di calandrelle – Una volta, avevo dieci anni, andai in campagna / a fare un fascio di erba lupina: / in una zona più folta (quanti fiori rossi!), / ecco… mi svola innanzi una calandrella. // Un nido… corro… oh, come son belle!, cinque, / cinque boccucce aperte di uccellini / si e no impiumati, cinque calandrelle. / Ora che devo fare? Le prendo? Non le prendo?… // Ah, non le voglio prendere, povera madre, / non glielo lo voglio togliere questo bel nido; / perché ora è lei sola a cinguettare all’aria, // a ottobre canterà insieme alle figlie; cinque boccucce aspettano… e me ne andai un po’ più giù a fare l’erba.
Nicola Fiorentino
pubblicato 2015-07-23