Intelligenza è spingersi ai confini della ragione mantenendo un’attitudine di umiltà, tentare di spiegare senza essere invasi dalla boria di essere esaustivi, radunare conoscenze ed esperienze consapevoli del fatto che una risacca di possibilità non espresse potrebbe un giorno depositare a terra nuovi frammenti di sapere, emersi da fondali inesplorati. In estrema sintesi, è offrire chiavi di lettura che schiudano spiragli, riconfigurando il nostro rapporto con la realtà.
In tal senso, Giovanni Tesio, mediante questo portolano utile ad orientarci negli arcipelaghi della poesia, si conferma critico tra i più acuti ed equilibrati. Il suo vasto archivio è qui messo a disposizione dei lettori con piglio sempre brioso ed ironico e con freschezza; la timbrica non è mai pedante o meramente didattica, mirando a denudare vulgate stereotipate in merito a questioni di gusto, di correnti, di partitismo, a nette linee di demarcazione e a periodizzazioni che non tengano conto dei fluidi punti di incrocio della Storia. Di conseguenza, la poesia entra “in gioco” superando cliché cristallizzatisi in decenni di cattiva scuola, atta a ripetere in modo irriflesso la narrazione sui prodotti letterari e sulle interpretazioni dominanti più che a scandagliare le fonti e i bacini di sedimentazione della loro scaturigine. Di fatto, frustrando i potenziali fruitori dell’ars poetica sul nascere.
Gli strumenti della filologia e gli approcci ermeneutici (sincronico, diacronico, storicistico, semiologico etc.) sono illustrati e attraversati senza propendere per una lente a discapito dell’altra, sempre ponendo al centro della vexata quaestio i testi, la capacità di illuminare per epifanie, oltre gli autori: «La poesia è cosa nobile, i poeti – in genere – meno: permalosi, isterici, spesso supponenti, spesso arroganti, difettivi almeno quanto tutti gli umani e anche più degli umani comuni. Ecco perché dico che resto un lettore di poesia, nonostante tutto. Perché poi apro un libro di poesia e ne sento subito la grana […]. Basta poco per avvertire il suono dell’autentico. Non ci vuole molto a sentire le banalità dell’ovvio, anche quando si tratta di poeti che una volta si dicevano “laureati” e che oggi sono soltanto “premiati”» (pp. 7-8).
In esordio l’Autore ricorda infatti che oggigiorno esistono quasi più premi di poesia che poeti: «basta leggere le bio-bibliografie che contrassegnano i loro libri: onusti di premi conseguiti ovunque, in ogni dove, in ogni sagra, in ogni distretto». Un proliferare di “arkadie” (con la kappa irrisoria che per Sebastiano Vassalli stava ad indicare chiesuole e gruppi di potere editoriale), il quale, pur con tutti i limiti che lo connota, esprime comunque la tenace resistenza di un’arte inutile ma necessaria. «La poesia è norma che cerca la trasgressione, l’innovazione, l’invenzione» (p. 23), ma è altresì esperienza fisica, pragmatica, come ricordava Carlo Betocchi scrivendo a Giorgio Caproni: «”La poesia, da’ retta, non è con Mazzini, ma con Cavour”, ossia concretezza e non sognaria» (p. 24).
Le due sezioni in cui è suddiviso il volumetto (Parte prima: A modo di premessa; A modo di sviluppo; A modo di intermezzo; A modo di approfondimento. Parte seconda: A modo di definizione; A modo di precisazione; A modo di sintesi; A modo di appendice; A modo di chiosa; A modo di conclusione; A modo di bibliografia) indagano, in maniera soltanto apparentemente asistematica – attraverso un andirivieni perlustrativo che genera stimolanti correlazioni tra autori e periodi storici –, moduli e stilemi ma altresì il rapporto che intercorre tra poesia e potere nel corso dei secoli, spingendoci a salvarla soprattutto da se stessa, come indica Alfonso Berardinelli, qui citato: «Oggi ogni difesa generale della poesia suona come una difesa aprioristica e corporativa dei poeti che ci sono, comunque siano e come se fossero davvero, per investitura, i nipoti di Hölderlin e di Emily Dickinson […]. Io non credo nella poesia. Credo soltanto in quelle poesie che mi fanno credere in loro. Se convince il lettore, la poesia non ha bisogno di essere difesa. Se non lo convince, come e perché difenderla?» (p. 37).
L’invito di Tesio è anche quello di seguire approcci critici ponderati, lontani da taluni fanatismi («il compito di una buona critica: storicizzare, inquadrare nel tempo numerabile, distinguere generi e tipologie, definirne i contorni, non cadere nell’indistinto», p. 72), senza ambire di approdare ad una verità ultima («non bisogna impuntarsi a voler capire», ricordava Massimo Mila in una lettera del 20 maggio 1938 indirizzata alla madre, trattando di Apollinaire).
Interessante anche l’indagine relativa al rapporto tra poesia e prosa: la prima si distingue dalla seconda per l’adozione di verso, ritmo, musicalità, essendo oggetto preminentemente sonoro (per Kandinskij la parola era suono interiore), ma essa si nutre necessariamente della seconda, impastandosi di realtà. Frutto di incessante lavoro sulla lingua, più che di ispirazione, la lirica; e Tesio ricorda che «nella storia della poesia di tutto è accaduto, ma nulla è mai stato definitivo» (p. 134).
In ultima istanza, ci si chiede: la poesia salva la vita? Può rendere l’animo umano migliore? A tal proposito, l’Autore inserisce una significativa riflessione di Aleksandar Hemon, scrittore bosniaco naturalizzato statunitense, che ebbe come professore Nikola Koljevič, fine lettore di Shakespeare all’Università di Sarajevo, il quale divenne un membro di spicco del SDS, organismo violentemente nazionalista guidato da Karadžić, poeta senza talento destinato a diventare criminale di guerra. Nel 1992 Hemon si trovava negli Stati Uniti mentre prese avvio l’attacco serbo alla Bosnia, nell’impossibilità di poter rientrare nel suo Paese. «Sulle prime pagine delle riviste vidi i prigionieri emaciati nei campi serbi, e le facce terrorizzate della gente che correva sul viale dei cecchini. Guardai la biblioteca di Sarajevo consumarsi nella tenacia di fiamme dolose […]. Il professor Koljevič diventò la mia ossessione. Continuavo a cercare di mettere a fuoco l’istante in cui per la prima volta avrei potuto notare la sua inclinazione al genocidio. Tormentato dal senso di colpa, tornavo mentalmente alle sue lezioni e agli scambi che avevamo avuto, quasi stessi rovistando tra le ceneri – le ceneri della mia biblioteca […]. Mi ero arenato nel close reading, impressionabile com’ero e inconsapevole del fatto che il mio insegnante preferito era coinvolto nella pianificazione di un crimine immenso. Ma ciò che è fatto non si può disfare. Oggi mi è evidente che la sua malvagità ebbe su di me un’influenza ben maggiore della sua visione letteraria. Ho estirpato e distrutto quella preziosa e giovane parte di me stesso che credeva possibile ritrarsi dalla storia e ripararsi dal male nel conforto dell’arte» (pp. 170-172).
È evidente che la letteratura non preserva dalla malvagità degli umani – anche di coloro che scrivono. Essa può però, in molti casi, ricondurci ad una nobile dimensione ludica e a migliorare il tempo che ci è concesso in sorte.
Giovanni Tesio, La poesia in gioco. Un manuale per saperne un po’ di più, Torino, Lindau, 2023, pp. 192.