Venerdì 19 aprile 2013 presso la Biblioteca Gianni Rodari in via F. Tovaglieri 237A si terrà un incontro organizzato da Centro Scarpellino e Il vernissage @Roma in Barattoli dedicato ai poeti Carlo e Massimo Bardella. L’occasione è propizia per una lettura della poesia di Carlo Bardella che intendo condividere con i lettori di Poeti del parco.
La mia prima frammentaria conoscenza della poesia di Carlo Bardella (1903-1981) risale alla primavera del 1997 ed è avvenuta tramite la scelta antologica che l’amico poeta Vincenzo Scarpellino operò nel numero 2, aprile-giugno, di “Periferie” in un suo articolo “Itinerario nella poesia dialettale romana” in cui egli fornisce una sintesi dell’opera dei maggiori poeti in romanesco operanti dal dopoguerra, con la scelta di alcuni brani, secondo lui, significativi.
A proposito di Carlo Bardella Scarpellino scriveva, anzi con tratti rapidi “scarpellava”: “L’orafo Carlo Bardella rompe gli schemi del sonetto per liberare la sua ricca vena”. E a supporto di questa sua affermazione inseriva nella parte antologica dell’articolo le poesie “Fôchi d’artificio”, in versi liberi, che dà nome alla raccolta omonima del 1952 (è stata selezionata anche da Cosma Siani nel suo I poeti della provincia di Roma, Edizioni Cofine 2012) ed il sonetto “Carnovale” (tra i suoi migliori, tratto dalla raccolta “La Strada” del 1963). Eccoli, nell’ordine
Fôchi d’artificio
Trionfo de Stelle,
faccione curioso de Luna.
……………………………..
Scròcchji, fischji, scròcchji
una, cento,
mille frecce d’argento
schìzzeno verso er Firmamento;
ma pèrdeno forza:
e spari e squarci, e una pioggia
che sfoggia
smerardi, brillanti, rubbini, topazzi,
a poco a poco
se smorza:
ma fischia una mischia
de frulli, de guizzi, de sprazzi
e scintille, scintille, scintille;
salici piangenti,
stelle cadenti,
chiarore confuso;
cascatelle d’oro fuso
còcchji de luce, sfere de fôco,
girandole ardenti…
………………………
Triste
l’Umanità assiste
a li Fôchi d’Artificio der Pensiero
ne la ricerca der Vero.
(Fôchi d’artificio, 1952)
Carnovale
Levàmese la maschera, fratello,
dìmese bôni, una parola bôna:
la bestia raggionevole, raggiona,
ma senza er côre, che pô di’ er cervello?
Sai bene che né Tiara, né Corona
né diamanti, né Porpora, né Orpello
né avarìzzia, né odio, o tempo bello,
pônno ridà’ la pace a una persona.
E allora, perché tanta cattiveria
e tante buffonate e tant’inganni?
Cristo ha promesso er Cèlo a la Miseria.
E belli, e brutti, e ricchi, e poveretti,
che maschera, ciavremo fra cent’anni?
– La maschera che ride a denti stretti.
(Da La Strada, 1963)
Nella versione riportata da Scarpellino appaiono due varianti di rilievo (Nei primi versi: una, cento, mille / frecce d’argento; e nella conclusione: Umanità triste / che ne’ la notte assiste / ar fôco d’artificio der pensiero / ne l’eterna ricerca der vero. Noi preferiamo però la versione presente ne “La strada” e ripresa anche dal figlio di Bardella Massimo in “Centenario”, una raccolta antologica in poche copie, dedicata al papà Carlo, in occasione dei cento anni dalla sua nascita: In essa figura una tenera foto di Carlo con il piccolo Massimo, scattata nel 1938 da Mario Dell’Arco, la riproduzione di un ritratto ad olio di Carlo Bardella, datato 1954, di Siegfried Pfau, la riproduzione su una medaglia di M. Valeriani di un “Ritratto di Carlo Bardella”. Oltre naturalmente ad una scelta di poesie suddivisa in quattro sezioni, La prima “Anni Trenta. Gli anni del verismo” comprende le poesie “Valle de l’Inferno”, “Sàbbito senza sole!”, “Chiesoletta de Campagna”, “Er giornello”, “Er destino”, “Volo bianco”, “Naufraggio”; la seconda parte “Anni Quaranta. Gli anni del dopoguerra” comprende: “Carnovale”, “Er vino”, “Dio sa tutto e vede tutto”, “La fortuna”, “Carità”, “La verità”, “Versarolo pettegolo e maligno”, “Er dotto e l’ignorante”, “Egoismo”, Ar professor Coso”, Marzo”, “Poverelli”; la terza sezione “Anni Cinquanta”include: “La strada”, “Fôchi d’artificio”, “L’eremita saggio”, “La leggenda de le stelle”; nella quarta ed ultima parte intitolata “Sonetti ar Creatore” sono riportati undici sonetti sui cinquanta complessivi dell’omonima raccolta; infine alcuni Giudizi e recensioni sulla sua poesia di Luciano Morpurgo, Francesco Possenti, Cesare Basini, Piero Dallamano, Diego Valeri, Luigi Volpicelli)
In “Carnovale” ecco emergere un dato fondamentale della poesia di Carlo, un’elevata moralità e il profondo sentimento della fragilità e della caducità degli uomini che non consente ridicole albagie e la ricerca di poteri, di ricchezze né gratuite cattiverie e inganni perché tutti, nessuno escluso fra cent’anni avremo: “La maschera che ride a denti stretti”. E non sfugga l’ammonimento, in questo stesso sonetto, rivolto a tanti pseudo cristiani nel bel verso: “Cristo ha promesso er Cèlo a la Miseria” a dare sollievo ai diseredati. Un messaggio di fraternità, anche questo un tema che ritorna prepotente in più di una sua poesia.
Alla migliore conoscenza di Carlo Bardella ed a rendermelo caro, ha contribuito ovviamente l’incontro, sfociato in amicizia, con suo figlio, e poeta anche lui, Massimo (di cui si è occupato la valente Anna Maria Curci). Ebbene Massimo mi ha fatto dono lo scorso anno di uno splendido sonetto di suo padre Carlo; è del 1933 ed è tratto dalla raccolta “La strada”. Io prontamente lo pubblicai sul sito www.poetidelparco.it con il titolo: “Sàbbito senza sole!”, una poesia per tempi di crisi mondiale. Un sonetto di Carlo Bardella che sembra scritto oggi”. Nel mio commento scrivevo: “Questo sonetto sembra scritto oggi; parla, come solo i poeti sanno fare, della crisi economica e dei profondi guasti che la stessa produce nelle famiglie, soprattutto in quelle in cui il capofamiglia ha perso il lavoro, oppure la casa ed il lavoro contemporaneamente, come purtroppo sempre più spesso accade a tantissime famiglie italiane. Nella piena indifferenza di quelli che hanno la trippa piena (top manager, grandi economisti, banchieri, finanzieri, politici di alto bordo, ricchi, insomma, di svariate categorie professionali), che quindi non riescono a capire le buone ragioni di chi è digiuno”.
Ecco il sonetto.
Sàbbito senza sole!
È sàbbito! ’Gni sàbbito che passa
me fa penzà’ ar proverbio…* Ch’eresia!
Nun manca er Sole a un padre de famîa
che ar sàbbito ha da di’: l’ho fatta bassa?
Cammino, cerco, chiedo: “No”. “Ripassa”.
“Forse”. “Nun dò nessuna garanzia”.
Io, se nun fosse ’na vijaccheria,
sbrojerebbe pe’ sempre la matassa.
Crédeme, me ce sento schioppà’ er côre:
sentì’ ’na forza da potecce sfragne
una montagna, e nun trovà’ lavore!
E quanno er pupo ha fame e ce lo dice
Tèta riggira er viso e sbòtta a piagne…
Cristo, che Croce!, che campà’ infelice!
* “Non c’è sabato senza Sole”
“Il sonetto – mi precisava Massimo Bardella nella lettera di accompagnamento alla segnalazione – è sicuramente autobiografico, ma papà con me ne fu sempre sfuggente, vago, perché, pur estremamente estroverso, era schivo di certe intimità dolorose. Papà fu a lungo disoccupato anche perché non aveva mai voluto iscriversi al Partito fascista, cosa quasi indispensabile per trovare lavoro (se ce n’era). Quindi, sono passati ottanta anni e questo sonetto sembra scritto adesso. E sarebbe interessante per il Centro di documentazione “Vincenzo Scarpellino” fare una ricerca, con un saggio sulla poesia dialettale da 1930 al 1935, anche se la crisi durò più a lungo. La famigerata crisi del ’29 arrivò in Italia nel 1932 e Mussolini cercò di diluirla con le imprese sportive, il cinema e la neonata radio. Quel 1933 fu un anno stranamente ricco di eventi: l’Anno Santo, il volo transoceanico di Italo Balbo, la conquista del nastro Azzurro da parte del Rex, la nascita dell’I. R. I. e l’avvento di Hitler al potere. Le poesie di papà dormirono per molto tempo, perché aveva cose più gravi da pensare. Nel 1943/1944 fu uno dei capi della Resistenza romana nelle file clandestine del Partito socialista. Con la pace esplose la sua sopita ispirazione poetica e molto frequenti le sue notti di poesia, vino e cazzotti, anticipando di molto la Dolce Vita.”
Orafo. Poeta multiforme, ben saldo e temprato come il metallo che magistralmente elaborava, Carlo Bardella ha il piglio franco e spontaneo del poeta popolaresco: tutte le sue poesie sono sempre animate da un impeto nascosto, non domo dalla clausura rigida del sonetto che il poeta predilige. È stato uno dei fondatori del Centro Romanesco Trilussa. Ha collaborato a locali riviste, dialettali e a giornali di vasta tiratura.
Ha pubblicato Fochi d’artificio (Tip. Carpentieri, 1952), La Strada (Ed. Ardita, 1963), Sonetti ad Creatore (Ed. Gabrieli 1970), Antologia “Cento anni di poesia romanesca” (Staderini, 1966).
Di lui è stato giustamente esaltato il linguaggio forbito e incisivo “di una voce autentica pervasa di sensibile e preziosa morale”. Il tono è “ricco di sentimento spontaneamente distante dall’ironia subdola e dal macchiettismo talvolta sfacciato di cui abusa il popolare verso romanesco”, Antologia “I Trovieri”, Ed. Todariana, 1978).
Non disdegna temi apparentemente convenzionali che sa reinventare. Come ad esempio quello del vino e delle sbornie che ritornano spesso nei suoi versi. E quindi, ci piace riportare questo delizioso sonetto:
Er vino
Un giorno, volli chiede’ a un monsignore:
“Perché pe’ di’ la Messa ce vô’ er vino?”
Er monsignore borbottò in latino:
“Fijo, perché ner vino c’è er Signore”.
E io che me sentivo peccatore
me n’agnedi da Giàchimo ar “Grottino”.
Doppo du’ scarafoni* de Marino,
m’intesi tutta mente e tutto côre.
Nun feci che parlà’ parole bône
e a tutti li fratelli…, in Osteria,
je’ volli rigalà’ una bôn’azzione.
E da quer giorno, quanno a la coscênza
me ce s’attacca quarche porcheria:
entro da un’Oste, e faccio penitenza.
*scarafoni (litri)
E questa malinconica poesia:
Er destino
Jé l’ho fatta stasera ar Destino!
So’ sborgnato, e cammino, cammino
fischiettanno una vecchia canzona…
Piano piano li fumi der vino,
se ne vanno, er cervello ragiona:
er Destino me ride vicino.
Il tema del destino ritorna in questo componimento meditativo, filosofico ed affidata a pochi sentiti versi:
Er giornello*
Su fiume, tra un ristagno e un mulinello,
’no slancio, un’incertezza, una ripresa,
gira nell’acqua torbida er giornello.
Io guardo e penzo. Penzo a que’la gente
che sciupa l’esistenza ne l’attesa,
pescanno l’acqua appresso a la corente
In “Sonetti ar Creatore” insieme alla risentita vena satirica anticlericale (“Io nun credo a li preti, ar loro Dio”) si articola un lungo dialogo con il Creatore cui si rivolge, senza infingimenti, con toni accorati, anche aspri, talvolta irriverenti (e che ricordano gli interrogativi inevasi di Giobbe):
IV
Sei tutto, senti tutto e vedi tutto,
te trovi in celo, in tera e in ogni loco;
ciài dato aria, tera, aqua e fôco,
Adamo, Eva e un serpentaccio ar frutto.
Ciài dato notte e giorno, bello e brutto,
ciài dato chi cià tanto e chi cià poco;
vai giocanno co’ noi l’eterno gioco
d’un eterno rifà’ quello distrutto.
Che Tu non voja nun se smôve foja
ciài concesso er cervello e la parola,
Tu ce fai nasce’ condannati e boja.
Tu ce spigni tra er cappio e la tajola
in un imbrojo che nessuno sbroja,
l’urtima frase ce la strozzi in gola
Di fronte alla Morte che arbitrariamente “se riccoje bôni e regazzini” mentre fa invecchiare assassini e aguzzini Bardella formula questa ardita conclusione: Bé! questo, Creatore, che dimostra? / Che la giustizzia Tua nun è Divina, / ma talecquale a la giustizzia nostra. Ma è soprattutto di fronte all’ingiustizia perpetrata nei confronti dei bambini, storpi, ciechi, indifesi che Bardella in termini di sfida così si rivolge al Creatore: Se vôi sfogatte fallo co’ li granni: / che peccati commette una cratura / pe’ meritasse er male che jé manni? E di fronte alla sorte sventurata di un ammalato che da ben quattro anni si dibatte tra vita e morte il poeta sollecita Dio ad affrettarne la fine (Dà uno sguardo a’ reggistro, Creatore… (…) In lite per avéllo, da quattr’anni, / cià la Vita e la Morte, lì, vicino / che aspetteno un verdetto che nun manni).
Concludo con un acuto giudizio espresso sull’opera poetica di Carlo Bardella da Luigi Volpicelli: “… nella sua poesia per qualità del linguaggio e delle rime c’è proprio il senso dello scolpire e dell’incidere. E questo penso riesce efficacissimo là dove dà copro a quell’amarezza profonda, a quel senso di disperazione… e dove prevale in esso questo lato perdono quell’alcunché di volterriano e quella punta di blasfemico per assumere effettivo vigore di poesia”.
V. L.
16 aprile 2013