Cronache di estinzioni (puntoacapo Editrice, 2020), la raccolta più recente di Lucetta Frisa, permette a chi legge di addentrarsi nel mondo della sua scrittura e di seguirne il filo conduttore nel suo dettato dalla sonorità molto originale e, ora, in una versione inedita per la sua determinazione a ‘schiaffeggiare’, nella sua corrucciata evoluzione.
Si tratta di un corruccio che si carica del peso dell’impegno, che accoglie con dolorosa consapevolezza il mandato di de-nunziare e di pro-nunziare la catastrofe, il crollo, la caduta, il colpevole disfacimento.
C’è una linea coraggiosa nella letteratura italiana contemporanea, un sentiero battuto da pochi (o meglio, da pochi in maniera dignitosa e non arrendevole alla tentazione di una vacua visibilità) ed è quella che ha avuto una sua tappa importante nel romanzo Il ponte di Vitaliano Trevisan. Quel romanzo, apparso nel 2007 per i tipi di Einaudi, portava come sottotitolo “un crollo”.
Quella linea passa attraverso la scrittura di Thomas Bernhard, attraverso la sua pronuncia peculiare della Auslöschung – della “estinzione”, appunto – e attraverso la sua denuncia dell’ottusità perpetrata colpevolmente e sbandierata criminosamente dalla schiera di “brava gente”.
Thomas Bernhard, austriaco, si riferiva innanzitutto ai propri connazionali, Vitaliano Trevisan e Lucetta Frisa si riferiscono ai nostri; tuttavia, sulla scorta della scrittura di tutti e tre, è inevitabile pensare all’ottuso, colpevole discriminare, escludere e brigare dell’umanità contemporanea. In tutti e tre smascheramento e visione, lucidità e profezia procedono affiancati e generano una peculiare mescolanza di toni aspri e di note struggenti, di disincanto e di consapevolezza di aver vissuto per tanto tempo nell’illusione dell’immunità attraverso la frequentazione della grande letteratura. Non sorprende, a questo proposito, trovare sia in Vitaliano Trevisan del romanzo Il ponte, sia in Lucetta Frisa di Cronache di estinzioni, un chiaro riferimento a Hermann Melville come a un momento perduto in cui lo scontro con l’eterno Leviatano poteva essere reso con accenti favolosi e perfino con vere e proprie architetture epiche.
Lucetta Frisa professa l’adesione a questa linea, scomoda, impopolare, vera, partendo dall’esergo, vale dire dal brano di Verstörung, di Perturbamento, dunque, di Bernhard, che schiude il sipario dinanzi alla rappresentazione di quella particolare condizione esistenziale o, per essere più precisi, di quel prerequisito di esistenza che è la commedia umana nel suo andirivieni tra fervoroso e impazzito, tra tragedia e farsa: «Senza la sua peculiare catastrofe umana, l’uomo non può esistere assolutamente».
Il verso libero di estendersi e di ridursi, il canto vibrato e perfino la voce che si spezza dopo aver proclamato «mai più» sono anch’essi una dichiarazione d’intenti e la manifestazione di un dire talmente franco e diretto da azzardare l’aggressione a chi legge. Azzardo calcolato, intenzionale chiamata in causa. Ma come dire, altrimenti, «l’orrore dei mutamenti/ incontrollabili», come proclamare, voce nel deserto, che «quando la terra finirà soffocata/ dalla crosta plastificata» l’umanità tutta non ci sarà più?
© Anna Maria Curci
Antartide, 1
L’Antartide si scioglie, i suoi ghiacci
non sono più Antartide perché si frantumano
poi si tuffano in mare
diventano un’unica acqua. L’Antartide
perderà il nome
gelo, confini, disegno, incantesimo.
Warning: once upon a time qui c’era
l’ Antartide – si leggerà su un’insegna luminosa.
Si è ammalato un continente
immenso e silenzioso che parafrasava l’eternità.
Ricordo il mostro di Mary Shelley impazzito
brancolante tra i ghiacci dell’Antartide
(almeno lui, nel libro, la trovò intatta).
Dov’era esattamente? – chiederanno. Qui e là
in giro, in questo spazio immisurabile. Immaginatelo!
L’immaginazione non prende il posto della realtà?
Dice bugie magnifiche per sostituire tutto il desiderabile
lo spazio il gelo il bagliore del bianco il tremito della pelle il rallentarsi
del battito. E i libri che si scrissero sui ghiacci e le balene
le baleniere gli orsi i pinguini le foche, Zanna Bianca, Jack London
e la sacra balena di Melville.
Saranno presto pezzi da museo, e anche i musei
si scioglieranno in pezzi. Basta lo sciogliersi
di un qualcosa che subito si scioglie piano piano
tutto Il resto trascinato cancellato da questo alzarsi delle maree
da questa energia segreta.
E tu piangi per la fine del tuo lungo matrimonio
e lo chiami tradimento – forse che l’autunno
tradisce l’estate? Tradimento
anche i tuoi primi capelli grigi?
Annegati
Nell’antico Egitto chi annegava nel Nilo
diventava un dio ed era onorato
forse perché entrando nel mistero
sarebbe un giorno o l’altro ritornato
a raccontare il vero.
Ora davanti al mare occidentale
nessuno prega né guarda l’orizzonte
davanti a sé eppure questo mare
pullula di annegati sul fondale
di ogni razza ed età.
Non diventeranno mai divinità.
E li lasciamo soli nella morte
anche gli dèi si sono inabissati
in quale mare morto non si sa.
Acciughe
Sono sempre più piccole e sottili
da molti anni non sono più le stesse
forse hanno perso la voglia di nuotare
sempre nel mare
Pescate e mangiate pescate e mangiate
Non si divertono più.
Hanno cominciato a rimpicciolire
da quando hanno aperto gli occhi
e la testa si confonde con la coda
anche se continuano ad affacciarsi
in branchi frementi nelle notti di primavera
e la luna maligna le accarezza e svela
agli occhi rapaci dei pescatori
e si rintanano negli angoli più scuri
del mare e nel fondo delle reti da dove
tentano di fuggire senza sapere
dove andare. Perché hanno voglia
di non esserci
andarsene
sparire dal mare.
Qui dove noi siamo
Ai tempi di mia nonna c’era già
e anche di mia madre e adesso e dopo
ci sarà ancora.
C’era l’anno passato i secoli passati
ai tempi del rinascimento e prima
del medioevo e prima dell’avvento di Gesù
prima dei greci degli egizi di tutti i popoli
della terra d’oriente e occidente.
Ai tempi di Adamo ed Eva era già lì.
Non se n’è mai andata
(anche se avvelenata).
Sono scomparsi tutti: paesi,uomini,mari, monti,
interi continenti.
Ma lei è qui.
E sempre resterà dove noi siamo.
(finché ci saremo)
La divina ARIA
Caduta della luna
La luna è schizzata fuori orbita
stufa di stare dove stava
rotolata acciambellata nello spazio vuoto
inciampata dentro i buchi neri
giù giù
un tuffo
fino al salotto.
Lì è scivolata quatta quatta dentro le tazze
allargando i suoi raggi borghesi
sulle tende che non l’hanno nemmeno vista
e sono rimaste chiuse anche di giorno.
Nessuno si è accorto della luna in salotto
neppure del gran buco che aveva lasciato in cielo
(i fenomeni naturali sono ormai così naturali)
che la luna è diventata una tetta gonfia di latte
non scremato da mungere presto sennò sarebbe scoppiata
o una torta gigante di panna con zucchero a velo
postata su facebook dalle donne social che amano tanto cucinare
ed esporre le loro deliziose creazioni populiste
all’ammirazione del mondo.
Caduta del sole
Il sole si è spaccato a metà
come un’arancia accoltellata
Esatto il taglio, nessuna sbavatura e finalmente
ha dato chiare indicazioni. O stai in una metà o
dall’altra
scegli l’emisfero unico, la sua religione, la segnaletica
senza incroci.
Non ci saranno più i dubbi tormentosi
le risposte imbarazzate
Si tornerà alla prima infanzia
dentro la gioia senza occhi della luce.
Ciechi. Assoluti. Decapitati.
Nessuno si chiederà che cosa c’è nell’altra metà.
Cosa sia il chiaroscuro
che genericamente chiamano Mistero.
*
È dal buio che scrivo.
Le parole ad una ad una escono alla luce, prendono un corpo,
sfavillano. Legano te a me.
Se le cancello
rientrano nel buio.
Ma il ponte crollato
non esiste più.
Ne rifaremo un altro,dicono.
Comporre un verso o un ponte
è strutturare
la vibrazione di una colonna vertebrale
sognare
ancora un nesso
perché le parole con le macerie non restino
inerti strumenti sul fondo.
Ciò che è compiuto appartiene subito al regno dei morti.
Solo quello che è ancora da fare è eterno.
Lucetta Frisa nasce e vive a Genova. Attrice, poeta, traduttrice. Opere poetiche: Modellandosi voce; La follia dei morti; Notte alta; L’altra; Se fossimo immortali; Ritorno alla spiaggia; L’emozione dell’aria; Sonetti dolenti e balordi. Narrativa: Fiore 2103; Sulle tracce dei cardellini; La torre della luna nera. Ha tradotto opere di C. Baudelaire, H. Michaux, S.J.Perse, A.Borne, B.Noël, P.Quignard, S.Durbec, J.Sacré, C.Esteban. Diversi poeti inglesi tra cui G.M.Hopkins. Ha collaborato con i suoi racconti per ragazzi al quotidiano “Avvenire”. Con Marco Ercolani pubblica,in prosa; L’atelier e altri racconti; Nodi del cuore; Anime strane; Sento le voci; Il muro dove volano gli uccelli; Diario doppio e Furto d’anima. Vince nel 2005 il Lerici-Pea per l’inedito e nel 2011 l’Astrolabio per Ritorno alla spiaggia e l’opera complessiva. Suoi testi sono tradotti in antologie, riviste cartacee e libri collettivi ed è presente in diversi blog letterari. Nel 2016 raccoglie, per puntoacapo, un’antologia della sua opera poetica: Nell’intimo del mondo. Poesie 1970-2015, finalista al Camaiore. Nel 2020, sempre per le stesse edizioni, pubblica Cronache di estinzioni.
www.lucettafrisa.it
Pubblicato il 3 marzo 2020