“Spesso le nostre parole hanno perso significato perché le abbiamo consumate con usi impropri, eccessivi o anche solo inconsapevoli…È necessario un lavoro da artigiani per restituire verginità, senso, dignità e vita alle parole” (G. Carofiglio, “La manomissione delle parole”, Rizzoli, 2010). Così la Dzieduszycka, che non osa “usare/ certe parole/ consunte/ consumate// dalla risacca logora/ del tanto replicare”, dall’abuso e dall’uso, torna all’ascolto della loro voce “per accarezzarne le curva/ ascoltarne la musica/ farle correre”; giunge persino a corteggiarle, a coccolarle, cullarle, con l’atteggiamento e la cura che solo i poeti- artigiani delle parole- possono avere.
In questa raccolta la Poeta fa una ricerca e insieme un dialogo con parole “vive” “leggere aeree/ che svolazzino libere/ come piume al vento”; se non basta, confessa che le saprà inventare. Le aspetta, le chiama, le va a cercare.
Ma perché tutto questa ricerca, attesa? Perché – confessa- “Mi serve/ la parola/ quant’alla pianta/ l’acqua”: dunque, è motivo di vita, bisogno di un elemento indispensabile, la parola; indispensabile per non sentirsi in solitudine “ sola/ mai e poi mai/ mi sento/ giacché intorno a me/ volteggiano/ amiche dispettose/ premurose nemiche/ comunque complici/ le parole”; indispensabile per “raccontarci” per coprire “d’un manto/ meno consunto/ le trame infinite/ del nostro vagheggiare”.
Con una consuetudine femminile, tra donne, amiche nemiche, complici.
Ancor di più: la comunicazione, il rivelarsi sono antidoto alla solitudine e realizzazione del desiderio di raccontarsi, con il verso e la voce propria d’ogni vivente e con le tante voci di quell’animale strano apparso dal sesto giorno, “che bisbiglia e urla/ piange e dopo canta”. Per questo ha bisogno di tante parole e spesso le spreca, ma per fortuna esse sono là, nella bottega vicina, in vendita ad un buon prezzo: “di ogni genere/ e di ogni sapore...in un angolo chiaro/ le parole per dire/ in un altro più buio/ quelle per nascondere”. Luci ed ombre, parole “bifronti” cosi che Edith non può avere con esse un rapporto tranquillo; non sa come e dove riporle e poi si accorge anche che “stanno germogliando” dotate di vita propria e lei corre il rischio di essere espropriata della sua stessa casa.
Ancora Carofiglio: “Mi ha sempre affascinato l’idea che le parole- cariche di significato e dunque di forza- nascondano in sé un potere diverso e superiore rispetto a quello di comunicare…l’idea, cioè, che abbiano il potere di produrre trasformazioni…essere…lo strumento per cambiare il mondo” (La manomissione delle parole). Ciò che trasforma, che ha un potere diverso, non nasconde in sé una energia che si autoalimenta? E non è questo “il germogliare” di cui si parla ne “La parola alle parole”?
Poi, guardando più a fondo tra i versi, si scopre che la Dzieduszycka in quest’opera dialoga con le parole, anche per parlare della poesia e del pensiero “nel tritacarne/ della mente mescolare/ parole poesia/ anima e pensieri”; la poesia “come granchio guardingo”, che sfugge, non si lascia prendere, mentre in superficie cose senza valore “s’agitano” e “le cose senza nome” attendono sul fondo. Poesia “movimento” tra apparenza e indefinitezza, non appartiene a nessuno dei due “luoghi”, ma “si posa sopra minime cose…sente volare intorno/ a sé ogni bisbiglio/ mosche pure farfalle”, mentre quasi tutti gli altri non se ne accorgono. Dunque la Poesia è per pochi? Tutt’altro! Le parole musica, il loro incedere, comporsi e scomporsi, fuggire e farsi cercare, comprare, riporre, riscoprire, si danno a tutti, purché si rinunci all’artificio, all’iperbole delle emozioni, alla verbosità che cela il vuoto di sé, alla poesia che si auto-compiace.
Purché si accetti persino la lotta delle parole tra loro, perché non sono tutte uguali, “la differenza c’è/ ne va presa coscienza…Così è cominciata/ la crociata crudele/ e tuttora in atto/ tra poesia e prosa” l’una sofisticata armata, l’altra rude schiera del volgo.
È quel che fa l’Autrice, in questa raccolta, fronteggiando la poesia della prima parte alla prosa “Il paese di là” della seconda; invero la battaglia è tra chi ha smarrito le parole, e parla a gesti e versi vocali, e chi conserva il suono e il senso delle parole: questi ultimi sono destinati a soccombere e di essi solo pochi superstiti fuggono “verso contrade più amene”. Della guerra e dei morti, infatti, vengono incolpati sempre coloro che, usando le parole per dialogare e insegnando a fare altrettanto, vorrebbero questi e quella, evitare.
Nel tritacarne
della mente mescolare
parole poesia
anima e pensieri
intrecciarli e liberi
di scorrazzare lasciarli
senza freno
e senza regole?
O tenerli al laccio
per poi rinchiuderli
prigionieri all’interno
di celle singole?
M’incutono timore
le parole in piedi
pure quelle sedute
in mano la bandiera
fintamente innocue
come chi sa di vincere
in quella torva sfida
dribblando l’avversario.
Le preferisco stese
prigioniere
nell’ombra delle pagine
ragnetti neri
Insufficiente spesso
la parola
ad aprire la porta
spenta del pensiero
impotente a cucire
sparsi nella mente
fuggitivi lacerti
in cerca d’unità
Ormai fattasi vecchia
sfilacciata incerta
se ne va a braccetto
con pensieri di ragno
su crinali e discese
verso la botola mai sazia
e spalancata che macina
gioiosa il suo grano
Mi sorprende a volte
come cauta si fa
delle parole la musica
D’amore e d’accordo
a braccetto procedono
e poi all’improvviso
sopraggiungono goffi
fastidio e disagio
un andare sconnesso
il ritmo è inciampato
l’armonia fuggita
…
Su quale musica
far oscillare l’anima
incerta quasi sempre
tra toccata e fuga?
Poesia mi vergogno
a chiamarla così
le parole impazienti
che ronzano frementi
per uscire dal bozzolo
in quali corridoi
bui della mente
insetti brulicanti
afferrando le lettere
che le compongono
vi state divertendo
ad inventarla?
A quale ordine
state qui ubbidendo?
Sforzo e compito
o gioco e piacere?
Ho giocato
con loro questa notte
In un angolo buio si erano nascoste
ma non mi è sfuggito
il loro bisbigliare
lievemente sfiorato
da tenue chiarore
Dapprima tremolanti
impaurite ostili
si sono poi calmate
sperando di aver trovato
in me un’alleata
perfino un’amica
Così tranquillizzante
hanno cooperato
spuntando dalle tenebre
parole docili
oramai ubbidienti
alla mia chiamata
Edith Dzieduszycka, di nazionalità francese, nasce a Strasburgo dove compie studi classici e lavora per 12 anni al Consiglio d’Europa. Nel 1966 ottiene il Secondo Premio (Premio dei Poeti dell’Est, organizzato dalla Società dei Poeti e Artisti di Francia) per una raccolta intitolata “Ombres”. Negli anni 1965-1966 alcune sue poesie vengono pubblicate sulla rivista Art et Poésie diretta da Henry Meillant e su varie antologie. Negli stessi anni disegna, dipinge e realizza collage. Prima sua mostra e letture al Consiglio d’Europa durante una manifestazione del “Club des Arts” organizzato da lei e alcuni colleghi. Nel 1968 si trasferisce in Italia, dove si diploma all’Accademia Arti Applicate e si occupa di arredamento. Dal 1979 risiede a Roma. Dopo varie attività nel mondo della moda e la creazione di gioielli realizzati con materiali insoliti, si dedica al collage, alla fotografia e al fotocollage, usando come tecnica fotografica quella analogica tradizionale. Ha fatto numerose esposizioni personali in Italia e all’estero e partecipato a mostre e concorsi nazionali ed internazionali. Sul versante letterario, dal 2004 ha pubblicato un libro di fotografie, numerosi libri di poesia (a volte bilingue), un romanzo, un libro di racconti e curato la pubblicazione di altri due. Ha ottenuto diversi premi in concorsi di Poesia.
Edith Dzieduszycka, La parola alle parole, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2016