La Nauseatudine di Lorenzo Poggi

Nota e scelta di testi di Anna Maria Curci

 

L’aggressione, lenta e persistente, oppure repentina e virulenta, delle cose – contesti accadimenti presenze – riporta alla mente il brano da La nausea di Sartre: il nome, apparentemente innocuo, “panchina” può rassicurare? Quell’oggetto costruito perché le persone si siedano e sostino non potrebbe essere, per esempio, un asino morto “sballottato nell’acqua e che galleggia alla deriva”?

Quello che nel romanzo di Sartre si presentava come un pugno violento a separare e a travolgere, con il malessere fisico della nausea, qualsiasi illusione di confluenza tra i nomi e le cose, tra il sé che pronuncia e l’altro-da-sé che si para come ingombro ostile e insormontabile, diventa, in La Nauseatudine, la raccolta più recente di Lorenzo Poggi, la narrazione in versi della consuetudine, dell’abitudine (veleno e farmaco?) alla nausea.
All’aggressione delle cose la parola poetica, consapevole dei “pantani perpetui”, che si rinnovano «come ventosa di polipo,/ come odore di stanza in naftalina», oppone quel vigoroso “disgusto” che proviene dalla lezione esemplare di Gianmario Lucini.
Opposizione e resistenza sono due coordinate di Lorenzo Poggi, coordinate che l’autore romano ribadisce con tenacia e con il ricorso, autocosciente, perfino, verrebbe da scrivere, fiero di sé, a strumenti espressivi che possono essere riconosciuti come sua costante cifra stilistica: l’inventario delle cose viste, omaggio all’incipit di HowlUrlo, di Allen Ginsberg, la testimonianza del passaggio nell’esistente come elenco di azioni al passato prossimo, la natura, madre maltrattata, come grande allegoria.
Dalle illuminazioni figlie dell’allegoria dominante, la natura-madre-bistrattata – non a caso Plinio Perilli, autore dell’ampia e dotta prefazione, menziona, tra gli altri, un testo di Anna Maria Ortese, che costituisce un ammonimento all’umanità, dimentica delle ragioni delle leggi di natura – invia gesti e segnali che sta alla scelta individuale, qui del poeta Lorenzo Poggi, cogliere e condensare in simboli, oppure dispiegarli come pattuglie di parole lanciate nell’avamposto o, ancora, sospingerli al largo, con l’anelito ad altre sponde e, insieme, la memoria della «terra rossa che s’allontana». È questo il caso, nell’ordine delineato, di tre componimenti della raccolta La NauseatudineL’ultimo lupoTre sassi e Andar via per mare.
C’è un accento nuovo, tuttavia, a confermare che la «nauseatudine», indignazione e disgusto, non provoca nell’io poetico assuefazione. È uno slancio all’azione testimoniato non soltanto dagli archi tesi verso l’avvenire con la formula «tornare a…» in Antichi equilibri, bensì anche dalle cinque terzine di Alla guerra, in metri diversi che si estendono dal quinario all’endecasillabo. Ciascuna delle terzine inizia con una dichiarazione d’intenti, formulata al tempo futuro e con l’ironia serissima di chi non ha rinunciato a voler smascherare e capovolgere le frottole, le menzogne e le ipocrisie, manovre di distrazione nauseanti.

Lorenzo Poggi, La Nauseatudine. Poesie. Prefazione di Plinio Perilli, La Vita Felice 2019

 

Anna Maria Curci

 

L’ultimo lupo

L’ultimo lupo
ha gli occhi rossi di fuochi antichi
e balenii di sciabole
nell’ululato solitario al vento.

L’ultimo lupo
ha muscoli di carta
come testamento d’ossa
da leggere di notte.

L’ultimo lupo
cerca croci celtiche
nel tramonto delle idee
da rosicchiare nella tana.

L’ultimo lupo
non va in gabbia,
cammina tra le stelle
a caccia di orse.

 

Andar via per mare

Un’onda di tenda
dai filamenti ambrati
di sole e di mosche
s’agita nella noia
d’un pomeriggio d’estate.

La vela lascia la rada
come un fazzoletto saluta
la terra rossa che s’allontana.

Restano i suoni sotto i sassi
insieme ai colori degli orti
e dei fichi d’India
tra muretti a secco
di civiltà antiche.

L’ulivo scatta flash d’argento
aiutato dal vento.

 

Alla guerra

Andrò alla guerra
con la mia pistola ad acqua
caricata a salve.

Passerò sul mio cadavere
come croce di Sant’Andrea
per passaggi a livello incustoditi.

Non tralascerò niente
della mia vita passata
e non chiederò scusa.

Mi vestirò di scuri sorrisi
e di bandiere stracciate
sul pennone più alto.

Mostrerò il petto
in attesa che spunti
una medaglia al valore.

 

Antichi equilibri

Tornare a sognare
oltre lenzuola stese
su prati di camomilla
e lavatoi di cenere
in attesa.

Treni e ferri da stiro a vapore
sfrecciano su pianure
appena rugate
e colline come seni
intravisti
nel verde dei prati.

Ed il piacere che sale
languido per oggetti perduti
ma funzionanti
in qualche recesso di memoria.

Domande inappagate
prendono il sole
lungo gli argini dei fiumi
senza più guardare
quello che passa.

 

Tre sassi

Ho scelto tre sassi da lanciare
ognuno con la sua storia
con i suoi ricami di tempo
la sua forma ereditata.

Solo uno aveva cercato
l’abbraccio con la vita
con un sentiero di lumaca
stampato sul dorso.

Un altro aveva l’ardire
d’ispirare qualche pittore
in cerca di venature naturali
amalgamate dal caso.

L’ultimo era un sasso di casa
di qualche mattone avanzato
corroso dal mare
di qualche casa abusiva.

 

La Nauseatudine

La Nauseatudine
mi circonda
come aria sbattuta
da ali di condor,
come miele spalmato
sulle pareti,
come ventosa di polipo,
come odore di stanza in naftalina.

è una melma che t’afferra
quando senti sirene cantare
in pozze di fango
lunghe un mare di parole
che servono solo al rumore che fanno.

L’abitudine alla nausea
è entrata nel cuore
lasciandolo in secca
come argilla crepata
dal sole che acceca.

 

 

Pubblicato il 22 marzo 2020