[OTTOBRE 2025] La Musa dialettale – ALTRE LINGUE-Achille Serrao – Aperilibro N. 27, Roma Edizioni Cofine 2025, pp. 48, Euro 10,00
IL LIBRO
Accoglie le poesie di nove poeti nei dialetti di diverse regioni: Giuseppe Castrillo, in dialetto campano; Gianluca D’Annibali, in marchigiano; Ripalta Guerrieri, in pugliese; Alfredo Panetta in calabrese; Renato Pennisi, in siciliano; Luciano Prandini, in emiliano; Fabio Prasca e Maurizio Rossi in romanesco; Anselmo Roveda, in genovese.
Conclude l’antologia una poesia nel dialetto di Caivano (Napoli) di Achille Serrao, a cui dal 2013 viene dedicata, nel mese di ottobre, la rassegna “Altre Lingue”. Un evento che, attraverso l’incontro di diversi poeti e nel ricordo di Serrao, intende testimoniare lo «stato dell’arte» della poesia dialettale in Italia.
NEL LIBRO
Nove poeti, nove modi di dire, in dialetto, la parola poetica
«Come scrittore mi piace raccontare storie di donne, uomini, ombre e muri che sappiano di concreto come la terra e di leggero come la magia che passa dagli occhi, anche quelli del dolore. Lo faccio in poesia e con la narrativa, per piccoli e grandi, in italiano e in genovese, la lingua della mia terra». Così Anselmo Roveda in entrambe le lingue e così pure la maggior parte dei nove poeti che danno vita al quattordicesimo incontro di poesia nelle diverse lingue, nel nome e, seguendo il metodo di Achille Serrao, valutando, anno dopo anno l’andamento della poesia nei dialetti d’Italia. Una verifica dello “stato dell’arte”, per usare un termine serraiano, che compiamo anche con il Premio Ischitella-Pietro Giannone, da 22 edizioni, e, da 15 anni in un ambito regionale, con il Premio “Vincenzo Scarpellino” riservato ai poeti laziali. In questo libro sono presenti due diversi poeti romani: Maurizio Rossi e Fabio Prasca.
Maurizio Rossi, è poeta in lingua e in romanesco (di recente ha pubblicato C’è ’n’aria scapijata). Il suo dialetto – annota Rosangela Zoppi – «non è muttersprache, lingua materna, e neppure lingua paterna, poiché i suoi genitori erano entrambi abruzzesi, come strumento poetico può essere interpretata come desiderio di rendere omaggio alla sua città adottiva, alla città che lo ha visto studiare, diventare medico, marito e padre».
Fabio Prasca, romano, di nascita e di lingua, ha dato prova del suo valore con un poema in ottave: Stornellata de Pinocchio, un Pinocchio rivisitato nel dialetto della Capitale con un’opera caratterizzata – secondo Cosma Siani – da «un’epicità atipica e tuttavia pertinente, ancorché rimanga vivo il legame con la magnifica tradizione romanesca e benché della stornellata siano brillantemente esemplate la ‘oralità’ e la fluidità del verseggiare». I versi in romanesco di Prasca, premiati con la vittoria nello Scarpellino 2025, «giungono alquanto gradevoli grazie al metro che l’autore privilegia, endecasillabi e settenari rimati, e agli argomenti e ai pensieri prescelti, sia intimi, sia oggettivi».
Per l’emiliano romagnolo Luciano Prandini «il dialetto è l’imprinting, l’arco della mia giovinezza nel divenire del mondo; l’aedo del mio dire originario, che riannodo fedelmente non come canto gregoriano, ma come fiore etico del presente, sottofondo segreto e indomito di ogni mia ricerca espressiva. La scelta di adottarlo (…) non risponde a nostalgie arcadiche, ma alla necessità di attingere alle sue virtù intrinseche: verginità, pregnanza, immediatezza, essenzialità, qualità imprescindibili per l’evoluzione del mio percorso poetico ed esistenziale. Il dialetto è la domus aurea, il respiro della natura dalle cui profondità (…) ricompare mia madre: novantenne, spossata, già votata al risucchio di una fiumana irreversibile».
«Emil Cioran dichiarava, ed io con lui, che “Non si abita un paese, si abita una lingua” – così Ripalta Guerrieri che aggiunge – La lingua madre, la parléte è il personale e il collettivo ‘corale’ tratto distintivo d’appartenenza che ci appartiene, soggetto ed oggetto insieme, è casa nostra, dimora fatta di ‘terra e fango’, di natura, di persone, di eventi vicini e lontani, di vita che nasce fiorisce e diviene seme per altre fioriture, regno della saggezza, della conoscenza, della rimembranza, della fertilità e prosperità a largo spettro: è nostra Patria!»
Giuseppe Castrillo lamenta nella poesia “’U dialettu” presente in questo volume: «Non ho più un dialetto. // Non so se si dice chiù o ciù / se ti porto rentu o dinte il cuore, / se è roce o doce il vento di aprile, / se questa vita è una febbre o un malore passeggero. // Più non riesco a parlare in dialetto / e più mi arrabbio e divento cattivo. (…) Adesso stringi in mano una scatoletta / una specie di televisione piccolina: / ti senti più del padreterno. // Ma sei sempre solo come un cane / al guinzaglio col cappottino di lana inglese / che si è scordato la terra e il bosco / l’odore delle cagnette e non sa / più parlare e non si fa ascoltare».
Il marchigiano Gianluca D’Annibali «usa il dialetto con naturale predisposizione. Il merito di D’Annibali – precisa Mario Narducci – sta nell’aver intuito le potenzialità del suo dialetto , di averle fatte proprie, di averle innalzate a dignità di lingua, di usarle disinvoltamente, ove occorra, piegandole alle esigenze di una poesia contemporanea di grande libertà tematica e strutturale». E, secondo Sanzio Balducci, «dimostra di avere grande maestrìa nell’uso del dialetto capace di esprimere tutti i meandri dell’animo e del pensiero dei poeti contemporanei».
Nel dialetto di Locri, da Milano dove è emigrato e lavora – ha scritto Achille Serrao – Alfredo Panetta, «ricostruisce il suo mondo dipanando il filo dei ricordi di luoghi e persone che lo videro nascere e poi adulto, prima dello sradicamento dalla cittadina d’origine (…) Su sfondi paesaggistici di un sud tramortito emergono figure d’uomini e di cose, una umanità e una natura dolenti. Il ricordo solitamente passa al vaglio circostanze di vita vissuta, riduce crepe, ma non in Panetta: nella sua memoria resta vivida la ferita inferta dall’allontanamento e dalla privazioni, proprie ed altrui, una ferita che non trova lenimenti o quiete».
«Finché uno mi chiese / “Ma perché queste cose le scrivi / in catanese?”. Lo fissai negli occhi / rimasi muto due o tre sospiri / e poi gli dissi “Perché a mia madre / non ci parlo in latino.» Così Renato Pennisi in La cumeta (L’aquilone), Ed. l’Obliquo, 2009. In Dialetto lingua della poesia di Ombretta Ciurnelli, Pennisi, poeta in lingua e in dialetto, così racconta la sua esperienza di scrittura: «Chi scrive in dialetto non vuole che la propria infanzia abbia fine. Molti anni addietro, al confine tra la giovinezza e la cosiddetta maturità, volendomi conoscere meglio, senza infrastrutture e substrutture ideologiche e culturali, ho tentato con tutte le mie forze di fare silenzio dentro di me e sono affiorate parole siciliane, le parole dei miei nonni, i mizzigghi, cioè i vezzi di mia madre per me e mio fratello, le battute scherzose di mio padre, le grida per la strada, tutto ciò insomma che non volevo sparisse per sempre, la cui perdita mi sembrava una insopportabile ingiustizia. Si scrive in dialetto per salvare la propria infanzia, e finché si scrive in dialetto si è ancora bambini, ciascuno nel proprio paese, nel proprio quartiere,nella propria strada dove nel tardo pomeriggio si accendono i focolari, dove le madri chiamano i propri figli per nome e ci si saluta dagli amici dandosi appuntamento per il giorno dopo, e dove il fumo degli arrosti o delle castagne è gioia pura. Ma si scrive in italiano perché la vita non è capace di soste, perché ha bisogno di codici e di certezze. Penso di essere un adulto incompiuto, ma più probabilmente sono un bambino incompiuto».
V. L.
