Due voci mitteleuropee giungono a indicare una via di accesso a La metà notturna di Francesca Del Moro. Una di esse è indicata in apertura dalla stessa autrice del quaderno di poesie, cucito a mano, con copie numerate e firmate. Nella frase scelta come esergo, si manifesta la voce di Elias Canetti, qui con una frase proveniente dalla sua raccolta di annotazioni, aforismi, riflessioni, massime, che ha il titolo Die Fliegenpein (“La tortura delle mosche”). L’esergo suona così: “Nessun sogno è mai stato così insensato come la sua spiegazione”. In altre parole: non ha alcun senso avvicinarsi ai sogni con l’intento di esaurirne il mistero attraverso chiarimenti razionali.
La seconda voce è quella di Stefan Zweig e si concretizza in un’esortazione che proviene dalla poesia Sogni e che propongo di seguito nella mia traduzione: «Devi fidarti in pieno dei tuoi sogni/ E apprendere la loro essenza più segreta,/ Com’essi alti nelle azzurre straripanti/ Lontananze si perdono quali stelle pulsanti.». Una fiducia piena nella singolare verità dei sogni, quella propugnata da Stefan Zweig, non è probabilmente ribadita punto per punto da Francesca Del Moro, ma un dato sicuro c’è, ed è quello che riguarda la veridicità dell’universo onirico dell’autrice, quale esso si presenta a chi legge La metà notturna, il contraltare, enigmatico e di per sé aperto a svariate interpretazioni, alla dimensione razionale e di cui razionalmente si ha nozione e consapevolezza. È proprio questo contraltare a manifestarsi, dipanandosi nei vari componimenti.
Se da un lato La metà notturna rappresenta la terza opera di un’ideale trilogia i cui titoli precedenti sono Ex madre e L, come spiega con argomentazioni efficaci Maria Gervasio nella sua Postfazione dal titolo In un tempo più clemente, dall’altro lato essa estende e approfondisce nuclei tematici e forme di espressione di una scrittura poetica che, fin dalle prime prove, si distingue per chiarezza del dettato, efficacia nella formulazione – sintetica eppure mai banale -, musicalità che arriva come gesto naturale e che scaturisce da una scelta sapiente e mai da una facile concessione alla mera orecchiabilità. I tre settenari al principio del primo componimento ne danno valida testimonianza: «Sto seduta e cammino/ sulla spiaggia innevata/ ora vado alla casa» (p. 7).
I sogni riportati nei versi sono resoconti insieme asciutti e straordinariamente espressivi, al tempo indicativo presente o al passato prossimo; sono immagini che, dopo esser passate dal sonno alla veglia, per giungere alla resa su carta (per vie misteriose e per selezioni altrettanto inaccessibili a spiegazioni immediate), si imprimono nella mente di chi legge, ora che sono trasposte in versi.
Con grande frequenza è l’io poetico a costituire, al principio del componimento, il soggetto narrante e, insieme, l’oggetto della narrazione: «Sto seduta e cammino», p. 7; «Sto con lei», p. 9; «Ho ucciso/ la giovane donna e il bambino», p. 10; «Guardo un horror sanguinoso», p. 12; «Mi unisco al gruppo/ in palestra mi salutano», p. 19; «Faccio inversione a U», p. 24; «Vedo mio figlio vivo», p. 24; «Siedo accanto a sua figlia», p. 25; «Ho perso la fermata e mi ritrovo», p. 27; «Sono sola nella stanza d’albergo», p. 28; «Sono a cena con amiche», p. 32; «Devo cucinare un sacco/ per la grande festa», p. 35).
Alcuni testi, apparentati a quelli dai quali sono stati appena proposti degli esempi dagli incipit, hanno un attacco con il verbo alla prima persona plurale: «Usciamo insieme», p. 7; «Siamo in macchina», p. 9; «Eccoci nella casa nuova e mai vista»; (p. 13); «Occupiamo i posti/ più alti dell’anfiteatro», p. 15; «Io e il mio ex compagno/ ci scambiamo la pelle/ e ce ne rivestiamo», p.17; «Andiamo a trovarla/ per l’ora del tè», p. 18; «Abbiamo visto un film/ nell’orario di lavoro», p. 25; «Io e il mio amico/ ci ripromettiamo di guardare insieme/ tutte le puntate di Beautiful», p. 27.
Quando invece è un soggetto alla terza persona singolare a dirigere le forme verbali che appaiono nei versi si tratta in molti casi di un lui, neonato, bambino («Lui è bambino dietro un vetro», p. 11; «Il bambino piccolissimo», p. 12; «Il mio bambino è sul fasciatoio/ a pancia in giù, gli accarezzo la schiena», p.13), qualche volta più grande («e appare il suo viso radioso», p. 15). Talvolta quel lui è presentato esplicitamente come il figlio, non solo tra le righe.
Sono manifestazioni di forte impatto e di valenza variabile, giacché lo strazio per la perdita, strazio che nel sogno oscilla tra presagio e certezza, si alterna perfino all’allegria, all’irradiare bellezza e serenità del volto amato: «Lontano, mio figlio, da un cerchio di fumo,/ è allegro e parla con qualcuno./ “Andrea” dice “mi piace tanto./ La ripaga di quel che le abbiamo fatto.”» (p. 14).
Il sogno permette allora di oltrepassare quella soglia che dà sull’altra dimensione alla quale Francesca Del Moro dà il nome di “invisibile”? Per rispondere a questa domanda, per calibrarla in maniera più precisa, è opportuno ritornare al titolo che l’autrice ha dato al quaderno di poesie, La metà notturna. È proprio la dimensione che si alterna al giorno a costituire allora l’altra metà dell’esistenza. Non si tratta della parte più importante, come lo era senz’altro per Novalis degli Inni alla notte (la notte come occasione di vera conoscenza, la notte come ponte per il superamento della perdita della persona amata e per il ricongiungimento a quella persona), né della parte meno importante tra le due. La notte è, semplicemente, l’altro lato di una condizione esistenziale, di una vicenda biografica, delle riflessioni su esistenza, vicende, incontri.
È proprio per questo motivo che tra riaffiorare, riemergere, impressionare la vista, ricorrono nella “metà notturna” motivi, tra loro intrecciati e collegati, che caratterizzano anche la “metà diurna” della poesia di Francesca Del Moro, dunque, accanto all’amore, alla perdita, alle figure genitoriali, il motivo del lavoro, dello sfruttamento, delle pressioni e delle richieste tanto più imperiose quanto più arbitrarie e insensate. In diversi punti la passione per il cinema (e in particolare per gli accenti espressionistici nelle sequenze) si affianca al motivo del lavoro come sfruttamento, con accenti non privi di quella ironia, altro tratto costante nella poesia dell’autrice, che oscilla tra i poli ‘lieve’ e ‘feroce’: «Guardo un horror sanguinoso/ in compagnia del mio capo/ che è anche il killer protagonista/ nel letto enorme e bianco/ insieme alla sua famiglia» (p. 12); «Il nuovo lavoro è a bordo di un treno/ sediamo davanti alle file di passeggeri/ lui dice alla sosta esci fai il giro e ritorna/[…]/ è un gigantesco ingranaggio che sfrigola e stride», p. 14; «Abbiamo visto un film/ nell’orario di lavoro/ lei ci rimprovera in corridoio/ le dico pensa agli straordinari gratis» (p. 25); «e la capa vuole cambiare lavoro/ a me o alla mia collega, dice/ in due siete troppe per la redazione/ una dovrà ricominciare da capo/ con una nuova mansione, la collega / dice volevo tanto essere redattrice/ io le dico va bene resta tu/ e andandomene saluto tutti/ con un sonoro vaffanculo.», p. 27.
Tra il fascino e il perturbante, ci sono figure ricorrenti la cui presenza richiama significati molteplici: donne e bambine nere, uomini calvi dal cranio lucente, teste ricciute.
Struggente è la luce che emana dai sogni con la gattina bianca, vicinanza, affetto, cura e sollecitudine in duplice direzione. A proposito della luce, ci sono paesaggi, urbani, marini, fiabeschi, che ne emanano in una misura, in una modalità che il dettato poetico di Francesca Del Moro rende speciale: «È come un’alba marina/ ogni mattina canta/ la donna minuscola/ con l’abito blu.// Dietro di lei/ si gonfia la piazza/ slittano i piani/ delle due torri/ raddoppia in fotogrammi/ la statua del Nettuno.» (p. 10). Quando luce e ritmo si incontrano, l’effetto è quello di una musicalità sapiente, non priva del tocco felice della creazione e dalla divertita autoironia: «La luna al crepuscolo/ è sottile come un ciglio/ mi assottiglio/ per passare dallo spiraglio/ della porta, arriva/ l’autobus su cui scorre/ luminoso l’invito alle nozze.» (p. 30).
Francesca Del Moro, La metà notturna. Postfazione di Maria Gervasio, Bohumil 2024