Il titolo della silloge di Giovanna Miceli, La memoria del bianco, enuncia l’asse portante dell’opera: il percorso tracciato dalla memoria e nella memoria e riversato nelle stanze, spazio e scrittura, si manifesta in un prisma di sensorialità, sentimento e pensiero per restituirci percezione e Weltanschauung della poeta. Lo sguardo concreta l’interiorità dando forma allo spazio in giochi di ombre, luci e rifrazioni e rivela una postura aperta costantemente dialogica.
Alle stanze intime, o rese intime, dunque, da parole e versi che restituiscono la collocazione del sé tramite la sensorialità percettiva, si accede attraverso gli eserghi che contrassegnano le sezioni della raccolta. Memoria, luce, vuoto, infanzia, morte, sono le parole-cosa, che vengono richiamate, parole di un processo poetico che non nomina, ma crea plasticamente mediante il movimento, lo spazio e la luce.
Si contano sei eserghi, versi di Loriana d’Ari, Amelia Rosselli, Letizia Polini, Cristina Alziati e Gabriele Galloni. Giovanna Miceli sembra credere fermamente nel dialogo poetico: da questo ampio ricorso agli eserghi, infatti, deriva la sensazione che il dire intorno all’esperienza, il dire che ce la rende come vero poetico, sia il risultato di una immersione nell’alveo di un colloquio che contribuisce a restituircela come universale. Non solo, quindi, l’abilità di rendere nel verso sensazione, sentimento e pensiero, ma anche la grazia di fare strada, di aprire soglie tramite una categoria che si rispecchia nei testi e che potremmo definire categoria dell’apertura per la quale chi legge si sente presente e accolto. Di questa categoria dell’apertura leggiamo qualche esempio a partire dalla luminosa poesia di p. 24 affacciata a una serena solarità mediterranea:
ti aspetto
in questa stanza bianca
meridiana
all’ombra chiara di finestre
schiuse al cielo
(le ciglia si fanno alte
spighe azzurre da crepe)
A p. 33, invece, l’apertura è il divenire che si annuncia nel “tempo in bilico degli azzurri”, nel racconto e nello sguardo:
da qui in poi
è il tempo in bilico degli azzurri
di ali a mezz’aria
tra i bianchi all’imbrunire
(gli occhi su risonanze di nuvole)
racconto alla sera
di forme in divenire
nel cerchio aperto dell’iride
(la bocca le mani rifiorite
il cuore teso
come una vela).
L’imbrunire è il tempo del ricordo, il momento che conduce alla sospensione atemporale in cui il bianco della pagina riverbera e chiede raccoglimento, sospensione in cui questa poesia vive e si fa cura.
La lettura della silloge si potrebbe ricondurre anche a un’altra categoria, quella del peso, o del suo opposto: la leggerezza. La poesia di pagina 28 recita:
mi faccio una promessa:
svuotare vene ossa occhi
crepitare tirare verso l’alto
stare appesa
a un filo di cielo
Nella poesia di pagina 40, invece, la leggerezza è movimento e respiro, levità che assimila i gesti alle foglie, e porta fuori dal tempo e, nel respiro di luce, riunisce passato e presente:
ti sto aspettando in auto
ed è già ieri: risalivi i rami dell’albero
eri le foglie verdi e lievi
sorridevi
come luce che domani mi respira
questa luce che respiro
Le categorie coabitano, i versi aprono porte da cui si accede ad altri spazi o si ritorna, come nell’idillio di pagina 37, immagine di luminosità quieta e solare, di attesa avvertita “sul palmo degli occhi”, dove la macchia nera della gazza, qui un accento che esalta la serena luminosità di ciò che appare, è un indizio, non l’unico, dell’opposizione tra luce e buio che troviamo nella silloge e che si fa tramite di altre opposizioni:
un gioco d’ali gialle
alla finestra della mia cucina
i gatti al sole calmo
una gazza in cima alla palma
il tempo atteso leggero
sul palmo degli occhi
Luce e buio sono entrambi luoghi della memoria che, indistinta nel buio, si scompone e ricompone per essere accolta sul foglio bianco, luogo emblematicamente vuoto all’inizio del processo di scrittura, atto per il quale la memoria diventa parola e restituzione dell’esperienza, del dire intorno al vero poetico, a un sentire più esteso e profondo che rende condivisibili i sentimenti e gli atti del pensiero. Ma anche il buio è luogo di accoglienza, è un buio rifiorito, aggettivo che richiama la terra nella sua ciclicità, che parla di un ritorno e di un legame sempre presente. Leggiamo parte della poesia di pagina 44: alla fine la parola/ buio rifiorito: un gioco/ di ritorni girotondi/ intorno a notti che segno ho segnato/ sul bianco scomposto e ricomposto.
La memoria prende possesso della vita quotidiana e la trascende, ne supera i limiti e si configura nello spazio simbolico della circonferenza, figura in cui ritorno e partenza si fronteggiano o si ricongiungono nell’anelito, figura alla quale il ricordo non sfugge così come l’amore e la continuità della poesia, come ci dicono i versi di pagina 47:
Il racconto del buio
è un conto aperto con la luce
una lente
per dilatare il tempo
cerchio che ruota, perfetto,
intorno a un punto fisso
l’evoluzione di un momento
da ritorno a partenza
Giovanna Miceli, La memoria del bianco, Il Convivio 2025
