La Malinconia e la Beatitudine di Saba e una poesia per ricordarlo nell’anniversario della morte

Fabio Prasca

 

Fabio Stassi ha tratto il titolo del suo “Breve discorso su Dante, la poesia e il dolore” da un frammento di una poesia di Umberto Saba (E d’ogni male mi guarisce un bel verso, Sellerio, Palermo, 2023). L’autore racconta che quando gli chiesero di tenere una conferenza sul potere terapeutico della poesia di Dante, gli vennero in soccorso altri due poeti, Iosif Brodskij e Umberto Saba. Il primo perché ha scritto che la scrittura è una pratica che non dà esperienza ma continua incertezza, e il sentimento che si prova più di frequente è il panico. Saba, appunto, per il frammento che dà il titolo al discorso e che ricorda che la stessa paura che la scrittura genera, la scrittura può togliere.

La poesia di Saba è Finale e comincia così:

L’umana vita è oscura e dolorosa,
e non è ferma in lei nessuna cosa.
Solo il passo del Tempo è sempre uguale.

Stassi dice di essere rimasto colpito da quell’incipit, perché sembrava un sommario “sfavillante” della Commedia e conteneva le prime due parole che rimano nell’Inferno: “vita” e “oscura”.

Al viaggio ultraterreno di Dante sembrava alludere anche la chiusa:

Oh quante volte
– E questa ancora – […]
sono partito da Malinconia
e giunto a Beatitudine per via.

L’interessante discorso di Stassi è “la mappa di un itinerario [quello dantesco N.d.R..]: la Malinconia da cui si salpa e nella quale ci si smarrisce, e la Beatitudine a cui si aspira: la cura, la guarigione, il tempo della convalescenza”. Con tanto di annessa finale “Lista di disturbi, psicopatie e altro con qualche consiglio di lettura”, che collega ogni sorta di patologia (disturbi alimentari, del linguaggio, del movimento, del sonno, della vista, della pelle, dei nervi e della psiche, ecc.) a un passo della Commedia e di altre opere dantesche, quasi un bugiardino che rimanda a una terapia farmacologica letteraria.

Ebbene, se Stassi ha compiuto un’operazione originale (e forse necessaria) in relazione alla poesia di Dante, non meno interessante sarebbe uno studio che dedichi altrettanta attenzione alle proprietà terapeutiche del Canzoniere di Saba (ve ne sono?), dove la parola Malinconia ricorre almeno venti volte e la parola Dolore molte di più.

Ieri nell’anniversario della morte di Saba (26 agosto 1957), pensando al mio rapporto con le sue parole, ho voluto proporre un componimento che dice della pace e della consolazione che si cercano (che qualcuno cerca) e che si possono trovare nella sua poesia.

Nel titolo ho quindi mutato in dolce – perché dolce è il conforto della poesia e la Beatitudine a cui ci può condurre – l’aspro che si trova nel titolo del noto diario del sodalizio che il giovane Ottavio Cecchi ebbe con Saba a Firenze nei giorni duri della guerra (L’aspro vino di Saba, Editori Riuniti, Roma, 1988).

Per Cecchi la storia della poesia di Saba è tutta racchiusa in due poesie della raccolta Ultime cose (1935-1943), e l’itinerario del poeta sembra inverso rispetto a quello dantesco, perché si parte da Beatitudine per arrivare a Malinconia:

Bocca

La bocca
che prima mise
alle mie labbra il rosa dell’aurora,
ancora
in bei pensieri ne sconto il profumo.

O bocca fanciullesca, bocca cara,
che dicevi parole ardite ed eri
così dolce da baciare.

e

Lavoro

Un tempo
la mia vita era facile. La terra
mi dava fiori frutta in abbondanza.

Or dissodo un terreno secco e duro.
La vanga
urta in pietre, in sterpaglia. Scavar devo
profondo, come chi cerca un tesoro.

Il passato e il presente, il principio e la fine; prima quella bocca fanciullesca, poi quel terreno secco e duro.

A proposito della poesia di Saba, Giacomo Debenedetti ha parlato di trahison des clairs; non tradimento dei chierici, ma dei chiari, per dire che al di là della chiarezza della poesia di Saba, oltre la porta apparentemente larga della facilità di accesso, c’è una poesia difficile: un tradimento dei chiari, un inganno della chiarezza, che si presenta con le carte della facilità.

 

Il dolce vino di Saba

                                    Epigrafe

                                   Parlavo vivo a un popolo di morti
                                  Morto alloro rifiuto e chiedo oblio (U.Saba)

                                  Volito vivus per ora virum (Ennio)

 

Dieci anni prima ch’io nascessi, “ei fu”;
ma vivo nei suoi versi ancor lo sento,
quando ne bevo per consolazione
da solo o con la mia figliola Agnese.
E ne sugge lei pure un suo piacere
ancorché acerbo abbia l’orecchio al verso
e sia Trieste una città tra molte.
La gatta, La fanciulla, Città vecchia,
è dove i segni reca il Canzoniere
e il cuore torna ai suoi diletti usati:
le vibrazioni sotto alla carezza,
lo specchio con il suo polposo frutto,
la turpe via che fa il pensiero puro.
Maledizione è questa del poeta:
che chiese infine oblio nella sua epigrafe
la pace ad impetrare mai trovata,
ma viene ridestato a quando a quando
da chi per lui cerca per sé la pace.

Vittorio Bolaffio, Il poeta Umberto Saba, olio su tela 1923