di ferro ha […] il cuore, di bronzo implacabile in petto
l’alma gli siede; e quando ghermito ha una volta un mortale,
più non lo lascia; e lei detestano sin gl’Immortali
Esiodo (dalla Teogonia)
Se si pensa alla rappresentazione iconografica della morte, viene alla mente uno scheletro ammantato di nero che brandisce una falce o che lancia frecce mortali, galoppando su un cavallo dalla macabra irruenza, come ne Il trionfo della morte di Palermo. Anche in Vita e morte di Klimt la morte è uno scheletro armato di un bastone, coperto da un mantello tappezzato di croci, che con un ghigno beffardo sembra incombere su un’umanità mite e inconsapevole.
Nel testo teatrale la morte dice in dialetto di Anna Maria Farabbi non c’è nulla di tutto questo: la morte è sentita e rappresentata come una terza madre: la madre della cenere, dopo quella del latte e quella del miele, pronta ad accogliere tutti nel suo grembo. A un uomo morto, spaventato dalla solitudine e che teme di essere in equilibrio sull’anello del pozzo prima di cadere nel niente, lei dice: Da cinino c’evi la mamma del latte, barrevi jocchi per mettecce la bocca, pù è uto la mamma del miele che ta onto la lengua e pu adè quilla dla cendre. Ma è ntutt’uno, fiolo mio. S’è djà ntla mi trippa ncle stelle la maria le figure nterra lbianco quan nengue, ncol fieto dla dgente de tu quie e de tlà ntra le campene. (Da piccolo avevi la mamma del latte, chiudevi gli occhi per metterci la bocca, poi hai avuto la mamma del miele che ti ha unto la lingua e poi, ora, quella della cenere. Ma è un tutto unico, figliolo mio. Sei già nella mia pancia con le stelle la maria le figure in terra, il bianco quando nevica, con il fiato della gente di queste parti e di quella là, tra le campane). C’è una rappresentazione iconografica del morire a cui si può collegare la “madre della cenere” di Anna Maria: La Pietà Rondanini, in cui il corpo di Cristo, ri-accolto dalla tenerezza dell’abbraccio della madre, sembra confondersi con lei in un tutto inscindibile.
La “storia del morire” fatta agire sulla scena dalla Farabbi si colloca in uno spazio indefinito in cui terre, cieli, esperienze di vita e di morte si confondono in una coralità sottolineata anche dalle suggestive scelte scenografiche indicate nelle didascalie: il succedersi di luci e di buio, i neri a volte squarciati da lampi e colori, i suoni e i profondi silenzi in cui la frequenza di battute “fuori scena” accresce la tensione e il senso di spaesamento.
L’opera è divisa in quattro momenti: I preistoria, liturgia delle acque, II annunciazione, III scala, IV polifonia vocale con uccello. All’immagine di un uomo che si addormenta ncla ninnananna del mere ncorpo (con la ninnananna del mare in corpo) segue il viaggio di un uomo morto (‘A’) insieme all’angel (‘B’) che lo accompagna e lo aiuta con premura a uscire da se stesso. Il completamento del viaggio avviene attraverso una scala azzurra, in un progressivo allargarsi di confini e di conoscenze condivise. Infine, dopo il ricordo della morte sfrangiato in lembi di storia (dalla guerra sino alla segregazione, che si esprime nell’esperienza manicomiale della scultrice Camille Claudel), la morte così si presenta ad ‘A’: Nmè guardè: jocchi nservono. So bella a rovescio. Pijeme sentsa capimme. Fa conto che sè nviaggio dua altrovi i tua e dua nse perde gnente. So plurale. E a la fin fine i nomi e cognomi doventono soni persi ntl’abse, no sciame che evapra. (Non mi guardare: gli occhi non servono. Sono bella a rovescio. Prendimi senza capirmi. Fa finta che sei nel viaggio dentro cui ritrovi i tuoi e dove non si perde nulla. Sono plurale nell’uno. E alla fin fine i nomi e cognomi diventano suoni persi nell’abse1. Uno sciame che evapora).
Anna Maria Farabbi utilizza la lingua e il dialetto. A esprimersi sempre in dialetto è la morte e, solo nella IV sezione (Polifonia vocale con uccello), sono ‘A’ e ‘B’, l’uomo morto e l’angel che lo aiuta a salire la scala azzurra.
Ad ‘A’, che manifesta stupore per il fatto che la morte si esprima nel suo dialetto, lei dice di parlare, ovunque nel mondo, il dialetto di tutti per dialogare con ognuno ntla lengua che nnaà scola (nella lingua che non ha scuola).
Cosa vuol dire parlare in “una lingua che non ha scuola”? Lo chiarisce bene l’Autrice nelle note al testo in cui dice di aver fatto parlare la morte in dialetto «per abbassare il baricentro linguistico a un’espressività maggiore, non educata come la lingua», capace, quindi, di fissare una cosa, una condizione o un modo d’essere mentre si fa parola, lontano da deformanti sovrastrutture linguistiche e culturali.
La personale traslitterazione del dialetto adottata da Anna Maria Farabbi, a volte lontana dalle categorie grammaticali della lingua cui si riferisce la gran parte dei poeti, sembra voler cogliere la primitività e la fisicità stessa del dialetto, unendo l’articolo al nome (lomo/l’uomo) o la preposizione al termine che segue (ntutto lmondo/in tutto il mondo), come in un’unica emissione di suono pre-grammaticale e pre-letteraria.
L’opera di Anna Maria Farabbi è un’intensa meditazione sulla morte che ha tratti di particolare originalità e si colloca in un articolato e profondo percorso di ricerca dell’Autrice che si esprime in diverse forme di scrittura, dal poemetto (Adlujè e Abse) al testo narrativo (Leièmaria), in un viaggio alla scoperta del sé attraverso la coralità di esperienze storiche e umane. Se si pensa che nel teatro dialettale e vernacolare prevalgono molto spesso temi e situazioni legati a un comicità di facile consumo, la meditazione della Farabbi sulla morte appare particolarmente significativa e l’opera è innovativa sul piano linguistico per l’adozione di codici diversi (dialetto/lingua) in una dimensione non mimetica.
La pièce teatrale la morte dice in dialetto è stata rappresentata il 23 maggio 2013 dalla Compagnia “Foeminae” di Arcoscenico, presso il Teatro dei Segni di Modena, con il titolo La morte dice nella mia lingua, per la regia di Milena Nicolini. Questa è la breve nota inserita nel programma della compagnia: «La morte, curiosa e amorevole dell’umano, nonostante atteggiamenti di durezza canonici, si avvicina con familiarità e intimità ad alcune esperienze vitali che mostrano autentico stupore verso il mondo, semplice spontaneità nel portare amore, sofferenza nel patire incolpevole la violenza del caso e degli uomini. A cui risponde con il lasciare trasparire una promessa materna.»
Anna Maria Farabbi, La morte dice in dialetto, Castelfranco Emilia (MO), Rossopietra, 2013.
1 Abse è il titolo di un poemetto di Anna Maria Farabbi (Rovigo, Il Ponte del Sale, 2013) e significa “nulla”. L’Autrice non ha tradotto volutamente la parola in quanto esprime il nulla, il vuoto, l’indicibile, l’abisso. (cfr. nota al testo pp. 25-26).
Ombretta Ciurnelli