La “gentile ipomania” di Giovanna Amato

Lettura e scelta di poesie di Maurizio Rossi

 

Piccole cose velenose, traduce il titolo, e la foto di copertina definisce, con il caduceo e con i monili d’argento, i piccoli veleni, le sostanze e i medicamenti che a minime dosi curano e se abusate, uccidono. Anche l’argento dei bijoux non è casuale: in varie composizioni farmacologiche, i sali d’argento disinfettano, cauterizzano, curano ustioni e ferite, infiammazioni. Ma tutto questo ha a che vedere con la poesia? Prima di addentrarmi nella raccolta Parva venena (Ed. Cofine, 2025), direi di sì: la poesia cura perché trae ispirazione anche dall’eccesso, dalla follia, dal desiderio di esplorare i limiti, di liberarsi da convenzioni e schemi, dando voce a pensieri che espressi diversamente potrebbero non essere compresi o accettati. Cura tanto più, quanto più fa ricorso all’essenzialità: non occorrono enigmatici intrecci di parole, neologismi, arditi funambolismi tra un verso e un altro; l’essenzialità racchiude tutta la sostanza – anche amara – adatta a lenire i mali e le sofferenze.

Giovanna Amato, componendo questa raccolta, fa dunque un’operazione non facile, recuperando anzitutto la forma poetica, il ritmo, il suono, la punteggiatura, con i quali ci attrae, ci avvolge e ci porta dentro i suoi versi. “Nella gentile ipomania del mondo / quando tutto si può e nient’altro è stato…” (pag.10): nell’avvolgente musicalità ecco la spinta a superare il limite, senza eccedere o compiacersi: è qualcosa di meno della “manìa”, eppure energia creativa, tesa tra l’alba e il tramonto del giorno e della stessa vita.

Penso che queste poesie vadano lette con la medesima “follia” che le ha ispirate. Uscendo dalle proprie certezze, immergendosi quasi in apnea, ci si accorge, come la poetessa, che paradossalmente, nel dubbio di non poter sopportare l’ipossia, la mancanza di ossigeno, si può (si deve?) scendere ancor più a fondo, accogliendo un adattamento, una mutazione in animale acquatico. Allora spuntano branchie e pinne caudali come “un pesce leggendario” tra i coralli. (pag. 13) È ben evidente, in questa metafora, la potenza trasformativa della poesia nella duplice dimensione di curare il sintomo e la malattia, la perenne inquietudine che origina e alimenta la coscienza del vivere.

La sobrietà e anche togliere, sfrondare: è un’azione non priva di sofferenza e dubbi; ma “sia di tutto amore”, ciò che si realizza e ciò che si toglie per dare forma alla propria esperienza. Così, Giovanna Amato vive l’amore che “mi accompagna / a comprare due sedie qui in cucina” – l’amore dell’esistenza quotidiana – insieme con lo struggimento e la speranza (illusione?) che amore “sia un interro in un abbraccio” come gli amanti di Valdaro – resti umani scoperti nel 2007 presso Mantova – il cui amore è sopravvissuto per cinquemila anni, stretti i corpi da una forza oltre l’umana (pag.17). Sfronda l’amore di sogni e suggestioni, perché resti la forza d’un legame, la custodia reciproca della vita in due.

Di tre parti si compone la raccolta: Piccoli veleni, la prima parte, accompagnano i giorni e le notti di certezze, illusione e disillusione; l’entrare e uscire, il morire e rinascere, (Inno a Persefone – costituiscono la seconda parte; infine il Cauterio (terza parte) che brucia ma sana, fonde e riunisce, uccide i tessuti e ne stimola la rigenerazione. Non casuale l’aver posto al centro il mito: sembra un richiamo a riconsiderare “l’inconscio collettivo” e “gli archetipi” junghiani, proprio quando l’evoluzione della specie umana, i confronti tra i popoli – spesso conflittuali – e tra i generi, oltre alla filiazione vertiginosa dei devices, rischiano di sciogliere ancor più la nostra “società liquida”.

Non mi sembra eccessivo perciò definire il percorso della silloge come canto corale di un’umanità che si scopre insieme paziente e terapia: con “l’obbligo di salvare e forse il diritto di essere salvati. Siamo lo sguardo che diamo, non solo quello che riceviamo” come afferma l’autrice nella nota alla sua raccolta poetica (pag.23).


Prefiggi il mio riso signora

dei giorni di tempra più dura.

Comprendi con tale esattezza,

ti adoperi e sai che la cura

al mio lugubre dramma è quel lieve

parlare, quel tuo ragionare

di estati, di storni, di stelle,

di stami silenti nel fiore.

Non mi sdebito: di tutto il bene

da opporre al tuo bene non tengo

il registro, sei tu che ammaestri

il mio tristo, nervoso demonio,

tu amica più chiara del conto,

moneta più cara del conio.


Catabasi – 1 (Ade a Persefone)

Che forma ha? Che chiede? Che domanda?

Potessi anch’io avvertirlo sul mio corpo

come chi tenta il taglio delle forbici

o sperimenta il colpo sulla schiena.

Come ti lascia? È freddo? Ti spaventa?

Ha zanne? È troppo? È acido? Sussurra?

Vorrei sentirne il colpo, udirne l’urlo

per dirmi: eccolo, è questo, io so cos’è.


Mancare può solo chi non è dovunque

e della tua presenza ho perso il filo

tanto mi abiti – eppure

lo stupore del tuo esistere permane

in questa rampicanza così dissimile

dal filo dritto di un innamorato.

Balbetto. Sospetto che ospiterò in eterno

questa adiacenza astrusa e scarmigliata

che ti ho rivolto, di briglia riottosa e freno,

avendo visto, avendo amato, ogni cosa.


Giovanna Amato (1986) vive a Roma e insegna materie letterarie. Ha pubblicato studi su Amelia Pincherle Rosselli e curato la sua opera  “Emma Liona”. Ha scritto e pubblicato racconti, poesie e romanzi, tra cui Provincia cronica (Castelvecchi, 2024) e Terzaè (Robin Ed. 2024) https://poetidelparco.it/terzae-di-giovanna-amato/

Con questa raccolta ha vinto la prima edizione (2025) del Premio di poesia Nazionale “Achille Serrao”.

Giovanna Amato, Parva venena, Ed. Cofine – collana Aperilibri – Roma, 2025.