La fuga in avanti del divenire, ne L’impazienza, di Renato Pennisi

Recensione di Maria Gabriella Canfarelli

 

Sempre più affinata e rigorosa la calibratissima parola di Renato Pennisi, che basta a se stessa tanto è chiara, essenziale come il dire quotidiano, scandita da un respiro lieve e da un nitore espositivo che richiama alla mente l’immagine della neve, l’invasione del bianco, della pagina nuda su cui scrivere, lasciare segni. Una chiarezza testuale compatta che non da ora bensì dal solco tracciato già dai primi lontani esiti, tanto in lingua che in dialetto siciliano, è consueta cifra di pudore, attenzione, misura, delicatezza che si precisa nella forma, quanto nei contenuti. Guardando a distanza, anzi ponendosi a debita distanza da sé (per meglio vedere), e a distanza dai fatti, dalle vicende, dalle cose prossime e lontane, dai giorni chiusi nell’archivio, Pennisi affida alla sua sorvegliatissima scrittura il compito di vigilare il dettato lirico, intimo, appartenente all’entroterra sentimentale, il territorio più difficile da ‘raccontare’.

Accade anche nel recentissimo libro L’impazienza (Interlinea, 2019) che a dispetto del titolo (la fuga in avanti del tempo, l’umana impazienza di crescere, capire tutto e subito della vita) è invero punto dal quale sviluppare il tema opposto, la pazienza con cui intessere ragione e sentimento, l’una all’altro congiunti, ciò che occorre e soccorre di necessità quanto più acuta e malinconica è la meditazione, il ragionamento, lento e preciso il passo, incessante la cerca delle sedimentate pagine del tempo e della storia; ché il tempo qui non si dà nel significato di infinito, piuttosto quello minuto cui apparteniamo, il tempo piccolo che avanza veloce, e accatasta gli avvenimenti giorno dopo giorno, l’uno sull’altro in una costruzione, sui fogli/ma l’inevitabile andrà oltre/c’è un imbroglio quindi // – comunque lo si voglia ammettere – // da annotare a malincuore/il divenire rimase fuori/punito relegato/poco oltre. La distanza prudente da sé e da quanto è stato, appartiene alla lontananza, alla separazione dagli affetti, incluso il distacco rispettoso dell’amico/ da apparire indifferente, muti/ nella vicenda di un equivoco/ i rapporti si consumano/ pure le giunture. Nulla è per sempre, così è che la parola parca delimita e argina la tentazione della nostalgia: qui non viene esibito il dolore del ritorno, la cauta esposizione dell’io (velata, in apparente dialogo con un tu, un noi, un loro) data in forma di consuntivo esistenziale (C’è qualcosa alla fine /che si nutre di noi; e ancora: altri verranno che non so/(..)/ nell’impazienza tra la terra /e il ferro, tra il dov’eri/ e il dove sei; oppure, quale assunto sapienziale: è necessaria una paziente preparazione/non amministrare il tempo) offre la visione diretta di un film già visto e rivisto (sta nella celluloide il racconto/gli eventi tutti in bianco e nero), un film che altri vedranno.

Scorre all’incontrario, la pellicola, mostra visioni d’insieme e ricordi, cataloga dettagli emersi dal territorio interno, dalla memoria, dall’altro ‘dove’ in cui tutto è rimasto (e che la poesia mette a fuoco), cineteca della giovinezza e dell’infanzia, e sono, questi, gli anni sessanta del secolo scorso, della curiosità frammista all’impazienza di diventare grandi, dello sguardo bambino meticoloso, attento a catturare i particolari e il gesto della madre (solleva i capelli neri) in un interno quotidiano; sequenza su sequenza, si snoda un film eletto a simbolo di quegli anni, la storia semplice di quando un po’ tutti eravamo ‘poveri ma belli’, ed era intatta, non ancora dissipata la fiducia nel futuro. Rimane impressa nel ricordo-fotogramma la strada in discesa/ e i filobus, e il cartello Campari / sopra un edificio, e ci pare di cogliere in questi versi, estratti da un contesto poetico più ampio e restringendo il campo visivo sul nome del famoso aperitivo (propedeutico al pasto, alla consumazione), l’indicazione certa, indubbia di un doppio significato: ché il termine campari, in dialetto siciliano vuol dire ‘vivere’ ma anche, e forse soprattutto, resistere alle avversità, sopravvivere alle perdite e alle delusioni, agli ammanchi, alle assenze, alla fuga in avanti del tempo: di anno in anno/ ci succediamo nel dolore sacro e muto/(…) / il libro ha spiegato rivelato/c’è una nota/ la grafia è grossa da bambino/c’era tanto da raggiungere/ è stata un segmento una parodia/un breve stupore una parola.

 

Maria Gabriella Canfarelli

Nota biobibliografica

Renato Pennisi (Catania 1957), avvocato civilista, è poeta, narratore e critico letterario, giornalista, promotore di attività culturali, direttore della Rivista di Letteratura e Ricerca La Terrazza, curatore delle Edizioni Novecento. Vincitore del Premio Montale –1986, sezione poesia inedita – con la raccolta Letture senza spartito, poi inserita nell’antologia 7 Poeti del Premio Montale (Scheiwiller, Milano 1987), ha successivamente pubblicato La correzione del saggio (Tringale, Catania 1990), Mai più e ancora (L’Obliquo, Brescia 2003), La notte (Interlinea, Novara 2011). In dialetto siciliano ha scritto i libri di poesia Allancallaria (Prova d’Autore, Catania 2001), Menzi storii, (Cofine, Roma 2006 – Premio Ischitella-Pietro Giannone 2006), La cumeta (L’Obliquo, Brescia 2009), Pruvulazzu (Interlinea, Novara, 2016). Per la narrativa ha pubblicato con Prova d’Autore: Libro dell’amore profondo (Catania 1999), La prigione di ghiaccio (ibidem, 2002) e Romanzo (ibidem, 2006). Nel 2015 ha dato alle stampe Oratorio di resurrezione (Edizioni Novecento, Mascalucia), testo sacro in versi, andato in scena lo stesso anno alla Sala Magma di Catania.

 

Pubblicato il 30 maggio 2019