Appena mi è arrivato in dicembre La forma detenuta (Le Farfalle ed., Valverde (CT), 2018) di Cettina Caliò non ho saputo resistere alla tentazione di leggerlo subito e avidamente dalle 4 alle 6,30 del mattino dopo. Ho fatto numerose orecchiette di compiacimento su molte pagine (per evidenziare le poesie che mi piacciono molto) e mi sono ripromesso di recensirlo.
Questo è il quinto libro della poetessa (nata a Catania nel 1973), dopo Poesie (Ibiskos, 1995), L’affanno dei verbi servili (Bastogi, 2005), Tra il condizionale e l’indicativo (Ennepilibri, 2007), Sulla cruda pelle (Forme Libere, 2012) ed esce “dopo cinque anni di cassetto”. Me lo ha confessato l’Autrice (di cui confermo l’apprezzamento per la serietà professionale, per il costante labor limae, e il saper attendere prima di pubblicare, dote, anche questa, fondamentale in poesia). Con Cettina intrattengo un dialogo assai stimolante dal 2013.
In quell’anno conobbi prima i suoi testi e poi la persona in occasione del Premio Ischitella-Pietro Giannone 2013 in cui si classificò terza con la raccolta in dialetto siciliano I paroli nichi nichi (Le parole piccole piccole). Questa fu la motivazione del premio: “La raccolta nel dialetto siciliano di Catania, si caratterizza per la vena moderata nell’espressione che rifugge da toni estremi. È delicata nell’esprimere sensi amorosi, equilibrata nell’uso delle metafore e della creazione fantastica. È una poesia che si insinua blandamente ma, a lettura prolungata, con sicurezza”. La raccolta, molto valida, non è stata finora pubblicata e immagino che ciò avvenga per un preciso metodo della poetessa di non forzare l’ispirazione che lei utilizza (come Leopardi insegna) sia nella creazione che nella revisione dei testi. Mi piace comunque ribadire che la raccolta meritava e merita di essere pubblicata.
Dell’ultimo libro di Cettina ho apprezzato molto l’ulteriore crescita “formale”, nel senso più pieno del termine, il suo saper trarre ispirazione da un quotidiano che è il suo, ma nel quale ci troviamo trascinati quasi per incantamento. E ciò è dovuto alla sua parsimonia espressiva, all’uso essenziale ed evocativo delle parole piccole piccole (I paroli nichi nichi), selezionate con estrema cura e che sanno dire le cose importanti della nostra vita, che muta giorno dopo giorno, lasciando segni profondi su di noi. Altro aspetto importante è il suono di queste parole, di questa poesie e l’uso sapiente di immagini spiazzanti e sorprendenti.
Cettina Caliò, senza giri di frase e senza tortuosità, ci proietta subito nell’opera. A partire già dalla citazione degli ultimi cinque versi di una sua poesia, che campeggiano nella quarta di copertina: consolo le mie mani / tenendoti il viso / e conto le sillabe / di questo scorcio fragile / che appassiona le ore. Versi che nell’interno sono preceduti da questi non meno significativi: Fa arso il fiato / il tramestio di segni lasciati / dai passi che già sono stati // ne faccio suono sciolto / per dare forma alla sete / e guardo / ma solo fino alla porta // il sole è sul pavimento / adesso / l’ombra che si piega / sono io (…).
E sempre nel primo risvolto di copertina del libro (eccellente nella sua consistenza e maneggevolezza, complimenti all’editore) mi è piaciuta molto la nota di Mauro Mangano che riporto qui di seguito perché non amo ripetere, magari peggio, la descrizione e la trattazione critica di un libro che mi convince e che condivido, come in questo caso. Eccola: “(…) è un’opera in cui non sono ‘raccolte’ poesie, ma in cui le poesie raccolgono storie e frammenti, per tesserli e restituirli in trama. Dalla prima all’ultima pagina, nelle tre sezioni (La forma detenuta, Lo strappo che rimane, Lo stupore che ci tiene) che scandiscono il percorso poetico, si dispiega una mappa di sentimenti, riflessioni, luoghi dell’anima, sentieri da esplorare. Una mappa fitta di simboli, tenuta insieme dall’armonia del tocco dell’illustratore, da uno stile che non cede dal primo all’ultimo verso, con una riconoscibilità che Cettina Caliò costruisce da anni e con risultati sempre più luminosi. La Forma del quotidiano si veste della forma poetica, che le si adagia sopra e, attraverso la forma della lingua, la fa diventare esistenza. È uno dei tratti più affascinanti di queste poesie, la capacità di partire sempre dalla materia viva dei giorni per alzare con uno scarto veloce l’occhio al tutto e al niente che indaghiamo ogni momento.”
Prima di concludere vorrei attirare l’attenzione sui tre versi in dialetto di Cettina dell’esergo del libro: Ogni tantu fa cori ’i scriviri / ogni tantu fa cori ’i taliariti / ogni tantu fa cori, e basta (Ogni tanto si ha voglia di scrivere / ogni tanto si ha voglia di guardarti / ogni tanto si ha voglia, e basta), a sottolineare la sua estrema libertà di un’Autrice di esprimersi appieno, ma in una “forma detenuta”, padrona del suo pensiero e delle sue emozioni, attenta nel suo sguardo sul mondo.
Ed ecco infine la mia scelta delle poesie.
Piano sequenza
Quel mio ritornare a te
da tutte le strade
per sottrarci da tanta morte
e ricucire i luoghi
feriti
di una vita che qui
è stata vita
per un poco
In questo sentire largo
accade di sbriciolarsi
nello spazio breve di te
sorrido
mi smorzo
arretro
*
E si sta inclini al vuoto
consueto di attimi misurati
col palmo
nel niente lasciato dal tempo
che ha saputo fare a meno di noi
di fretta
noi che andremo
vedremo
faremo e facciamo la conta
delle lusinghe cui dobbiamo credere
per non cadere
dalla stampella che di sbieco
ci tiene
noi che ci accarezziamo
i verbi storditi
dal peso di questo lampo
tutto da coniugare
per poi scoprirci
sfiatati
a canticchiare ricordi
quando stiamo in silenzio
Fermata intermedia
Dietro il vetro correva
un sabato di vetrine
coi volti chini
sulle scarpe in saldo
un pugno di rondini colpiva
il cielo indifferente
alla vertigine
di fine stagione
dietro il vetro
col gomito sul finestrino
e la mano
a reggere la tempia
mi vedevo vederti
nella corsa della strada
ma non vedevo le parole
per dirti
aspetta
nel solito sali e scendi
così accade
vedersi senza sapersi
dire
*
Sei caduto nel mio vento
dall’alto
adesso
la sera
è due sillabe di fiato
*
Ti tengo
nell’entroterra dell’anima
in un respiro di due sillabe
nel silenzio che fanno gli occhi
quando spalancati sentono
quel perdersi bello
nel nulla del passo
*
Ci sarà tempo
dopo
per nominare l’odore che resta
del vento
e dimenticare i nostri giorni
contati sull’acqua
ora
stiamo uno
noi due
con una lentezza di mani
che non ha fretta
di finire la frase
e dico al respiro
respira
dove il ricordo ricomincia
e siamo presente
dove il sogno ci prova
e si fa tregua ignorante
fra noi e domani
qui
dove tu ridisegni l’istante
e aggiungi parole
possibili da abitare
ora
restiamo così
a sentirci battere
la bonaccia del fiato