“La città del vento” di Ombretta Ciurnelli

La recensione al nuovo libro in lingua perugina di Walter Pilini

Dal 2007, anno d’esordio con il volume Badarellasse ncle parole, abbecedario di acrostici (Guerra Edizioni, Perugia 2007), Ombretta Ciurnelli fa il suo ingresso sulla scena poetica (non solo perugina, ché sarebbe oltremodo riduttivo), usando un registro dialettale arcaico, espressione della realtà contadina del Pian del Tevere a sud della città di Perugia, morfosintatticamente ricco e articolato, ma lessicalmente ristretto come tutte le parlate espressione di culture orali di comunità agricole (si pensi alla penuria di nomi astratti – lontani dalla materialità della cultura di cui sono manifestazione – e anche di un’articolata e variegata aggettivazione).

L’Autrice riesce, anche attraverso una ricerca e uno studio rigorosi a esprimersi poeticamente in maniera compiuta e modernamente attuale. Questa cifra artistica connota tutte le sue produzioni successive:  L’Arcontastorie (Guerra Edizioni, Perugia 2008), Si curron le formiche (Guerra Edizioni, Perugia 2010), dove si riscontra un costante sviluppo di un percorso che (ri)allinea anche la poesia nel dialetto perugino a quella corrente di autori che oggi vengono comunemente chiamati “neo-dialettali”.

Il suo nuovo libro La città del vento, Poesie in lingua perugina (Edizioni Cofine, Roma, 2013) ne è una piacevole, quanto oramai attesa conferma.

A una prima lettura, questa prorompente dichiarazione d’amore per la sua città, paradossalmente e volutamente, giocando con le parole, non dichiarata, sgombra definitivamente il terreno da tante dichiarazioni d’amore, oleografiche o furbesche, talora artificiosamente costruite, e quindi inautentiche, di cui sono disseminate a piene mani tante raccolte e poesie di autori locali.

Si tratta di un amore totale, plurisensoriale, come plurisensoriale è la descrizione della città, delle sue mura, delle sue pietre, delle sue vie, borghi e vicoli, dove il vento imperversa e dinamizza cose e persone.

È la narrazione poetica di una città raccontata in tutti i sensi con acutezza e sensibilità, passando attraverso il buio, i silenzi, le armonie, i colori, gli odori-profumi, i gusti e i sapori, perché na città già da lia è puisïa, come recita l’ultimo verso della lirica d’apertura.

Ma sta nelle capacità di chi scrive versi riuscire a cogliere questi tratti di poeticità quasi mai espliciti, spesso celati allo sguardo dei più, magari ritrovati nell’umiltà di oggetti d’uso quotidiano, quali, ad esempio, la tarina/zuppiera, che, in un angolo appartato di un mercatino delle pulci, si fa evocatrice muta di antichi splendori e vitalità. Oppure attraverso i racconti che il linguaggio delle pietre e dei mattoni ci consegna per il tramite di coloro, i poeti appunto, che sanno coglierne il codice e la potenza evocativo-espressiva.

È un andare senza meta, lontano dai tempi e modi del turista, ma con lo spirito curioso del viaggiatore, che nel disperdersi nei vicoli tortuosi ed erti della città-vita ne ritrova il respiro nascosto, la gente, di oggi e del passato, comunque capitinianamente com-presente.

Nel dialetto di Perugia abbiamo finalmente una raccolta di versi che chi scrive queste note aspettava da tempo, almeno tutte le volte che aveva sotto mano autori e poesie di tante altre zone d’Italia, scritte nelle innumerevoli lingue locali, per cui inevitabile diveniva il raffronto, non tanto in termini agonistico-sportivi (per i quali bastano e avanzano i concorsi letterari e l’industria culturale che li produce), quanto di autenticità, novità e ricerca.

Che dunque quest’ultimo prodotto di Ombretta segni un nuovo inizio e apra una stagione ricca di fermenti poetici pronti a trovare una forma adeguata anche nella nostra parlata locale! 

Walter Pilini

24 giugno 2013