Qui di seguito proponiamo la Prefazione di Manuel Cohen a Uccalamma (Bocca dell’anima), Sasso Marconi (BO), Le Voci della Luna, “Radici”, 2010, ed una scelta di tre poesie tratte dalla stessa raccolta tratte da: https:////rebstein.wordpress.com/2010/09/25/repertorio-delle-voci-xii/#more-29908.
Dina Basso, Uccalamma, Il punto vivo del dare e del dire.
“Pupara sono / e faccio teatrino con due soli pupi / lei e lei / lei si chiama vita / e lei si chiama morte” (Jolanda Insana, Sciarra amara, 1977)
“Ch’io sia per te / terrestre e sconfinata / metà sognandoti / metà da te sognata” Carmela Fratantonio, Luna e laguna, 1984)
In una stagione in cui la poesia in dialetto non sembra ricevere quelle attenzioni che meriterebbe da parte della critica e dell’editoria, è necessario, di contro, segnalare la caparbia vitalità delle così dette lingue minori – minori rispetto a chi e a cosa, nessuno ha saputo bene indicarlo – e la qualità dei giovanissimi, ventenni e trentenni, in ascolto e in dialogo con culture che valicano lingue e confini, e che certamente non sfigurano in un confronto con i coetanei colleghi ‘in lingua’: la romagnola Annalisa Teodorani, l’emiliana Azzurra D’Agostino, il siciliano Rino Cavasino, il lucano Domenico Brancale, il laziale Pier Mattia Tommasino, per ricordarne alcuni tra i migliori. Ad essi, e alla rinnovata linfa del dialetto, si aggiunge oggi il nome di Dina Basso, la più fresca e giovane autrice, che approda a questo esordio in volume dopo il debito apprentissage e una crescita segnalata con buone anticipazioni su riviste cartacee, «La terrazza», «Le voci della luna», «Tratti», e nel web.
È innegabile il fatto che l’esordio di Dina Basso si carichi di significati e valenze che vanno anche e oltre l’esperienza del libro, e che meritano di essere quantomeno ricordate. Dina scrive adottando la parlata di Scordia, sua città natale, ‘la città delle arance rosse’, come recita il portale del comune, in provincia di Catania, confinante con Lentini: 17.000 abitanti, popolazione in aumento per la fuga dal grande centro limitrofo. Una parlata antichissima e naturalmente meticcia, figlia di influssi e colonizzazioni, figlia di continue contaminazioni. Dina scrive con una duplice eredità sulle proprie spalle, o meglio, sulla pancia e sul grembo: quella della poesia siciliana, uno dei ‘mille centri’ neodialettali del Novecento di pasoliniana memoria, con Vann’Antò, Ignazio Buttitta, Santo Calì, Nino De Vita, ceppo in cui si innesta il lavoro di autrici ‘in lingua’ dalle forti connotazioni sociali, a volte rivendicative, o di invettiva, in Dina in vero deprivate da istanze ideologiche d’antan, di difesa e tutela di diritti, di disamina della condizione della donna, anche in chiave di rapporti intersessuali: una su tutte, la messinese Jolanda Insana; o la ragusana, di Ispica, Carmela Fratantonio, accostabile per la natura dei motivi della perdita, l’elaborazione del discorso dell’amore luttuoso, che ravvisa il suoi archetipi nella lirica risentita di Saffo e nella lingua mortale d’ascendenza leopardiana; in Dina Basso, comunque, mitigati da una buona dose di ironia con cui affronta le situazioni, con qualche analogia con questi versi trapanesi di Flora Restivo: “A unu ci mpincìu / chi ci dissi ‘nun ci vogghiu’ / e l’affucau” (“a un tizio gli è andato di traverso / sentirsi dire ‘non ci sto’ / e l’ha strozzata.” Po essiri, Samperi, Catania 2008). Ironia segnalata anche dal ricorso alsermo merus, la cui trivialità irridente è comunque annullata dai contesti verbali, e nel dialetto, a differenza che nell’italiano, non sono connotati dall’osceno, come in questi esempi di prelievi lessicali: t’incazzi, bella minchiata, bastardu, buttana (termini comprensibili anche per il lettore in lingua); e di autoironia attestata ad esempio dal ricorso a frequenti epiteti: babba, babbitta, bestia, cretina (scema, scemotta, bestia, cretina). A ciò, si aggiunga il mandato dell’eredità domestica: Dina è infatti nipote, in quanto figlia della sorella, di Salvo Basso (1963-2002), prematuramente scomparso e mai dimenticato poeta artefice di una nuova e fervida stagione neodialettale siciliana, assieme a Renato Pennisi, Marco Scalabrino, Salvatore Paolo Garufi. I versi di Salvo,in exergo, ad apertura del libro, dicono di questa eredità, dicono di una origine, la pratica millenaria di oralità e scrittura, ma dicono anche della insorgenza di un destino che Dina ha fatto suo proprio: “a picca a picca m’ansignai u misteri / ca unu nun su scorda”, (“a poco a poco mi sono insegnata il mestiere, / che uno non se lo dimentica”). Sono elementi, i significati e le valenze, che la nostra autrice tiene in gran conto, ma da cui non si lascia intimidire, procedendo con un tratto già maturo e distinguibile, in una lingua del fare, dove ogni pratica anche domestica riallude al dire: “Poi mi votu e vidu / i libbra ca vogghiu leggiri / chiddi ca m’aja ‘nsignari, / i cosi caja ffari, / chiddi caja ddiri; // e mi veni a forza / d’impastari a pasta / ma pp’on pani sulu, / ca sulu ju n’aja nnangiari.” (“Poi mi giro e vedo / i libri che voglio leggere, / quelli che devo imparare, / le cose che devo fare, / quelle che devo dire; // e mi viene la forza d’impastare la pasta / ma per un pane solo, / che solo io devo mangiare.”).
Uccalamma, nel dialetto catanese è una parola composta che alla lettera significa ‘bocca dell’anima’. È una felice locuzione che sta a indicare, secondo un tipico traslato delle feconde lingue orali, che abbondano sempre e colpiscono per l’alto tasso di figuralità, la bocca dello stomaco, e precisamente, l’epigastrio, situato sotto lo sterno, nell’alto ventre e al centro stesso dello stomaco. E’ il centro esatto, il punto anatomico più intimo e fragile, il più soggetto alla violabilità e alla azione dannosa delle secrezioni acide che ingenerano ulcerosi e patologie gastroenteriche. Nella lingua popolare, è il luogo in cui si percepisce e si accoglie il mondo: qualcosa di simile al ‘sentire con la pancia’, e al ‘dire con la pancia’, eppure qualcosa d’altro: dalla ‘bocca dell’anima’ scaturiscono i pensieri, le parole, le emozioni dell’esperienza del mondo.
Uccalamma, bocca dell’anima, è un tropo, una metafora, attraverso cui Dina Basso riferisce e allude, è la chiusa che regola il rapporto del sé con l’altro da sé, il dentro e il fuori di sé, con cui filtrare la percezione fisica, spesso affidata alla corporeità, nella registrazione di un continuo riferimento a istanze fisiologiche del mangiare, assaggiare, succhiare, bere, nutrirsi, baciare, mordere, deglutire e ingerire, urinare, con relativa e ampia campionatura di lessico in frequenza, fino alle ingenerazioni psicopatologiche della bulimia: “Picchì su ddu na sira nun mangiu / nun m’arricanusciu, / e ficcarimi cosi di intra / è ll’unica manera / ppi sintiri ca ancora / campu.”, (“Perché se una sera non mangio / non mi riconosco / e ficcarmi cose dentro / è l’unico modo / per sentirmi ancora/ vivo.’); o dell’antropofagia venata d’ironia amorosa: “I muzzicuna / t’i dassa unn’ederè, / e a carni t’a strazzassa pezzi pezzi e senza pinseri, / e m’arrustissa.”, (“I morsi/ te li darei dovunque, / e la carne te la strapperei pezzi pezzi e senza pensieri, / me l’arrostirei.”). Ascoltare il corpo, nutrirlo. Nutrirsi fisiologicamente, nella intersezione dei piani o campi semantici del mangiare e dell’amare, del corpo-stomaco e dell’anima: couche di sentimento, alimentarla e ascoltarla.
Uccalamma, ci parla essenzialmente con il lessico dell’amore, attraverso la sua percezione fisica, corporea, e attraverso i sensi, vista, udito, olfatto, tatto, chiamati a percepire, a catturare. O, più propriamente, con la lingua inasprita dalla fine di un amore, non casuali e tutt’altro che oleografici i riferimenti alle arance di Scordia, segnalate in fase di disfacimento, ammaccate dal freddo (‘freddu ammacchia aranci’), abbandonate per terra nell’incuria, tanto da avvertirne l’odore marcescente (‘aranci ‘nterra’, ‘stu fetu i marciu’), Dina Basso traccia dell’amore un canzoniere minimo, in praesentia e in absentia, ductus da intendere pure come fabula, racconto diegetico, romanzo di formazione in versi per frammenti e flashback memoriali, con frequente ricorso ai tempi dell’imperfetto: un’unica sequenza di 53 testi senza titoli e non suddivisi in sezioni: testi a lunghezza variata e affidati a versi liberi, a strutture informali, legati tra loro da riferimenti interni di formularità, tematici e lessicali, che ne garantiscono la coerenza e sorreggono la struttura: il continuo riferirsi alla scrittura, che non presenta i consueti tratti manieristi o iperletterari, ma si lega alla fisiologia, meglio all’anatomia, corpo nel corpo, come accade nell’ottimo testo Aju na vina (Ho una vena) con l’ironico, quasi buffo, parallelismo tra la realistica vena del sangue che si gonfia e la figurale, analogica vena poetica, vena blu che torna in altro testo in cui il corpo umano è il luogo da scrivere, è il testo, in Prima era una sula(Prima era solo una); o il continuo confrontarsi con la morte, il lutto, il dolore, siano essi vissuti nella realtà o immaginati, siano essi momenti del quotidiano o dell’interiorità, su tutte, segnalo al lettore E m’anturciniu (E m’attorciglio); o i molti riferimenti alla famiglia, all’educazione, anche a una traccia cromosomica, come nei due testi che hanno per protagonista la nonna, e omonima Dina, la cui valenza emblematica, totemica, è confermata dalla posizione strategica, non casualmente all’inizio (il secondo testo), Quannu mi talìu i pedi (Quando mi guardo i piedi), e alla fine, “Ccu mmia e probblemi nunn’esistunu” (“Con me problemi non esistono”), a ribadirci la continuità, se non la fedeltà, di natura e cultura. Penso ai testi di questo libro come ai morsi e agli stigmi di un incontro, di un affronto con la vita e con la morte: alcuni, specie tra i più brevi, e non sono pochi, colpiscono per efficacia di sintesi, quasi per una rapida fluidità che coniuga essenzialità e visione, lampo di pensiero e sua immanenza o concretezza: Riminannu u sugu (Mescolando il sugo), ‘Nto dialettu (nel dialetto), I morti e chiddi ca stannu luntani (I morti e quelli che sono lontani), Nascìu sula (Sono nata sola), I muzzicuna (I morsi)…
Se le questioni e i temi sono quelli di tutti i tempi, il tono e lo stile, la quiddità, sono contrassegnati da una calibrata, asciutta medietà, di understatement dal gusto giovane, contemporaneo (Dina Basso, come molti tra le recenti generazioni di autori neodialettali, scrive nella lingua d’origine, pur vivendo attualmente a Bologna, dove studia, e praticando quotidianamente l’italiano: siamo dunque per lo meno in presenza di una diglossia), gusto privo tuttavia di vezzi giovanilistici e di compiacimenti formali, o, come acutamente suggerisce Sergio Rotino presentandola sulla rivista «Le voci della luna»: “Voce onesta fin quasi alla sfrontatezza, tenuta a bada da una ironia pacata. […] Voce che sembra sgorgare in modo naturale senza scadere nel naturalistico”. Sfrontatezza e naturalezza che si colgono nell’esercizio di mimesi, che si avvale di incursioni dialogiche, elencazioni, riferimenti al quotidiano, richiami concreti e popolari a usi e costumi (un universo domestico irredimibilmente declinato al femminile: lavare panni, cucinare) ma che non si risolvono in ‘realistici quadri privati d’una fimmina di Scordia, hanno la forza di aprire squarci su usi e costumi passati odierni e futuri’, come bene segnala Dome Bulfaro in Questo dolore che mangia (antologia della terza edizione del Premio MezzagoArte, Le voci della luna, Sasso Marconi 2009). Sono molte le frecce che ha nell’arco Dina Basso, mossa da una limpida motivazione a scrivere, quella che fece dire a Dante, il primo volgarizzatore italiano, nell’incipit della Vita nova: “Ed ebbi volontà di dire”. Una motivazione di chiarezza e verità, che sia un augurio e un viatico per la giovanissima poeta: “Nun serva a nenti cummighiarisi, / tantu quannu scrivemu / semu sempri’ a nura” (Non serve a niente coprirsi, tanto quando scriviamo / siamo sempre nudi”).
di Manuel Cohen
Quannu mi talìu i pedi,
sacciu ca sugnu a figghia ’e Bassu,
a niputi da signora Ddina,
chidda cco culu ’rossu.
Suddu mi talìu l’occhi virdi ’nto specchiu,
si vida ca sugnu a figghia d’a Bassetta,
chidda c’aviva i capiddi bbiondi e llonghi finu ’o culu,
beddu culu,
i cosi ggiusti.
Quannu mi talìu,
sacciu ca sugnu ’mmiscata,
arabi e normanni ca si junciunu,
tantu u culu
sempri culu è,
e a picca a picca,
n’angrossa (quasi) a ttutti.
Quando mi guardo i piedi, / so che sono la figlia di Basso, / la nipote della signora Dina, / quella col culo grosso. // Se mi guardo gli occhi verdi allo specchio, / si vede che sono la figlia della Bassetta, / quella che aveva i capelli biondi e lunghi fino al culo, / bel culo, /giustamente. // Quando mi guardo, / so che sono mischiata, / arabi e normanni che s’uniscono, / tanto il culo / sempre culo è, / e a poco a poco, / ci ingrossa (quasi) a tutti.
Quannu, di nica,
m’ansignai a scriviri,
mi ittai subbitu ’nta poesia,
picchì mi pariva
l’unica manera,
ppi ffari e ddiri chiddu ca m’aspirava u cori,
ristanno ’nti mia,
facennumi maestra,
ccu tuttu c’aviva quattr’anni.
Picchì ’nti nuautri nun s’amparunu,
s’ansigninu i cosi,
quannu unu ’i capisci,
e ggià addiventa mastru;
macari ju,
da manovalanza di littri e accenti,
a picca a picca m’ansignai u misteri,
ca unu nun su scorda
mancu quannu è vecchiu,
mancu quannu mora.
Quando, da piccola, / mi sono insegnata a scrivere, / mi sono buttata subito nella poesia, / perché mi sembrava / l’unico modo, / per fare e dire quello che m’ispirava il cuore, / restando in me, / facendomi maestra, / con tutto che avevo quattr’anni. // Perché da noi non s’imparano, / s’insegnano le cose, / quando uno le capisce, / e già diventa mastro; / anch’io, / dalla manovalanza di lettere e accenti, / a poco a poco mi sono insegnata il mestiere, / che uno non se lo dimentica / neanche quando è vecchio, / neanche quando muore.
Prima era una sula,
uora nun ni cuntu cchiù
i vini blù e vvirdi
ca s’abbrancicanu
de jammi o pettu
– passannu ppa carina,
signannu a manu ca scriva.
Pp’aviri vint’anni
sugnu malacumminata:
ancora m’aja scriviri d’incoddu,
e ggià sugnu china d’errori
blu.
Prima era una sola, / ora non le conto più / le vene blu e verdi / che si arrampicano / dalle gambe al petto / – passando per la schiena, / segnando la mano che scrive. / Per avere vent’anni / sono combinata male: / ancora mi devo scrivere addosso, / e già sono piena di errori / blu.