Fare la critica di un libro di critica è un’operazione difficile. Innanzitutto perché si è davanti a un pensiero che già esprime un punto di vista su una certa opera – in relazione o in contrasto, in distacco o in partecipazione non importa – delineando un clima teatrale di svelamenti e nascondimenti, di dialoghi e monologhi, di trame e di percorsi. Esprimersi su un libro di critica vuol dire, quindi, prendere in carico non solo il pensiero di un critico che ha già attuato, a sua volta, un’operazione di presa in carico, ma anche il primo oggetto a monte dell’indagine: l’opera considerata, che ora ci giunge filtrata, mediata; che chiede ancora un senso al nostro sguardo e così continua a sfuggire, tra le parole di chi l’ha evocata e le nostre. La questione, così espressa, sembra dirci qualcosa su che cosa sia veramente quella strana cosa che è la critica, e cioè un prisma che riflette l’opera, la proietta e la moltiplica restituendone la complessità, piuttosto che suggerirne semplificate chiavi di lettura.
Così, nel caso di questo colloquio tra Giovanni Tesio e Matteo Vercesi sull’opera complessa e multiforme di Italo Calvino, il dialogo, piuttosto che intimizzarsi tra le mura di un rassicurante salotto, proietta le questioni ponendole in rapporto non soltanto con le motivazioni interiori dello scrittore, ma anche col contesto culturale e sociale nel quale si pone la sua opera.
L’indicazione potrebbe sembrare banale, nel senso che ogni operazione culturale non è mai avulsa dal proprio contesto sociale. Tuttavia, nel caso di Calvino, l’accento è posto sul concetto di “classicismo”, sulla lungimiranza di certe sue profetizzazioni e, non per ultimo, sul desiderio di staccarsi dal contesto culturale ufficiale ponendosi al di sopra delle questioni, in una dimensione più intima con la letteratura in generale e con la propria scrittura in particolare.
Tesio definisce un “classico” come un testo che non si legge, ma si rilegge. Un testo che, scavalcando il tempo, è capace di sondare altri mondi, entrando “con permesso nelle coscienze dei lettori provocandone però l’intelligenza attraverso l’uso della fantasia e della discrezione”. L’immagine di Calvino che ricaviamo leggendo questo libro, svia leggermente – o probabilmente ci suggerisce una completezza – dalla tradizionale idea di un Calvino razionalista e geometrico, praticante di una scrittura scevra da aggettivazioni eccessive, da inutili barocchismi. Si legga, fra le altre, la lettera inviata a Marcello Venturi: “Perché scrivi che la ragazza aveva un profumo selvaggio? (…) Non so dirti se scrivi bene, perché io sono patito dei prosatori impeccabili, e a leggere chi come te va per approssimazioni, accumulando termini generici e imprecisi senza badare alla levigatezza della frase, soffro come una bestia. (…) Di aggettivi se ne deve mettere il meno possibile e solo quando sono indispensabili”; considerazioni che, se isolate, potrebbero suggerirci l’immagine fuorviante di uno scrittore asettico, cavilloso fino alla secchezza.
Del resto è possibile rintracciare un nesso tra l’idea di una scrittura rigorosamente concentrata e una Torino rigorosamente disegnata, geometrica e operaia, forse musa, forse sostrato non sempre identificabile della sua scrittura: “Torino è una città che invita al rigore, alla linearità, allo stile. Invita alla logica, e attraverso la logica apre la porta della follia”.
Sta di fatto che, a partire dagli anni Cinquanta, Calvino avvia un percorso di sperimentazione narrativa abbandonando progressivamente il Neorealismo e orientandosi verso un “neosperimentale” che coniuga elementi realistici con il fantastico e l’allegorico. La pratica di un narrare oggettivo sembra mostrare le crepe di una inadeguatezza ai mutamenti sociali e culturali: Il visconte dimezzato mostra una separatezza dell’essere, la parte buona e la parte cattiva, da ricomporre con urgenza; Il barone rampante si rifiuta di vivere in mezzo agli uomini, mantenendo un atteggiamento critico e distaccato verso il mondo; Il cavaliere inesistente mostra la sua vuotezza, una forma priva di sostanza, facendosi metafora dell’uomo contemporaneo.
La bizzarria dei personaggi della celebre trilogia sottolinea anche uno spostamento dell’asse narrativo dalla forma del romanzo lungo a quella del racconto, e cioè una modalità più agile del narrare in sintonia con gli esempi della grande letteratura di Cechov e di Maupassant. La narrativa, sostiene Calvino, rispondendo a un’inchiesta sulle forme del romanzo, deve mutare seguendo le nuove condizioni storiche e sociali, abbandonando la forma romanzesca tradizionale a favore di un modo più agile e adattabile, come il racconto.
È innegabile, tuttavia, che la narrativa costituisca per Calvino una rappresentazione dell’esistenza e della politica in quanto lo scrittore continua ad esplorare tematiche realistiche che approfondiscono la realtà sociale e politica, sia sull’asse della grande allegoria, sia in quello, più esplicito, di una sua personale forma di “cronaca”. Dico personale perché Calvino dichiara esplicitamente l’incoerenza tra il mestiere del narratore e quello del giornalista: “il giornalista è un mestiere di enorme importanza sociale, e che richiede doti eccezionali, ma che non può essere coltivato a fianco della letteratura, perché non puoi nello stesso tempo usare lo stesso strumento: il linguaggio, la scrittura, in due modi completamente diversi” (Lettera a Raffaello Brighetti). La letteratura, insomma, preserva un suo modus che non coincide esattamente con la cronaca dei fatti del mondo.
Il proverbiale distacco stilistico di Calvino, dunque, può essere interpretato nel senso della dichiarazione di una indipendenza statutaria dai fatti: “Approvo perfettamente il giudizio che dai dei miei racconti. È proprio quello che volevo fare: dare stile – cioè senso e morale – ai pretesti e alle insoddisfazioni della vita. Freddezza di ghiacciolo? Sarebbe il più bel complimento che mi sia stato mai rivolto: purtroppo ne sono ben lontano. Ricominciare, cambiare? Non ho fatto altro tutta la vita” (Lettera in risposta a Giovanni Arpino).
Da questo punto di vista si comprende la centralità che Tesio attribuisce alla trilogia, e cioè un momento di sintesi tra allegoria, filosofia e narrazione fantastica. Allo stesso modo la sperimentazione della scrittura (Ricominciare, cambiare? Non ho fatto altro per tutta la vita) si configura come un rapporto tra un desiderio di verità e la consapevolezza delle limitazioni del linguaggio. La letteratura, insomma, non può che rappresentare un grande laboratorio di verifica non solo della lingua, della ricerca di esiti formali sempre aggiornati, ma un atteggiamento, un essere nel mondo attraverso una qualche forma dell’etica.
La sperimentazione implica in Calvino una commistione palese tra gli esiti statutari di diverse discipline, arte, filosofia, scienza; una commistione, cioè, di modi illuministici in cui la ragione cerca di mettere a freno gli sconfinamenti della psiche profonda, creando forme e illusioni in grado di rappresentare l’humus sociale e culturale, il quale, mostrandosi negli esiti di una metamorfosi incessante, chiede alla letteratura una tensione continua.
Le intuizioni più interessanti del saggio a me sembrano quelle in cui Tesio si sforza di mostrare la faccia di un Calvino alla ricerca di un suo silenzio interiore, il desiderio di un distacco dall’entourage culturale e dagli impegni di editore. Tesio giunge persino a immaginare un Calvino poeta, il sotterraneo affabulatore di una lingua alternativa, implicita, già presente, come sostrato e motivazione, nella sua narrativa.
Rispondendo a una stimolazione di Vercesi a proposito del rapporto con i poeti dei “circuiti minori” e a un pensiero di Calvino a Leonetti (“Voi che potete fare edizioncine agili, poco impegnative, non sapete che fortuna avete”), così commenta Tesio: “La poesia non sta solo nella sua caratteristica precipua che è quella della versificazione (…) può esserci poesia ovunque: in questo senso Calvino è poeta per più ragioni. Per il suo orrore della chiacchiera (…). E poi è poeta per questo suo costante partire dalle immagini, proprio perché da lì parte la poesia”.
L’affermazione di Calvino a proposito delle “edizioncine”, ci dice, insomma, di “un desiderio segreto, che viene a corrispondere a qualcosa che un po’ tutti finiamo col sentire quando qualcosa non corrisponde pienamente alla condizione in cui ci sentiamo stretti, e da cui sogniamo qualche via di fuga, qualche fantasia di tipo compensativo”.
Certamente il discorso sulle immagini ci rimanda a una sorta di filosofia pratica – Calvino disdegna la filosofia ma la pratica – commenta Tesio; nel senso che l’immagine, non intesa come rappresentazione naturalistica di un momento, è, piuttosto, il luogo di un pensiero segreto, rappresentabile nell’invisibile: cito, en passant, la celebre dichiarazione tratta dal Piccolo Principe: “L’essenziale è invisibile agli occhi”.
Ed è un pensiero che Tesio recupera da una citazione leggibile nelle Lezioni americane del De rerum natura: “La poesia dell’invisibile, la poesia delle infinite potenzialità imprevedibili, così come la poesia nel nulla nascono da un poeta che non ha dubbi sulla fisicità del mondo”.
Esiste, dunque, una sorta di convivenza tra le strutture segrete del mondo e quelle sotterranee e invisibili che, apparentemente, sembrano non avere forma. Ciò spiegherebbe, in Calvino, la sovrapposizione della mappa realistica del mondo con quella iperrealistica della sua invisibilità, una sorta di doppio registro che Calvino cerca di combinare armoniosamente nella forma di una poetica.
Naturalmente lo scheletro di tutto il lavoro di Giovanni Tesio e di Matteo Vercesi gira intorno al Calvino editor, lettore di manoscritti e giornalista. La sua vicenda di intellettuale sembra essere profondamente condizionata dai meccanismi dell’industria culturale: “Il guaio è che sono preso dall’ingranaggio industriale, sono diventato una ruota di trasmissione, e così sono privato d’ogni dimensione umana”. Intorno a questa dicotomia, tra desiderio di libertà e necessità di giocare un ruolo non secondario, Calvino si ritrova a immaginare un lavoro interiore in cui il ruolo di editore e quello di scrittore rimangano in equilibrio. La sua idea di letteratura, del resto, sembra costituire una risposta al postmoderno. Si tratta del concetto di ars combinatoria, espresso nelle Lezioni americane. Chiede Matteo Vercesi, a proposito: se la vita non è altro che “una enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili…quale filo lega letteratura e vita in Calvino?”. La risposta di Tesio è una chiarificazione sul concetto di postmoderno e sulle sue implicazioni. Il postmoderno sarebbe cioè, una modalità di espressione del caos delle forme, degli stili, dei pensieri, degli ideali di una società bulimica, eticamente disordinata e disomogenea. La risposta di Calvino consiste nella capacità, da parte dell’artista, di affrontare lo sguardo di medusa senza farsi impietrire dai suoi occhi: “ingurgitare il caso fino a scoppiarne (e questo fanno le avanguardie), o combinarne le componenti fino a costruirne una geometria, una figura, un’idea interpretativa, un filo di Arianna che dia scacco al labirinto in cui il ‘postmoderno’ ci ha fatti entrare”.
Si tratta, dunque, di un’idea di ricostituzione del senso che Calvino consegna ai posteri; abbiamo bisogno tanto di santi quanto di scrittori, commenta Tesio nelle ultime pagine del libro, “scrittori che gettino una loro luce di resistenza e di durata”.
Riprendendo il discorso iniziale di questo mio scritto, dunque, mi viene da pensare che l’arte della combinazione possa essere estesa sia al lettore medio che legge lo scrittore, sia al critico che mette in gioco una forma più sottile di interpretazione. Si tratta cioè di una rete di ricognizione del perduto o del disperso per ritrovare l’uscita del labirinto.
Mi è capitato recentemente di assistere a delle lezioni di musica in cui si riprendevano alcuni concetti delle Lezioni americane, declinandole in improvvisazioni musicali. È un’idea suggestiva di ars combinatoria, di riproposizione; in altri modi immagini, forme e concetti, di un discorso non risolto; non perché irrisolvibile ma perché ingabbiato e imprigionato in un contesto culturale spaventosamente dilatato e diluito in cui ogni essere pensante – un creatore di immagini nel caso di uno scrittore – deve imparare a muoversi e a convivere.
Giovanni Tesio – Matteo Vercesi, Italo Calvino fra editoria e scrittura, introduzione di Pietro Gibellini, Ronzani Editore, Vicenza, 2025, pp. 100.

