Istruzioni per la luce di Luca Benassi

Recensione di Anna Maria Curci

 

L’attesa della luce, la certezza circa la sua venuta, si accompagna costantemente, nella poesia di Luca Benassi, alla consapevolezza circa la testimonianza della sua presenza nella storia, nelle singole vicende umane così come negli eventi epocali. Istruzioni per la luce rappresenta un’ulteriore, significativa tappa nel percorso poetico di Luca Benassi. I nove momenti – Gli ultimi, Gli occhi e la stella, 4250, Le strade, 24 marzo 1944, 6 agosto 1945, 8 agosto 1956, 26 aprile 1986, La calura – in cui si articola questa tappa testimoniano la volontà di dare voce all’attesa e alla certezza della luce – la lama del futuro – attraverso le vicende degli ultimi nella storia.

Il titolo della prima sezione, Gli ultimi, richiama immediatamente il rovesciamento evangelico dei rapporti di forze terreni e, prossimo a questo, l’omonimo film del 1963 che si basava su un racconto di un’altra voce della quale è possibile sentire l’eco in queste pagine: David Maria Turoldo. Il film, diretto da Vito Pandolfi e David Maria Turoldo, era basato su un racconto di quest’ultimo, che portava il titolo Io non ero un fanciullo. Mentre, tuttavia, in quel racconto un soprannome che dispregiava e spogliava, che cancellava il nome, aggravava la mancanza di dignità e inaspriva il dramma, nella sezione Gli ultimi di Istruzioni per la luce di Luca Benassi i nomi dei senzatetto vittime dell’abbandono, degli emarginati pestati a morte appaiono in controluce – là dove non è possibile determinarli con certezza documentata – o costituiscono il titolo del componimento. La memoria è illuminata dalla rievocazione di quelle storie e, soprattutto, dal canto che si sprigiona dai loro nomi. Da ogni singola vicenda, esso abbraccia l’immanente e si volge al trascendente. L’aspirazione alla trascendenza, l’anelito alla luce si accompagna sempre, nella scrittura di Luca Benassi, alla chiara nozione del vivere nella storia. In Istruzioni per la luce questo tratto è ancora più esplicito: ai nomi delle persone seguono  i nomi delle strade, ai nomi delle persone sono legati i componimenti delle sezioni caratterizzate da date significative, che si riferiscono all’attentato di via Rasella e all’eccidio delle Fosse Ardeatine, alla bomba atomica su Hiroshima, all’esplosione nella miniera di Marcinelle, al disastro nucleare a Cernobyl. Ai numeri dei giorni e degli anni degli eventi fatali si accompagna, nella sezione 4250, il numero di una tratta ferroviaria, da Ancona a Pesaro, percorsa con assiduità e attenzione all’eco che ogni stazione, ogni dettaglio, colto lungo il tragitto e nelle soste, fa risuonare nell’animo.

Nella poesia di p. 30, che ha per titolo (dubbio) è possibile individuare, allo stesso tempo, una chiave di accesso e una costante. Non solo l’attacco che introduce una narrazione e, subito dopo, vi associa un’immagine che unisce geometrie di linee perpendicolari e curve e vivacità sensoriale – «Accade a volte – il filo del corpo/ curvo nel piacere delle mani» –, non solo la conclusione, che apre le porte allo stupore e al rinnovarsi delle cose – «il dono della fede che dipinge/ l’alba sul tuo volto» –, ma l’intero andamento del testo poetico, che si inerpica per la salita dell’esistenza, ripida e riluttante a rivelarsi come mistico ascendere, tutto il suo manifestarsi per contrasti e presentare coppie di opposti («– da una parte il giglio della neve/ dall’altra il nero della pietra –»), tutto il suo svelarsi in rapida successione con progressivo ampliamento dell’orizzonte, rende fecondo il dubbio, foriero di un incontro tra una scelta di esistenza attiva e di resistenza, cui non è estraneo il concetto pascaliano di “pari”, di “scommessa”, e l’accoglienza del mistero, appunto, come grazia, dono, fede. I versi, che presentano misure differenti, dal senario al dodecasillabo, con prevalenza di novenari e decasillabi, palesano coesistenze di principi opposti e, tuttavia accomunati, dalla tensione verso una meta: «Non importa il sentiero, il versante/ la cresta corrosa dai muschi,/ importa le dita che tengono il filo/ la stretta della pelle contro il vuoto».

 

Gli occhi cercano la luce, sono in grado di coglierla anche là dove sembra più celata. L’esperienza di fede è senz’altro fondante nella scrittura di Luca Benassi. Da questa porta aperta sul suo universo poetico è possibile e entrare in altri sentieri della sua scrittura, che dalla via d’accesso disegnata in (dubbio), nella sezione Gli occhi e la stella,  ne sono illuminati e che a loro volta proiettano altra luce, portando alla vista angoli, ramificazioni, spianate, discese e cunicoli. Ancora una volta, dalla singola vicenda esistenziale, lo sguardo si volge verso orizzonti di ben più ampia estensione.

Avanzano così, si manifestano in forme che spiazzano sia per la nettezza dei contorni sia per il loro dirigersi risoluti fino all’osso, al nucleo del vero, i temi della malattia, dell’amore, del viaggio, della partenza e del ritorno, dell’assenza.

Il componimento che ha il titolo (diabete) – a p. 27, nella sezione Gli occhi e la stella – porta alla luce una delle costanti della poesia di Luca Benassi, diretta conseguenza del suo modo, in continuo divenire, di accogliere e affrontare il mistero: la tensione tra opposti, che si palesa con una forte dinamicità che ammette anche bruschi cambiamenti di ritmo, palesarsi di rime interne e non, umorismo come vero e proprio “sentimento del contrario”: «più di tutti mi amano gli aghi/ il loro scattare sommesso/ nel tondo concesso dalla pelle./ Sanno entrare senza giudizio/ con la fede tiepida del perdono/ precisi quanto basta/ a dirmi che neanche tu hai il coraggio/ di guardare dove sono peggio/ a capire fino in fondo il dolore».

La luce può farsi incontro, inattesa eppure  anelata, da piccole cose, da macchie di colore e barlumi di pienezza. Di questo incontro è limpida testimonianza il componimento che reca il titolo (amare, uscendo dall’osteria) – a p. 39 dalla sezione Gli occhi e la stella -, un inventario in crescendo dell’avvicinarsi, per tappe successive, della meraviglia, dello stupore. Anche qui, come nelle precedenti raccolte di Luca Benassi – penso, per esempio a L’onore della polvere – si manifestano le caratteristiche del suo dire, così efficace nell’unire le vette del mistero e la fisicità del creato, il sublime e il quotidiano, l’addensarsi del simbolo in un oggetto, in un dettaglio e, dall’altro lato, il rimbalzare, dividendosi e dilatandosi, del simbolo stesso, in una successione di movimenti, che qui vengono introdotti dalle ricorrenti proposizioni relative, cinque in totale nell’intero testo, a dispiegare nuove possibilità, ad inaugurare nuovi sentieri: «i bicchieri/ che rimandano scaglie di purezza/ […] la linea curva della fronte/ che si frange sulla punta/ che divide i tuoi capelli./ […] sopra il volto/ che risplende nella piena del sole/ che ci invade.». Il colore fa la sua apparizione con una nettezza non solo di toni, ma anche di passi, tanto che si ha l’impressione di veder danzare tutti questi guizzi cromatici, il giallo dei tovaglioli, «un azzurro ingolfato tra le chiese», il colore di un incarnato del volto, non solo nella piena luce del sole, ma anche nella trasfigurazione dell’occhio che contempla e rievoca.

La danza dei colori assume tratti drammatici e il dinamismo si carica, ancora una volta, di contrasti, nella poesia di p. 34, che parla di viaggi ripetuti, di partenze, di arrivi, di ritorni e di ripartenze, e che porta il titolo, sempre collocato tra parentesi tonde, (al binario). Le geometrie sembrano perdere l’equilibrio, le linee si frangono, le curve si fanno spericolate, le traiettorie arroventate. Poi, ancora una volta, avviene il prodigio. La crisi si rivela essere un momento ineludibile di un ciclo che ha un suo centro, un punto di riferimento che è anche un veicolo o, ancor più precisamente, un formidabile vettore di energie. Questo centro è il treno che taglia, attraversandole, le distanze, che collega e riunisce, che scopre, alle banchine delle sue stazioni, l’angolo intimo, nel quale sono tutt’uno il rosso della passione e l’avvertimento giallo di barriere il cui superamento è rischio temerario: «- il centro è questo convoglio che porta al cuore/ una torre di nubi, il verde acceso/ nella fossa tagliata dai binari./ Per ogni mia partenza c’è un ritorno/ un luogo privato fra le banchine/ dove il tuo abbraccio è un bruciare di rosso/ la linea gialla da non attraversare».

La luce si manifesta nel dare risalto a colori – azzurro e verde nella sezione 8 agosto 1956, con i titoli delle poesie che riportano i nomi di alcune delle tante persone colpite dalla tragedia della miniera di Marcinelle, in Belgio – e ai contrasti, chiaro e scuro, bianco abbagliante e nerissimo, nella sezione 26 aprile 1986, che dà voce ad alcune delle persone coinvolte l’incidente catastrofico alla centrale nucleare di Cernobyl.

La luce diventa una lama affilata da entrambe le parti nella sezione Calura e si fa, allo stesso tempo, illuminazione e impulso alla nascita nella poesia dedicata ai figli, venire alla luce, che conclude la raccolta: «Fu per voi la vita/ un’improvvisa lama bianca,/ fu calore e coraggio, già nome di figli».

 

Luca Benassi, Istruzioni per la luce. Prefazione di Elio Pecora, Passigli 2021