Io per, me amo, le strade che riescono agli erbosi fossi di Rita Imperatori

Nota di lettura di Ombretta Ciurnelli

 

Il titolo scelto da Rita Imperatori per la sua ultima raccolta – Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi fossi –, tratto dalla lirica I limoni di Eugenio Montale, insieme a versi o frammenti di altri poeti presenti in alcuni testi della silloge, induce a una riflessione preliminare sul senso della citazione poetica che, più o meno esplicita, compare spesso nelle opere degli scrittori.

La citazione, oltre ad avere un suo fondamento nel valore del significato o nel particolare nitore di versi ed espressioni, indica la propensione a vivere la poesia come una sorta di vibrazione corale, al di là del tempo e delle contingenze, accogliendo nel proprio dire la voce di chi ha già cantato drammi, emozioni, sentimenti, di chi ha già detto in forme liriche, dense di riverberi, dei sentieri tortuosi del nostro essere, del tempo che fugge, delle ingiustizie, dei soprusi, nonché della ricerca di armoniose ed empatiche relazioni tra le creature più diverse che si incontrano nel viaggio della vita. Ne nasce, a volte, una sorta di catena ermeneutica in cui si rimodulano ideali o valori e della poesia si svelano polisemie inaspettate, in una memoria dai risvolti imprevedibili.

Nel caso di Rita Imperatori non ci sarebbe stato titolo più pregnante per esprimere da un lato la dimensione e la sostanza stessa della sua scrittura e dall’altro un ideale di vita ispirato alla semplicità, all’immediatezza e alla schiettezza dei rapporti e, in particolare, a quell’armonica ed empatica relazione che la lega a tutti gli animali che accompagnano (o hanno accompagnato) il suo vivere.

In un intenso dialogo, che si dipana attraverso liriche in cui la voce è anche quella delle creature tanto amate, a confrontarsi sono loro (un cane, dei gatti, un piccolo uccello salvato da morte certa, una capra) e noi (gli umani), mettendo a confronto da un lato istinto e natura, dall’altro pensiero e cultura, evidenziando, pur nei differenti linguaggi, la diversa dimensione del tempo e dello spazio, in un rapporto in cui sembrano essere loro a insegnare a noi come distinguere, nel fare quotidiano, / ciò che davvero conta / dalle effimere, mutevoli premure, mostrando che amare è semplice come respirare: / un atto della vita, un moto di natura, senza ingombrare il cuore con la paura di finire in niente.

Quel niente che, nella riflessione metafisica ricorrente, incombe su di noi, nella prospettiva di un dopo a cui il tempo inesorabilmente ci avvicina, confusi nel nostro agire che sembra risolversi spesso in una dispersione dell’energia del cosmo, quasi a nascondere la nostra inconsistenza. E così sono loro, nella semplicità di gesti carichi di affetti e di in-dicibili significati, a salvare noi dal vuoto, a legarci alla vita e al suo stupire.

La riflessione metapoetica che consegue necessariamente al titolo, riprendendo, nella poesia eponima, anche altri frammenti da I limoni di Montale (i poeti laureati […] la parte di ricchezza), racconta della propensione a uno stile lontano da toni accademici, che mal si adatterebbero agli erbosi fossi che, ormai carichi di rifiuti, altro non sono che lo specchio di un benessere straccione / gocciolato dal consumo.

In ciò si inserisce anche la convinzione che la scrittura poetica non debba essere costretta in forme rigide, quelle dell’undici perfetto o dei raffinati maghi del dire da accademia, perché le parole sono esigenti. L’Autrice sembra propendere piuttosto per una lirica in cui sia il significato a dominare sul significante, anche se pensieri, moti affettivi, memorie e riflessioni si calano in forme non scabre, sempre armoniose e scandite da un ritmo lento e pacato, che racconta di un lungo dialogo, intenso e profondo, con la poesia. Basti citare, per la sintesi che li caratterizza, i versi con cui si apre la raccolta: Annotta il corpo / giunto dove il tempo curva, in cui forma e pensiero si fondono nel ritmo e nell’armonia, come è della poesia vera e, così, se musica sarà, verrà dal centro dei pensieri. Maria Teresa Giaveri, in proposito, scrive nella sua ricca Prefazione: «Già nel distico iniziale comprendiamo di trovarci di fronte a un edificio di parole che cela, nel professarsi dimesso, la sua natura regale».

A chiudere la raccolta sono alcune liriche caratterizzate da intensi toni civili, a volte in una memoria storica e poetica corale, come in Inginocchiarsi il 25 Aprile in cui alla poesia Ai Quindici di Piazzale Loreto di Salvatore Quasimodo si collega il ricordo intenso di quei morti uccisi ancora e ancora / dagli immemori feroci / che li credono spenti dal destino.

Anche in questi testi si esprime il rifiuto di una poesia lontana da toni accademici e da forme ampollose. In Non fummo gentili pur avendo ragione, in cui a parlare è il giovane Mario Grecchi, fucilato a Perugia nel marzo del 1944, l’incipit torna a manifestarlo con particolare forza: Poeti dai mille languori, deponete le alate parole.

Anche in questi testi il dialogo è tra loro e noi, tra la storia, con i suoi piccoli/grandi eventi, i suoi protagonisti e la tante vittime innocenti e noi, troppo spesso immemori, cui spetta invece l’obbligo della memoria, il rispetto dei valori e l’impegno etico a tutelarne l’attuazione.

E ciò, in qualche modo, trova un’eco, nell’intima dimensione del quotidiano, nel rapporto con loro, gli animali, di cui l’Autrice racconta nella raccolta; loro che, oltre a darci del tempo una dimensione sottratta a ogni misura di durata, ci insegnano che amare è semplice come respirare. E l’Autrice, con particolare sensibilità e in una dimensione di panica armonia, narra le loro storie intrecciate al proprio vissuto (o il proprio senso dell’essere confuso nel loro linguaggio) in modi e forme che nella poesia è assai raro trovare, come sottolinea con efficacia Giaveri nella Prefazione.

È anche per questo che, nel concludere questa nota di lettura, non possiamo non ricordare che per la sua poesia, nel luglio del 2021, a Rita Imperatori è stato conferito il Premio Montale Fuori di Casa, nella “Sezione Poesia e Natura” per aver espresso nella sua opera, come recita la motivazione, «in modo profondo, pur se apparentemente semplice, una sincera pietas nei confronti degli esseri umani e degli altri animali che insieme sopportano il peso di un’esistenza sempre capace di stupirci per la perfezione e la vanità del tutto».

 

Io per, me amo, le strade che riescono agli erbosi fossi di Rita Imperatori (Pasturana, puntoacapo Editrice 2022)