In Cartoulénax-Cartoline di Giancarla Pinaffo, passato e presente dell’Alta Val Grande di Lanzo

Recensione di Carmine Chiodo

 

Nella sua chiara e precisa Prefazione Antonio Catalfamo coglie molto bene il significato e l’essenza della poesia della Pinaffo e il suo essere poetessa, operando pure opportuni e convincenti riferimenti ad altri autori piemontesi, che lo studioso conosce molto bene in quanto li ha studiati a fondo (penso a Pavese). A ragione viene osservato che la Pinaffo appartiene a quella schiera dei poeti che hanno preferito scrivere nella lingua della loro piccola patria (p. XII) come han fatto ad esempio Pascoli, Pierro (quella tursitana). La Pinaffo usa una lingua altamente poetica con cui dice modi, tempi, passato e presente di un mondo, quello dell’Alta Val Grande di Lanzo -mondo che la poetessa conosce molto bene e che attraversa poeticamente in ogni aspetto- ricorrendo al patois francoprovenzale. Ci troviamo davanti a degli esiti poetici veramente straordinari  e resi tali dai suoni, dagli incontri di parole di questa lingua e al riguardo faccio seguire le citazioni di alcuni versi: davéra tou.iti li dé,/soula et invidiǻ/Djou.anìna i-rìvat a cå/coun ‘n boulé/pu grånt ëd la xou.a mån.// -quasi quotidianamente/unica e invidiata /rincasa  Giovannina,/con un fungo porcino/grande più della sua mano.//-(Ant lou méz d’astémbœr-A settembre-, p. 8); Muzica ‘d lou vœnt /’nzœma l’èrba salvàdji,/da xèmpǻr, lou chiel /ou-s’aspéchiat.// -Sinfonia del vento/sull’erba spontanea,/da sempre, il cielo /vi si riflette.//- (p.9, Lou  to qui.œt -Il silenzio-). Ecco ora un momento particolare che viene dato con leggerezza: Dré a li fo.ou ëd fiǻ /la douxa séra d’Outòubar /i-s.chiòpat ëd coulòu.// -Dietro ai faggi di fuoco/la dolce sera d’ottobre/esplode di colore.//- (p.27,  Rox -Rosso-)

L’A. ci fa assistere a continue esplosioni di colori, di fatti, di vicende, situazioni. Poesia ben costruita e mira in particolar modo all’essenziale, alla brevità che ci rende alla perfezione i vari aspetti dell’alta Val Grande di Lanzo, con il suo  cielo che è un “rogo, “i penzoli arroventati dei larici”, “il pettirosso solitario”, “l’intenso odor di rosso”, “il corteggio di betulle tenere e solitarie”, “un cielo di intenso azzurro”, “abbagli di verde e d’azzurro”, per esempio. La poetessa insomma compie un vero e proprio viaggio in ogni cosa della sua diletta valle, che presenta case di pietra, o l’antica “cappelletta /che delimita la piazza. Appare ciò che fu e ciò che ora è. Le cose cambiano, come pure gli ambienti, ormai tutto è mutato e con ritmo narrativo la poetessa ci informa, per esempio, che ’Ndinz la vélli chiapèla ed li moôrt,/piturà coume fumèla  ëd xità,/anqou.é ou-i-åt coumerxi /ëd pån  et xalàm /pœr li frouxté. …// -Nella dismessa cappelletta dei defunti/dipinta come una una donna di città /oggi si vende pane e salame ai turisti. …//- (p.34), e come se ciò non bastasse ecco ancora che si  sorseggia amèr /anque  lou lèt, q’ou rivat bèle counfexi.ounà/da ‘d pianœrax gràxax et lònhex,/mouzù da ëd  vachi/que magara nhun ou-i-l’åt penxà/ad dounali, coume ixé, lo soun nom/coume a li cristian.// -amaro /persino il latte, che giunge già confezionato/da pianure grasse e lontane,/munto da bovine/a cui nessuno probabilmente ritiene/di dover loro un nome proprio,/come si fa quassù, con le persone.//- (ibidem). Le relazioni, il mondo contadino ormai tramontato: il mondo appunto, la maniera di “quassù”, dell’alta Val Grande di Lanzo.

La bella e interessante raccolta poetica si svolge attraverso tre momenti particolari che sono rispettivamente: Tènti perqué –tanti perché-, Amòu da lonh  –Amore  da lungi-, Finixènt bin ël fà.oulex  -Han lieto fine le favole-. Orbene, tre momenti ricchi di poesia intensa e varia nei suoi temi e immagini che mostrano come la Pinaffo  si pone davanti alla sua amatissima valle. Tre momenti che sono omogenei e che alimentano una poesia unitaria che talvolta si snoda come un racconto, e ciò lo si vede benissimo nel componimento che apre la terza sezione della silloge: la poesia si intitola Cartoluléna -Cartolina- (p.73):  A tinì vìwou lou pallìz/ ou-i-åt dez vìelli ëd mountanhi/ c’ou parlount s.chiàx/a nosta moda,/ -A tener vivo il vico/vi sono dieci vecchi montanari/che parlano fitto in patois locale,/-. Ecco ancora Andrea che sa martellare la falce fienaia in quanto “nessuno quassù è rimasto a farlo”(v. Nhun, coume Andrèllia – come Andrea, nessuno, p.76). La poetessa fa vivere un mondo che “quassù”  è ora scomparso, così pure sono presenti  i cambiamenti sopravvenuti nel tempo.

Alcuni titoli di poesie fanno parte di esse ed ecco, per esempio, per rimanere sempre nella terza sezione della silloge, il componimento dal titolo Ant lou Tournàx, ou-diònt -Nella casa [detta] del Turnàs si narra- c’ou-dourmèixount ån xincànta./ Ma œn xow ténz lài/ou-lliérount  æd charbouné nér/e æd mèirou minadòu./Na coubia ourǻ i-vit/œn xœl cat stånxiax.// -dormissero in cinquanta./Ma quelli erano i tempi/dei carbonai neri/e degli smilzi minatori./Una coppia di sposi occupa ora /quelle quattro camere.//-(p.82). Bisogna rileggere più volte questa poesia per sentirne i suoni e i suoi significati, bisogna ascoltare e seguire le vibrazioni delle parole e del complesso in cui sono presenti modi di vita, ambiente, i personaggi, l’umanità, il paesaggio della valle.

Questa poetica continua pure nella terza sezione e qui si notano poesie brevi ma incisive che ci dicono l’ambiente, le persone della valle, per esempio il giardino scoppiante di colori  di Maria-‘d-Luix, –Maria-del-Luigi-, che “vive di nulla”(v.p.84) e ancora  Pino, un non udente  Pinou ou-xìntat-nhint (v.p.86): -è fortunato,-/ cosi si intitola il componimento Fourtunà, in quanto  non conosce l’ipocrisia,  vive in una casa ridente e ou-counhè-nhint la fa.ouxità/et ëlz xòu .ax fnèstax ou-rìlliount / (et ou-chiàntount) /tra dœnz ëd djiràni rœza.// -non conosce l’ipocrisia/e le finestre della sua casa ridono/(e cantano)/ tra denti di gerani rosa.//-(p.86).

Giancarla Pinaffo da tempo con la sua lingua  francoprovenzale ci delizia con le sue poesie “cartoline”; chi legge viene a conoscere una lingua molto adatta e idonea a dire l’umanità di un mondo che è appartenuto alla nostra realtà e che ora si presenta in modo differente; insomma ciò che è stato questo mondo, ciò che è ci è svelato con vario e mirabile linguaggio dalla Pinaffo: Magara est mìllei chiamà/ëd Maria ‘d lou Miclèt,/parélli pi nhun ou-dirét buzìllax.// –Forse è meglio chiedere/di Maria del Micheletto,/cosi nessuno più direbbe il falso.-(v.p.88); Rudji.ànd lou pån a touqou.œt ou’s na vèt /a lou long ‘d  ‘lli xanté ‘d lli prà/lou  manhà que  ou-dji.ouwat a li Indiani/ et qu’ou-rispond-nhint a li bràlli.// –Sbocconcellando pane se ne va/lungo redole nei prati/il ragazzetto che gioca agli Indiani/e non risponde ai richiami.//- (v.p. 25:); Tòurtoura ‘ndinz soun ni –Tortora nel nido-. Tutto ciò dimostra quanto la valle Grande di Lanzo è percepita ed è fatta propria dalla poetessa, svelandocene ancora il grande spessore umano del mondo di quassù.

Giancarla Pinaffo, Cartoulénax-Cartoline, Poesie nel patois francoprovenzale dell’alta Val Grande di Lanzo; Prefazione di Antonio Catalfamo, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2019

 

Carmine Chiodo