“In altre stanze” di Laura Rainieri

Recensione di Marzia Spinelli

 

Il titolo di questa nuova silloge di Laura Rainieri rimanda dichiaratamente ad una alterità, quali che siano queste altre stanze abitate, vissute o immaginate dall’Autrice. Infatti gli altri qui sono, presenti o non più, ricordati o evocati; ma l’altro da sé, ovviamente anche il proprio, specchio e riflesso, forse trasformato, rinnovato, è anche altro luogo, altro spazio, altri abissi senza nome, come recita in esergo l’omaggio alla Dickinson…

In tale percorso, coerente con le precedenti prove, al confine tra tradizione molto ben assimilata e abile sperimentazione, il territorio dell’agire poetico resta comunque sempre attraversato dalla fluidità, da rigore e levità, ma anche dall’ombra, ormai più che moderna… della sfaldatura della parola, forse della sua stessa inutilità, così del vuoto di senso, dello smarrimento comune, un fardello… a cui ormai s’è fatta l’abitudine, una bisaccia inutile e vitale di cui la Rainieri è ben consapevole.

Privo di sezioni, il libro si apre con il testo Con i pioppi riflessi, che è paesaggio reale e luogo poetico dove anticipare quel che poi verrà man mano esplicitato. È una stanza d’apertura, la porta spalancata sulla casa che si è costruita, è una stanza fangosa come il Taro, dove già ci si interroga su una finalità: “se nello smottamento confonde case/il pieno terragno con la liquidità dell’acqua/dire a che serve/che il sole inanella il bucaneve/e tenta la viola timida l’uscita? / … interrato il mio tempo/ oltre il cerchio sfondato della secchia/nonostante adocchi la punta dell’aghifoglia/e la coppia in aria di storni/e precipita amando.” La costruzione fonetica che lega e sintonizza i termini secchia, adocchi, aghi-foglia e coppia ritma gli ultimi cinque versi, consolidando l’asprezza del pensiero e del linguaggio, l’intensità drammatica della domanda che verrà più volte e in altre forme riproposta.

Si entra poi in altre stanze, quasi una mini-sezione composta da nove luoghi, come le Muse… Ma a comandare è la notte: detta versi – come angelo/demone misterioso, ospite (e amante, forse) inatteso che viene a visitare- i versi, le parole fioriscono forse per sopravvivere come Sheherazade, o poter resistere e varcare Cariddi come Ulisse…  Ad ogni modo “incidere versi sulla carne/dove perdura memoria innocua/… chiedendo se “quando di tutto mi sarò spogliata/leggera come un’anima/… verrai ugualmente a visitarmi? /Mi porgerai sul filo delle labbra/ nella tua acquasantiera la parola? /

Questa parola ferita e faticata, che viene da lontano e sembra da tutto allontanarsi, disegna presenze e assenze, care memorie, cari e aspri paesaggi; ma è soprattutto un corpo che “canta la sua canzone in sintonia col luogo.”, canta il mare dove “puoi vedere il tuo abisso/ o lo specchio ti vede? /

Anche la neve, si fa corpo dove “la terra/annulla nel biancore/”;

così come il grande Po e il torbido Tevere, o “novembre/che piove e spiove/”.

Le altre stanze vanno dunque a comporre quella che tutte le contiene, quella ideale e speculativa, ma assolutamente fisica, come la parola che la abita, dove “chiudere a chiave la finestra/serrarla al fuoco d’agosto/e rimanere al buio in attesa/in una cella confusa…

Questa stanza è una infinita sera foscoliana, che l’autrice attraversa dolente e temeraria, nel “calore che scalda/e prorompe/ Una condensa che cola/il mondo, un mondo bellicoso chiuso fuori.”

Laura Rainieri, In altre stanze, Edizioni Cofine, 2018

 

Marzia Spinelli

 

Pubblicato 16-9-2019