Il Vocabolario dei Dialetti Garganici di Francesco Granatiero

Un importante punto di arrivo di una ricerca ultraventennale del poeta garganico

Per gentile concessione del benemerito mensile Il Gargano Nuovo, riportiamo qui di seguito un articolo di presentazione dello studioso Pietro Saggese della colossale fatica del poeta Francesco Granatiero ed uno stralcio dell’Introduzione dello stesso Granatiero al suo Vocabolario dei Dialetti Garganici, Grenzi editore, Foggia 2012

A oltre mezzo secolo dal Vocabolario dei Dialetti Salentini di Gerhard Rohlfs (München 1958), che esplorava il Sud della Puglia, ecco ora il Vocabolario dei Dialetti Garganici, secondo dizionario pugliese di area, che invece scava nel Nord della regione. Dal ‘tacco’ allo ‘sperone’ d’Italia, dall’area meridionale estrema all’area meridionale intermedia.

Il Gargano, che interessa solo sedici comuni – seppure indagati a fondo, nelle diverse frazioni e nelle varianti più o meno rustiche dei dialetti –, non ha certo la complessità storico-linguistica del Salento, tuttavia, a dispetto della conformazione geografica, non è un’area unitaria o di semplice definizione, delineandosi al contrario come un importante crocevia linguistico. Basti dare un’occhiata alle innumerevoli e tutt’altro che definitive classificazioni fornite dai diversi studiosi.

Il vocabolario di Granatiero rappresenta, per ampiezza e profondità di scavo, oltre che per ricchezza di raffronti regionali ed extraregionali, un sorprendente punto di arrivo e insieme un formidabile strumento scientificamente fondato e imprescindibile per chiunque voglia approfondire lo studio di questa meravigliosa terra di Puglia.[dalla quarta di copertina]

Presentato il 27 settembre 2012 presso la sala parrocchiale di Mattinata il Vocabolario dei Dialetti Garganici del poeta Francesco Granatiero (Claudio Grenzi Editore, Foggia), opera che esplora il variegato panorama linguistico relativo a tutti i sedici comuni del Promontorio, da sempre importante crocevia linguistico della cosiddetta “area meridionale intermedia”.

Nel suo intervento Francesco Granatiero ha sottolineato l’importanza del Vocabolario, di fronte al generale appiattimento della globalizzazione, al fine del recupero storico e culturale, rallegrandosi che la sua presentazione cada in un momento di generale fermento per Mattinata, visto l’impegno per il riconoscimento dell’Abbazia di Monte Sacro come luogo del cuore FAI per il 2012, un monumento da far rivivere con tutta la sua storia millenaria, così come attraverso le parole del Vocabolario torna a far sentire la sua presenza tutta una società, un mondo con le sue tradizioni legate alla vita quotidiana della famiglia o alle attività lavorative, alle loro fasi, ai caratteristici attrezzi.

Quei termini e quella società, altrimenti destinati a svanire nel nulla, rivivono, ora, grazie a questo prezioso contributo di Francesco Granatiero, ad iniziare dalla civiltà contadina, il cui tramonto è tale che quasi più nessuno conosce alcuni termini di quel mondo, non
solo in dialetto, ma neppure in italiano. È il caso, per esempio, della parola “bica”, che, grazie al
Vocabolario dei Dialetti Garganici, sappiamo corrispondere in dialetto alle voci: acchie, ausídde, bbanghe, cavadde, ciavurre, grégne, pegnòune, régghie, regghiòune, rutèdda, mèite, ecc.

La mole dell’opera, costituita da 1024 densissime pagine, ha opportunamente spinto l’Autore a sottolineare che «… si tratta di opera più che pesante, pesata, cioè pensata, misurata, studiata – che corrisponde al dialetto stuscéte, che vuol dire “pulita” – parola per  parola, virgola per virgola. Vi posso assicurare che io stesso, quando cerco di abbracciare la mole di questo studio, rimango abbacinato dai risultati ottenuti: altri diranno l’importanza di questo vocabolario, il punto di arrivo della ricerca linguistica del nostro territorio; ma io so che ho conficcato il piantatoio, lu zippe, dove sono arrivato, ossia parecchio avanti rispetto al punto da cui sono partito, il punto da cui altri adesso dovranno partire».

Nello scambio di battute con il pubblico presente, che è seguito all’incisivo intervento di Granatiero, egli ha avuto modo di far riferimento, in maniera viva e interessante, all’organizzazione stessa del Vocabolario e alle notizie contenute nella sua “Introduzione”
all’opera. Introduzione riportata qui di seguito, ma solo per la parte iniziale, relativa agli aspetti generali del problema e ai caratteri essenziali dei dialetti garganici, rinviando direttamente all’opera per la consultazione della ricca bibliografia e per le approfondite note di grammatica, che spaziano dalla fonetica alla morfologia, alla sintassi, frutto di un attento studio e di approfondite ricerche sui dialetti garganici che Granatiero ha da sempre affiancato alla sua produzione poetica, animato da un unico obiettivo, quello di riappropriarsi delle proprie radici.

Pietro Saggese 

IL VOCABOLARIO DEI DIALETTI GARGANICI

Il nostro tempo, con l’orizzontale appiattimento linguistico e culturale, l’eccessiva esaltazione del presente e il rivoluzionario progresso della scienza e della tecnica, potrebbe essere la più seria minaccia per i dialetti. Con la scomparsa degli oggetti tradizionali, legati a usi e mestieri millenari (e ora, nel migliore dei casi, relegati in qualche museo etnografico), certamente si perderanno anche le parole che li designavano.

Con questo non si vuole decretare la morte dei dialetti – il coro degli apocalittici è fin troppo sostenuto –, semmai una lenta, progressiva diluizione. Il bilinguismo con la commutazione di codice o il mescolamento di lingua e dialetto nella stessa frase determineranno il travaso del dialetto nell’italiano. Travaso che sarà favorito dalla tendenza della donna a trasmettere ai figli la variante più vicina all’italiano standard [Grassi-Sobrero-Telmon], che garantisce maggior successo nella vita. Se è vero che oggi è quasi scomparso tra gli insegnanti il pregiudizio per la “malerba dialettale”, è altrettanto vero che il dialetto è assai meno parlato. Non di rado, laddove i bisnonni conoscevano solo o quasi solo il dialetto e i nonni hanno bene o male appreso l’italiano e continuano ad esprimersi in dialetto, i nipoti parlano l’italiano regionale o meglio locale – che spesso non è poi così distante dalla lingua omogenea televisiva – e non comprendono il dialetto dei nonni. È forse questo il giusto prezzo per la tanto auspicata unità linguistica nazionale.
 
Il Parco Nazionale del Gargano presenta, accanto alla straordinaria ricchezza di paesaggio e di natura, un altrettanto meraviglioso e mai sufficientemente indagato e valorizzato patrimonio culturale, che va dalla archeologia alla storia alla religione, dal folclore alla linguistica alla letteratura. 
 
Ben vengano le tarantelle e le sagre, come quelle della cruwèdde, del pancotto, della capra lessa e della carne secca, del cipollaccio col fiocco o lampascione, dell’olio affiorato, del caciocavallo podolico, della mozzarella di bufala, dell’acquasale, degli agrumi di Rodi, dell’ostia ripiena di Monte, delle fave di Carpino.
 
Ma il Gargano ha anche un interessantissimo e differenziato scenario di dialetti da tutelare. Dialetti che sono stati, e in parte sono, la sua lingua. Lingua per apprendere il mondo, per comunicare con i nostri simili e con Dio, per praticare l’arte della pesca, della pastorizia, dell’agricoltura, dei più svariati mestieri, per inventare canti sacri e profani, per costruire e tramandare giorno per giorno la nostra storia, la nostra civiltà. 
 
Tutelare i dialetti del Parco vuol dire tutelare la cultura del Parco, vuol dire salvaguardare la sua bellezza e la sua stessa vita, poiché “nessuna cosa è dove la parola manca” (S. George).
 
Il Gargano è uscito dall’isolamento e da un sottosviluppo letteralmente preistorico soltanto a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, in un primo tempo non tanto per l’influenza dei mass-media, quanto per effetto dell’emigrazione nelle zone più industrializzate dell’Italia e dell’Europa continentale [Eiserman-Aquaviva]. Ciò non toglie che alcuni suoi centri abitati si siano distinti nel corso della storia, assumendo in alcuni casi una propria fisionomia, legata ora a motivi religiosi ed ora ad una particolare attività socio-economica.
 
Monte Sant’Angelo, cittadina dedita all’agricoltura e alla pastorizia, lega il suo nome all’Arcangelo Michele e alla sua Basilica, eletta dai Longobardi a museo nazionale e meta di continui pellegrinaggi a partire dall’Alto Medioevo. Manfredonia, città agricola, commerciale 
e industriale, spicca per la fervida attività portuale e l’antica dedizione alla pesca. Vieste, la cittadina garganica a maggior vocazione turistica, ha nel suo territorio il complesso alberghiero di Pugnochiuso. Importanti stazioni balneari sono Peschici e Mattinata, sulla costa della quale si trovano i rinomati Faraglioni di Baia delle Zagare. Rodi Garganico si è distinta per la produzione di agrumi. Foce Varano (frazione di Ischitella), Cagnano Varano e maggiormente Lesina praticano o hanno praticato la pesca lagunare. Apricena è centro agricolo e di lavorazione di una pietra da costruzione. Tra i paesi interni (Vico, Carpino, Ischitella, Poggio Imperiale, Sannicandro, Rignano, San Marco in Lamis), che si fondano sull’agricoltura e la pastorizia, un posto preminente spetta a San Giovanni Rotondo, per il forte richiamo esercitato dal Santo di Pietrelcina.
 
I dialetti dell’Apulia augustea (Capitanata e Terra di Bari) rientrano nel gruppo napoletano-barese dell’area “meridionale”, mentre i dialetti del Salento (la Calabria d’epoca romana), insieme alla odierna Calabria centro-meridionale e alla Sicilia, appartengono all’area indicata come “meridionale estrema”.
 
L’eredità bizantina, propria della Terra d’Otranto, è molto meno presente nel barese, dove pure la ‘culla’ è detta  naca, e ancora meno in provincia di Foggia, dove questa parola sopravvive soltanto in un ristretto corridoio che giunge fino ad Alberona.
 
Per contro ben definita è in Capitanata l’impronta della cultura romana, emblematicamente testimoniata da  navìcula (dim. di navis ‘nave’) nella zona orientale e da cónula (dim. di cuna ‘culla’) in quella occidentale. Il latino non ha però cancellato, nel Gargano come altrove, il substrato italico preesistente, tanto che Michele Melillo parla di aree con tratti linguistici tipicamente apuli (“appuli”) e di aree a caratterizzazione prevalentemente sannitica [Melillo 1965].
 
Oltre ai Greci del periodo prelatino e ai Romani, da cui proviene la maggiore eredità di parole, altri popoli hanno lasciato nel Gargano, come in gran parte della Penisola, un loro importante contributo, dai Longobardi agli Arabi, dai Francesi agli Spagnoli.
 
Nel Gargano c’è poi più di una traccia lessicale dovuta a stanziamenti serbocroati a Peschici e a Vico probabilmente già intorno al Mille e almeno  fino alla metà del Seicento. Risale infatti a quegli anni (1649-51) la stampa a Loreto-Ancona del Thesaurus linguae illyricae sive Dictionarium Illyricum, lessico trilingue latinoitalo-illirico (circa 25 mila parole) scritto dal gesuita Giacomo Micaglia (1600 ca – 1654), nativo di Peschici, ma discendente da esuli croati e slavo di lingua, il cui vero nome è Jakov Mikalja, cioè Giacomo figlio di Mikalj.
 
[Dalla Introduzione di Francesco Granatiero al  Vocabolario dei Dialetti Garganici, Grenzi editore, Foggia 2012]
 
31 ottobre 2012