Il piacere dei testi

di Francesco Sirleto

[NOVEMBRE 2020] Il piacere dei testi, di Francesco Sirleto, prefazione di Roberto Gramiccia,  Edizioni Cofine (ISBN 978-88-98370-71-9), Roma 2020, pp. 192, euro 12.

Disponibile anche in versione e-book (formato PDF), euro 6,00.

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Nel volume sono pubblicati articoli e brevi saggi scritti per giornali e riviste in periodi diversi. Si tratta di recensioni di libri che – scrive l’Autore – «hanno suscitato, oltre al mio vivo interesse, anche quel “piacere del testo” che, apparso molto presto nella mia carriera di vorace e instancabile lettore, non mi ha mai abbandonato».
Oltre alle recensioni librarie, il libro riporta articoli dedicati a concerti, a rappresentazioni teatrali, a viaggi.

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NEL LIBRO

(Dalla prefazione di Roberto Gramiccia)

(…) Il piacere dei testi è il titolo di questo pregevole volume che giustamente pone in risalto la gradevolezza di un’esperienza di lettura di scritti della più diversa natura (letterari, filosofici, teatrali, musicali, cinematografici, relativi alle arti visive) che Sirleto intende condividere con suoi lettori, portando a termine un’operazione del tutto riuscita sotto il profilo pedagogico e letterario.

L’autore alla fine dimostra senza sforzo esattamente ciò che Gramsci sosteneva: «essere colto, essere filosofo lo può chiunque voglia». Una sfida vinta dunque, dalla parte di quelli che hanno a cuore le sorti della cultura e la considerano come un bene unico, irrinunciabile e indivisibile.

È appena il caso di osservare come Francesco Sirleto utilizzi la stessa attenzione e la stessa qualità di scrittura sia che i testi presi in considerazione siano di autori celeberrimi (Borges, Sepulveda, Mann, Sciascia, Montalban, Mishima, Soriano, Calvino, Eco, Camilleri), sia che si tratti di autori meno noti al gran pubblico italiano, ma interessanti e suggestivi come Auster, Chatwin, Rea, Paco I. Taibo II, oppure di autori che il pubblico conosce come operanti in altri ambiti (politico, sociale, ecc.) come, ad esempio, Ingrao e Rossanda.

Anche nella scelta e nella cura di testi aventi ad oggetto scritti non let­terari, ma di critica d’arte (ad esempio la recensione al mio ultimo libro Se tutto è arte…), di critica cinematografica (da non trascurare le recensioni ad alcuni film di Woody Allen e/o di Paolo Sorrentino), oppure di critica musicale (i concerti dell’auditorium Parco della Musica eseguiti dalla storica orchestra di Santa Cecilia) o, infine, di pezzi dedicati ad alcune importanti opere teatrali (ne cito una per tutte: Aquiloni di Paolo Poli), l’autore dimostra una raffinata sensibilità e acutezza, unitamente a una notevole conoscenza della materia trattata.

Infine, chi si avvicinerà, con sguardo non distratto, alla scrittura di Francesco Sirleto non potrà non accorgersi che il punto di vista dal quale egli muove nell’esaminare i prodotti della letteratura, delle arti visive, della musica, del cinema, del teatro, è rappresentato, indubbiamente, da quella sezione della filosofia che si denomina, dal XVIII secolo in poi, Estetica (o filosofia dell’arte). Un punto di vista che consente di collegare l’arte in generale, e le singole discipline artistiche, sia con la natura, intesa in senso lato, sia con la realtà storico-sociale, che le condiziona esercitando un’influenza molto spesso soffocante. Influenza dalla quale l’arte tenta in tutti i modi di emanciparsi, nell’incessante ricerca della libertà di espressione e dell’indipendenza di giudizio.

Concludere con la raccomandazione di leggere con attenzione questo bel libro potrebbe apparire superfluo. Non credo che lo sia, però, in un periodo in cui tendono a prevalere pulsioni indirizzate alla dittatura del superfluo se non addirittura del dannoso. In una congiuntura, oltremodo pericolosa per il nostro futuro, in cui le ragioni di un possibile Umanesimo del ventunesimo secolo (l’unico in grado di salvarci) vengono ignorate, se non addirittura derise. Se lo leggerete farete una cosa buona. E, vi assicuro, non vi costerà fatica. Questa è in fondo la lezione di questo libro: leggere non è solo utile, leggere è un piacere. In questo caso un insieme di piaceri: Il piacere dei testi.

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(Dal testo di Francesco Sirleto in merito al libro di Jorge Luis Borges, La morte e la bussola, in Finzioni, Einaudi, Torino 1974)

La semplice arte del delitto: modificare un testo letterario.
Variazioni su un tema di Borges

La morte e la bussola, scritto da Jorge Luis Borges nel 1943, è un racconto, brevissimo, che fa parte della raccolta Finzioni. Nella piccola presentazione, firmata dal grande scrittore argentino, si dice che i fatti narrati nel racconto, nonostante i nomi scandinavi o tedeschi, «accadono in una Buenos Aires di sogno», secondo una durata e in luoghi tuttavia ben determinati e riconoscibili dal comune lettore. L’autore osserva anche, e suggerisce, come sia possibile intervenire sul racconto dilatandone il tempo e lo spazio, aggiungendo che «la vendetta potrebbe essere ere­ditaria; gli istanti potrebbero essere giorni, e i giorni, secoli; la prima let­tera del Nome potrebbe essere articolata in Islanda, la seconda nel Messico, la terza nell’Indostan».

(…)

Ma, di là dalle suggestioni e degli imprestiti che il bibliotecario cieco di Buenos Aires potrebbe aver ricevuto dall’impiegato delle Assicurazioni Generali nella città attraversata dalle acque limacciose della Moldava, il nostro intento è costituito non tanto da una brillante ma vuota lettura esegetica del testo, quanto, piuttosto, dalla volontà di modificarne il finale. D’altronde, come si diceva poc’anzi, è lo stesso Borges che ci invita, esplicitamente, a intervenire con proposte di emendamenti. Prendiamo quindi l’invito rivoltoci con molta serietà, al fine di sovrapporre una “finzione” derivata a una “finzione” originaria.

(…)

sull’insegna della locanda viene vergata un’altra ormai prevedibile frase: «L’ultima lettera del Nome è stata articolata».

Per la polizia non vi sono dubbi: si è trattato del terzo e ultimo delitto (anche se il commissario Treviranus, solo per un istante, è attraversato dal dubbio che possa essersi trattato di un’abile messinscena alla seconda potenza). La corrispondenza tra il numero 3 (come giorno del mese) e il triangolo equilatero disegnato dai luoghi dei tre delitti sembra indurre chiunque a ritenere che la serie dei delitti sia ormai conclusa.

Non così la pensa il “maestro del sospetto” Loenrot il quale, convinto dello sfondo ebraico ed esoterico degli eventi criminali e consapevole del fatto che, per gli ebrei, il giorno inizia al tramonto del sole e termina al successivo tramonto (di conseguenza i delitti sarebbero avvenuti non il 3 di ciascun mese, bensì il 4), attende un quarto inevitabile delitto in una località che, necessariamente, deve trovarsi in un punto equidistante dal secondo e dal terzo punto, ma opposto al luogo in cui avvenne il primo delitto). Ragionando more geometrico (in omaggio ai suoi maestri Cartesio e Spinoza), non si tratta di disegnare sulla pianta topografica della città un triangolo equilatero, bensì un rombo, cioè due triangoli equilateri aventi un lato in comune.

Dopo il tramonto del 3 marzo (inizio del 4 marzo, dunque, almeno secondo il calendario ebraico), ritroviamo Loenrot nella spettrale villa abbandonata di Triste-le-Roy; qui, dopo aver girovagato per stanze, corridoi e piani della labirintica costruzione, viene catturato e consegnato al bandito Red Scharlach, il quale, avendo giurato tre anni prima di voler vendicarsi su Loenrot per l’arresto del fratello e per una sparatoria che l’aveva ridotto in fin di vita, può ora concludere la propria opera assassinando lo sfortunato poliziotto privato, questo Marlowe taciturno e innamorato della tradizione ermetica e cabalistica. Le ultime parole del racconto sono: «Indietreggiò [Scharlach] di alcuni passi. Poi, accuratissimamente, fece fuoco».

Le ultime parole del racconto sono: «Indietreggiò [Scharlach] di alcuni passi. Poi, accuratissimamente, fece fuoco».

Confessiamo la nostra ingenuità (ma anche il nostro conservatorismo): la morte dell’investigatore e il trionfo dell’assassino non ci soddisfano, ci lasciano anzi l’amaro in bocca. Di conseguenza, approfittando dell’implicito invito di Borges, interveniamo sul testo, proseguendo nel racconto e modificandone il finale:

«Loenrot, dopo un attimo che sembrò un’eternità, sorpreso di non sentire alcun dolore e consapevole di non aver ancora superato il sottile confine che separa la vita dalla morte, riaprì gli occhi. Davanti a lui si stagliava, alta e impassibile, la nera figura del commissario Treviranus, illuminata dalla luce della luna che penetrava attraverso le losanghe della finestra. Nella mano destra un revolver; ai suoi piedi, alla distanza di circa due metri, il corpo ancora caldo di Scharlach. I due tirapiedi del bandito giacevano a terra, immobilizzati ciascuno da due uomini in divisa da poliziotto.

Treviranus guardò verso Loenrot cercando di non far trasparire l’ironico sorriso che gli increspava le labbra.

“Non ho mai creduto – disse con decisione – alla favola dei delitti maturati in ambiente ebraico, prodotto perverso di contese filosofiche ed esegetiche. Ho sempre pensato che il primo delitto fosse frutto del caso, opera di un ladro inesperto sorpreso sul fatto. Il secondo, chiaramente, era stato costruito a tavolino dallo stesso Scharlach. Per il terzo le avevo già espresso l’opinione che potesse trattarsi di un’abile messa in scena. Quando mi sono convinto che c’era da aspettarsi un quarto delitto, non ho fatto altro che pedinare la vittima designata, cioè lei, caro Loenrot. Ho avuto ragione”.

Loenrot non rispose, si sentì attanagliato da un’infinita tristezza; comprese all’improvviso di essere stato sconfitto, nella stessa giornata, due volte: la prima da un volgare assassino, la seconda da un modesto commissario di polizia. Ma, ancor più angosciante e intollerabile, un altro pensiero lo colpì come un violento imprevisto pugno nello stomaco, facendolo vacillare: la storia (intesa come l’insieme infinito degli accadimenti) è solo in parte frutto di un consapevole disegno, sia pure di natura criminale, o effetto di immutabili leggi meccaniche; la maggior parte degli eventi è figlia del caso.»

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L’AUTORE

FRANCESCO SIRLETO, calabrese ma immigrato da bambino a Roma, ha svolto per circa 40 anni (dei quali ben 31 anni nel liceo Benedetto da Norcia) la professione di professore di storia e di filosofia. Come studioso, si è occupato di storia locale e dei movimenti per i diritti alla casa e ai servizi sociali. È stato anche, in periodi diversi, consigliere nell’ex VI Municipio di Roma. Tra le sue pubblicazioni: Le lotte per il diritto alla casa a Roma (Associazione culturale A. Tozzetti, 1998), La storia e le memorie (Associazione culturale Viavai, 2002), Quadraro, una storia esemplare (Ediesse, 2005). Ha tradotto, dal tedesco, con P.S. Neri, il manuale di Patrologia di Hubertus Drobner (Piemme 1998). Ha inoltre collaborato al Catalogo della mostra fotografica di Rodrigo Pais Abitare a Roma in periferia (Gangemi, 2016).

Collabora con varie riviste on-line, occupandosi di politica della scuola e dell’istruzione, di filosofia, di storia delle periferie urbane, di manifestazioni artistiche e culturali.