Un lessico travolgente per un canzoniere, più che d’amore, del disilluso amore, una piena cui mettere argini, sponde, limiti. Anche grafici: virgole tra un verso e l’altro, il punto a fine pagina, insufficienti tuttavia a placare un discorso che si presenta in veste lirica, oscillante tra cuore e ragione.
L’opera prima di Marilina Giaquinta per le edizioni Le Farfalle (Valverde, Catania, 2014) da segmenti / di vuoto-pieno propone, e raggiunge, il tentativo di districare l’intrico sventato / degli accadimenti per affrontare e superare il fiume di emozioni che ne Il passo svelto dell’amore riscopre le ferite che l’amore infligge, senza tuttavia cedere alla tentazione di auto-compatimento né sdolcinature; un esame spietato, semmai, amaro come verità ineludibile e necessaria, una resa dei conti, analisi dei tanti ricordi che il tempo si porta dietro: stilla/paziente / di ciò che è stato / e non è divenuto.
Intriso della stessa sveltezza che ha l’amore che fugge, il linguaggio, forbito, dal tono acceso, sul quale l’autrice pone il filtro di un ragionare lucido, nonostante la reiterazione della parola cuore, denota una volontà di uscita definitiva dal vuoto, da una situazione di stallo: Mi troverai ,/ quella volta ,/ o l’altra, / o quella che prendi / allo stremo del tempo, / di schiena ,/ volta, / all’intento dell’alba”, per entrare nel nuovo giorno.
Di grande impatto emotivo per il lettore, poiché tema universale è il sentimento, e a tutti appartiene, i versi di Giaquinta offrono una tessitura linguistica variegata, dall’uso di arditi neologismi (la lingua ricrea il pieno dove il vuoto appare, si vedano cionca, spagliata, andastare, andrimanere) a usi verbali originalissimi (veste significante bugiarda; inno muto e piatito; stanco la mia veggenza; il bindolo della sedia cionca; raschiati di china sciagurata) e anafore, un dire a dismisura che è accentuazione, ripetizione o ripresa.
Ribadisce, l’autrice, quell’azione – Ho bussato-, l’ironico incipit Amore mio … ne sono certa / è di combusta / fiammata chiarezza, ironia ribadita come rito che proclama l’asfissia dell’abitudine: Ti penso anch’io: / rivolto / alla calza / che infilo/ogni mattina,/ nel mio piede sinistro … e dopo i calzoni, / insacco … la gamba destra, / in bilico / curvo sull’anca / e sul dovere. // Ti penso anch’io / devoto / al gracchìo monotono / del transistor / salmodiante la vita / ed il suo scandalo veniale… Ti penso anch’io: / non ho più il tempo / e non so dire altro.
Attraverso il corpo diviene tangibile quel bisogno di assoluto che questi versi pongono in tutta evidenza, un desiderio di pienezza quale mezzo di riconciliazione tra l’io e la vita, e la continuità di questa. C’è bisogno anche di parole, parole altre, nuove più di Queste parole./ Queste parole / che non dico/sono / la forma / del nostro silenzio.
Sono testi in cui, scrive Angelo Scandurra sul risvolto di copertina, “aleggia una ricerca colloquiale scandita da sentimenti fluidi …. L’esigenza primaria …, è … oltrepassare il velo del disinganno per incontrare una verità’ connotata che possa sostenere il malessere esistenziale”.
Marilina Giaquinta, Il passo svelto dell’amore, edizioni Le Farfalle, Valverde, Catania, 2014.
di Maria Gabriella Canfarelli