Il pane dei Briganti di Beatrice Ricottilli

Primo classificato al Premio Internazionale di Poesia e Narrativa “Penne - Festival delle Arti” (VIII edizione), organizzato dall’Amministrazione Comunale di Penne

 

Il seguente racconto di Beatrice Ricottilli, che prende spunto da una ricerca d’archivio sul tema del brigantaggio post-unitario, ha ottenuto il primo posto al Premio Internazionale di Poesia e Narrativa “Penne – Festival delle Arti” (VIII edizione), organizzato dall’Amministrazione Comunale di Penne (Assessorato Cultura e Spettacolo), dalla Pro Loco “Città di Penne” e dall’Associazione Culturale “Teatranti d’Abruzzo”. 

IL PANE DEI BRIGANTI

Roccaraso, Sant’Antonio Abate, 1866

     Della banda brigantesca di Croce Luigi di Tola, alias Crocitto, faceva parte un ragazzetto, poco più di un bambino, tale Panfilo Berarducci, al quale toccava fare il servo, tenere d’occhio lo stazzo quando le pecore entravano ed uscivano, andare a prendere l’acqua alla sorgente dove si abbeveravano anche i lupi, girare l’arrosto, portare le bisacce dei briganti per le impervie montagne dell’Abruzzo. Lo zio, capobanda, l’aveva portato con sé perché si occupasse del gregge quando lui, da buon brigante, si allontanava dallo stazzo per le solite scorrerie nei paesi limitrofi.

     Quel giorno era la festa di Sant’Antonio Abate e dal paese, insieme a refoli di neve piccola, asciutta dal gran gelo, saliva fin sopra gli stazzi il tafferuglio degli uomini intorno al maiale agonizzante e allo scoppiettare del fuoco di rami di ginepro sotto il paiolo dell’acqua bollente che serviva per mondare l’animale dalle setole e dalla sporcizia del trogolo. Con l’acquolina in bocca, Panfilo sgattaiolò fuori dal recinto delle pecore dopo essersi assicurato di aver protetto gli animali dai lupi con grossi rami spinosi di cui portava sempre addosso qualche ferita. Correndo in mezzo alla macchia, raggiunse il sentiero ripido e sdrucciolevole che portava dritto all’uscio della stalla di nonno Filippo. Panfilo si acquattò dietro un ciocco di noce e vi sbirciò dentro. 

     Ricordò, il bambino, che a mala pena si reggeva in piedi quando la nonna Anna lo portava con sé, attaccato alla gonna di panno di lana tessuta, quando la neve era così alta che non si usciva e il telaio raccontava sempre la stessa nenia che lo faceva addormentare. Piccolo e già robusto, Panfilo era addetto a girare, per non farlo aggrumare, il sangue del maiale che sgorgava a fiotti dal collo fin dentro un cutturillo (piccolo caldaio di rame adibito allo scopo). Con un mestolino di legno d’ulivo e tutta la forza delle braccia, egli girava quel liquido denso, vischioso che sarebbe diventato il sanguinaccio (conosceva a memoria gli ingredienti per farlo dolce e setoso). Anche se non sapeva leggere, quando nonna Anna lo mandava dal pizzicagnolo a prendere tre libbre di zucchero, una libbra di cioccolato e una di mandorle dolci, Panfilo stava bene attento che la vecchia del negozio annotasse solo tre cose sul libricino nero e unto, riposto nella saccoccia del grembiale. Allora si segnava, pagando quando si poteva. La povertà era di tutti, quasi di tutti, e la fame cresceva dentro fino a far piangere di sfinimento i bambini a cui la stessa fame aveva seccato le mammelle delle madri. Perciò lo zio s’era fatto brigante: non sopportava più di seppellire vecchi e bambini, così rubava al ricco possidente e sfamava la sua gente. 

     Anche le pecore su allo stazzo erano del padrone che mai più le avrebbe riviste. A casa dei nonni, invece, il maiale era una benedizione e doveva durare tutto l’anno per sfamare sei adulti e altrettanti mocciosi. Del maiale non si buttava via niente: tolta la carne per le salsicce e i salami, la spolpatura delle ossa si metteva a cuocere con aglio, cipolla e rosmarino e si mangiava per il tempo necessario a conciare la carne. La sera stessa, le salsicce e i salami venivano appesi ad asciugare lungo le pertiche di legno, tenute ancorate ai lati della stalla con grossi anelli di ferro; il gelo delle notti li avrebbe asciugati e sarebbero stati assaggiati per lo sdijuno dopo la Quaresima e alla mattina di Pasqua. 

     Con il ciuffo della coda di maiale, Armando, un mastro artigiano della contrada, faceva piccole spazzole e pennellesse che riuscivano a far nuovi i vecchi scarponi slabbrati e le pareti di casa intonacate a calce. Nei giorni comandati, quando nonna Anna, arrampicata su una seggiola di paglia sbilenca, prendeva dal ripiano più alto della dispensa quel barattolo di vetro marrone (scuro come il saio del vecchio frate che si aggirava in cerca di elemosina, benedicendo le povere case in cambio di un tozzo di pane secco), era davvero festa. Sulla fetta di pane di farro e di solina che la bocca del forno di mattoni (scura e sdentata come quella di mammuccia, la più vecchia della contrada) di nonna Anna sfornava ogni mese, il sanguinaccio si animava sprigionando un profumo e un sapore così intensi che, nella vita di Panfilo, nessun altro cibo avrebbe eguagliato. 

     Poi c’erano loro: i “poveri cristi” dei briganti come suo zio, quattro cinque “rivoluzionari” sempre arrabbiati, sempre insieme nella buona e nella mala sorte, che di tanto in tanto passavano di lì, stremati dalle scorrerie sopra i monti, aspri e freddi come i loro cuori. Intorno al tavolaccio non si contavano le bocche, ma un piatto di pancotto non mancava mai. Una ricetta semplice e nutriente: acqua di fonte, una striscia di lardo con la cotenna, qualche foglia di cicoria, una cipolla grossa e uno spicchio di aglio rosso; tutto bollito nella pignatta vicino al fuoco del camino e poi nella terracotta; in un grosso piatto concavo e sbeccato, dove erano adagiate fette di pane raffermo, si versava la minestra bollente in uno sfrigolio di profumo che scioglieva l’anima; il tutto accompagnato da un bicchiere di vino rosso Montepulciano che quasi sempre spuntava un po’, ma andava giù che era una meraviglia. Al centro del tavolaccio, tutti attingevano dal grosso piatto e per ognuno bastava. Briganti o no, la fame non guardava in faccia nessuno. 

     Quel giorno di Sant’Antonio fu indimenticabile. Con la cattura e l’uccisione di molti briganti che, oltrepassando la misura, s’erano resi colpevoli di delitti efferati, dopo quasi un decennio di lotta, il brigantaggio fu definitivamente sconfitto. Lo zio e la sua banda, briganti per miseria, fortunatamente salvi e mai catturati, tornarono ad essere dei “semplici” pastori. Le pecore rubate non vennero mai rivendicate dal proprietario-padrone. Fu proprio una delle pecore di Don Ascenzo, donata dagli ex briganti a ringraziamento dell’ospitalità dei nonni, ad essere immolata per la grande festa. Lu callarone, un grosso caldaio di rame lucidato a specchio con cenere e aceto da nonna Anna, posato sopra il treppiede di ferro battuto, arroventato da grossi rami secchi di noce e mandorlo, aveva accolto dall’alba la vecchia pecora macellata, insieme all’immancabile cipolla (la più grande della treccia che la nonna teneva appesa dietro l’uscio della stalla) e ad erbe di campo essiccate: mentuccia, rosmarino, timo, santoreggia, qualche foglia di alloro. Alla fine, quando il forchettone entrava morbido dentro il pezzo di carne, si sfumava con lo stesso vino Montepulciano che, a contatto con la carne bollente, sfrigolava in una nuvola di vapore profumatissima. 

     Che la pecora al cutturo fosse pronta, tutti se ne avvedevano dalle guance vermiglie di nonna Anna, sempre attenta ad attizzare il fuoco sotto il treppiede con lu zuffulature (un bastone di ferro vuoto realizzato dal nonno Filippo con la canna di un vecchio fucile). Il frate, casualmente di passaggio, fu fatto accomodare su uno sgabello a tre piedi, quello usato per la mungitura, lavorato con piccoli pali di legno di nocciolo e una fetta tonda di ornello per seduta. Fra’ Liborio, ancora in piedi, benedì tutti ma soprattutto ringraziò “sorella Provvidenza” per quella mensa speciale, degna di Cristo o di un Re. Non poteva mancare un dolce delizioso, cotto nello stesso forno a legna del pane appena sfornato e, prima che perdesse il calore, lavorato sulla spianatoia. Mentre la nonna tagliava a piccoli quadrati quella prelibatezza, Panfilo ricordò ogni gesto, ogni ingrediente rigorosamente pesato ad occhio: al centro della spianatoia, la fontana di farina, due uova, due cucchiai di strutto sciolto e poi noci e nocciole, pezzetti di mela annurca, qualche bacca di rosaspina e, per addolcire (lo zucchero non c’era), un cucchiaio di miele di favo selvatico; infine, per ammassare, un bel bicchiere di latte o poco più.

     Le mani della nonna lavoravano svelte e forti sull’impasto che di lì a poco sarebbe finito sulla pala del pane, spolverata di farina per non farlo attaccare e poi lasciato a cuocere direttamente sulle pietre refrattarie del forno, il tempo di mezzo rosario e tre Pater noster. Quella sera, ai vespri di Sant’Antonio Abate, si ritrovò, dopo tanto tempo, tutta la contrada. Le campane suonarono a festa come non succedeva da tempo. Dentro la nicchia, qualche anima pia aveva lasciato tra le mani prodigiose del Santo, con la croce pendente sul collo del maiale, un piccolo rosario fatto di corda di ginestra e grani di ginepro.

P.S. Poco prima della festa, Panfilo fu acciuffato dai carabinieri e interrogato. Raccontò di come passasse le notti all’addiaccio, da un monte all’altro, con l’ululato dei lupi incardinato dentro il cuore e della punizione che l’aspettava se qualche pecora fosse stata sbranata; raccontò della sofferenza di «una vita errante e precaria propria degli uomini disperati». Ammise e confessò di non aver toccato mai arma né «di aver recato la menoma offesa a chicchessia». Così Panfilo scongiurò di «ottenere dalla giustizia la commiserazione del fatto che fu commesso per pura scemità».

Beatrice Ricottilli